(AP Photo/Manu Fernandez)
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  • lunedì 30 Settembre 2019

Storia di un secondo posto

Quello di Matteo Trentin ai Mondiali di ciclismo, al termine di una gara difficilissima che avevano cominciato in 197 e hanno completato in 46

(AP Photo/Manu Fernandez)

Domenica si è corsa la prova su strada dei mondiali di ciclismo maschile. C’è stato un momento in cui sembrava molto probabile che a vincerlo sarebbe stato l’olandese Mathieu van der Poel: talentuosissimo favorito-della-vigilia, con molte possibilità di dominare una notevole parte del ciclismo degli anni Venti. Poi però van der Poel ha avuto una crisi ed è rimasto tagliato fuori dai giochi per la vittoria. C’è quindi stato un momento in cui sembrava molto probabile che a vincere sarebbe stato l’italiano Matteo Trentin, quando tutto sembrava essersi messo a suo favore. Ma alla fine c’è stato uno più forte, il danese Mads Pedersen – uno il cui miglior risultato finora era stato un secondo posto al Giro delle Fiandre – e Trentin è arrivato secondo.

Avesse vinto van der Poel, trovereste qui un lungo articolo su di lui, su quel che ha fatto finora e su cosa probabilmente farà nei prossimi anni. Avesse vinto Trentin, avreste trovato un po’ di titoli in più, e più grandi, sui giornali, per celebrare “l’oro che all’Italia mancava da più di dieci anni” e la grande corsa della “nazionale azzurra” allenata da Davide Cassani. Non è successa nessuna delle due cose e ha vinto uno che quasi nessuno si aspettava avrebbe vinto: ma la gara è stata particolarmente bella e difficile, e vale la pena raccontarla.

La prova maschile di questi mondiali corsi nello Yorkshire, in Inghilterra, è stata accorciata di una ventina di chilometri (261 anziché 280) per via delle forti piogge che avevano reso impraticabile parte del percorso, che per gran parte del pomeriggio hanno impedito agli elicotteri di volare per effettuare riprese dall’alto e che hanno certamente dato fastidio ai corridori. Diversi tra loro hanno poi raccontato di non aver mai corso in condizioni atmosferiche così avverse: il freddo e la pioggia sono stati forti ma soprattutto sono andati avanti per ore. Alla partenza erano in 197 e al traguardo sono arrivati solo in 46: gli altri si sono ritirati strada facendo.

Nei primi chilometri di gara – a cui,  trattandosi di un Mondiale, partecipano squadre nazionali – sono andati in fuga una decina di corridori, e tra loro c’erano il vincitore del Giro d’Italia, l’ecuadoriano Richard Carapaz, e quello della Vuelta di Spagna, lo sloveno Primoz Roglic. Il tracciato non era fatto per le loro caratteristiche – sono scalatori, ieri invece c’erano salite brevi, adatte a corridori di altro tipo – ma loro ci hanno provato comunque. Secondo qualcuno per onorare la corsa, secondo qualcun altro «anche solo per provare a scaldarsi un po’».

Per le prime ore, la corsa è stata più che altro una corsa a eliminazione: cadute, acqua e freddo hanno infatti portato al ritiro di molti dei favoriti. Tra loro il belga Philippe Gilbert (nonostante l’aiuto che il giovane e anche lui talentuosissimo Remco Evenepoel aveva provato a dargli), e lo spagnolo Alejandro Valverde, campione mondiale nel 2018, che ha parlato di una «corsa da pazzi».

A 67 chilometri dall’arrivo si è formato in testa un duo di attaccanti formato dallo statunitense Lawson Craddock e dallo svizzero Stephen Küng, ai quali nei successivi chilometri di corsa si sono aggiunti il danese Mads Pedersen, l’olandese Mike Teunissen e l’italiano Gianni Moscon. Si trattava di gregari, mandati in fuga per farsi trovare nel miglior posto possibile per aiutare i propri capitani, nel caso in cui fossero stati a loro volta in grado di attaccare. A 34 chilometri dall’arrivo alcuni capitani si sono effettivamente mossi: Mathieu van der Poel ha attaccato su una breve salita e l’unico a tenergli testa è stato Matteo Trentin.

Teunissen, il gregario di van der Poel, aveva nel frattempo ceduto; e nessuno dei capitani di Pedersen era riuscito a tenere il ritmo di van der Poel e Trentin. La nuova situazione in testa al gruppo era quindi questa: due italiani, Moscon e Trentin; e poi van der Poel, Pedersen e Küng. L’Italia era nella posizione migliore, con due dei cinque corridori al comando di un gruppetto che guadagnava sempre più secondi sul gruppo principale. Il gruppetto guadagnava sempre più secondi anche perché alcuni altri italiani, rimasti dietro nel gruppo principale, facevano tutto il possibile – ovviamente nei limiti del regolamento – per rendere la vita complicata agli avversari che provavano a recuperare il distacco nei confronti dei fuggitivi.

Per l’Italia la situazione è migliorata ancora di più quando a circa 15 chilometri dall’arrivo il più forte di tutti, van der Poel, ha avuto una crisi (di fame, o di freddo, o “di testa”, o di tutte queste cose messe insieme) e si è staccato: «Stavo molto bene, poi il serbatoio si è improvvisamente svuotato», ha detto: «Non mi era mai successo prima, ma non avevo mai fatto una gara così lunga sotto la pioggia».

Poi si è staccato anche Moscon, gregario che si era sacrificato per Trentin. In testa restavano in tre e Trentin era il netto favorito, perché più veloce di tutti in volata. Ma, come ha scritto il sito di ciclismo The Inner Ring, «non è stato un giorno normale e quindi non è stata una volata normale; anzi, non è nemmeno stata una volata: più che altro si è trattato di un test per vedere chi aveva ancora un po’ di energie di riserva dopo uno sforzo di sei ore al freddo e sotto l’acqua». Trentin ci ha provato, ma Pedersen aveva un briciolo di energie in più e ha vinto. Trentin gli è arrivato poco dietro, Küng è arrivato terzo. Van der Poel è arrivato 43esimo, con più di dieci minuti di ritardo da quelli accanto ai quali pedalava fino a pochi chilometri prima.

Pedersen ha vinto con gran merito, in 6 ore e 27 minuti, con una media di poco superiore ai 40 chilometri orari. Era andato in fuga per farsi trovare pronto per aiutare i suoi capitani, ma loro non si sono fatti vedere e lui ha sfruttato la sua occasione.

Mads Pedersen (BEN STANSALL / AFP)

L’Italia, allenata da Davide Cassani, ha fatto una tattica perfetta: Moscon ha attaccato nel momento giusto, aspettando l’arrivo di Trentin, e staccandosi solo negli ultimissimi chilometri. Trentin è stato abile a non perdere mai la ruota di van der Poel e unico a saperlo seguire quando ha attaccato. Gli altri italiani, nel gruppo dietro, hanno fatto il loro lavoro di squadra nel miglior modo possibile, sacrificandosi per Trentin. Non è la prima volta che capita, tra l’altro: anche all’estero, gli appassionati di ciclismo parlano della nazionale italiana come della “Squadra” (così, in italiano anche loro) per come è quasi sempre solida, unita e tatticamente astuta.

Solo che alla fine ha vinto Pedersen, un corridore giovane e forte, che però in questa stagione non aveva ancora vinto nemmeno una gara. E quindi per tutte le gare del prossimo anno Pedersen indosserà l’ambita maglia iridata, che è bianca con i cinque colori della bandiera olimpica (e quindi nota anche come maglia arcobaleno), e Trentin ogni volta che la vedrà ripenserà al suo secondo posto. «Mi roderà», ha detto lui, «quando lo vedrò con quella maglia». Poi ha aggiunto:

«Ero lì che pensavo di fare la volata, sulla carta ero il più veloce ma alla fine sono stato battuto. In una gara così dura la carta non conta nulla. Pedersen è stato più forte, ha tenuto in salita e ha vinto alla grande»

Matteo Trentin (AP Photo/Manu Fernandez)

Cassani, il commissario tecnico, ha detto di aver pianto, per il secondo posto di Trentin, ma ha detto che «è stato meraviglioso vedere la squadra muoversi così» e ha aggiunto: «Non abbiamo vinto e quindi non è valso a nulla, ma gli azzurri sono stati davvero bravi».