Questo tempo è cominciato con “Video killed the radio star”

Storia di una canzone, di quello che era successo prima e quello che successe dopo il giorno in cui uscì, 40 anni fa oggi

di Luca Sofri

C’erano molte storie che precedevano il 7 settembre 1979 in cui uscì il 45 giri, e ci sarebbero state molte storie che lo avrebbero seguito. Quel giorno è la strozzatura della clessidra, quarant’anni fa.

La storia più grande è che anche se le cose vanno avanti per strappi, sfumature, passi avanti e indietro, accidenti, c’era un mondo fino alla fine degli anni Settanta, e ce ne sarebbe stato un altro dopo: per dire, internet c’era già, prima del 7 settembre 1979, ma cominciammo a saperlo poco dopo.

Ma la storia più grossa tra quelle raccontate qui è quella di Trevor Horn, che quest’anno ha compiuto settant’anni e allora ne aveva già trenta: un’età a cui i musicisti hanno già sfondato o non sfonderanno mai. Lui stava ancora in mezzo, molte collaborazioni, molti impegni di produzione e arrangiamento, una partecipazione in un grande e volatile successo, quello del singolo “Monkey Chop” di un dimenticato Dan-I (una cosa in un solco oggi imbarazzante, quello di “Disco Duck” e simili), su cui aveva lavorato alla produzione. Horn studiava e si incuriosiva alle novità nei suoni della musica da quando era bambino, e aveva un esteso giro di relazioni e collaborazioni: quelle più stabili in quel momento erano con Geoff Downes e Bruce Woolley, con cui volevano essere una band. Col secondo misero insieme i primi brandelli di questa canzone, che veniva da altre storie: dalla sensazione che in quel periodo le novità tecnologiche stessero cambiando tutto, da una specie di malinconia e nostalgia legata a questo, dalla lettura di J.G. Ballard, autore di inquietanti storie di fantascienza e cyberpunk. Una di queste, che Horn ha sempre detto avere ispirato la canzone, parla di un ragazzo addetto a far sparire ogni avanzo di musica da un mondo futuro che non ne ha più bisogno, che conosce una ormai inutile vecchia cantante lirica.

Downes collaborò a sistemare la canzone: a metà del 1979 Woolley, che aveva già un contratto, pubblicò un disco con una sua versione della canzone, che avevano intitolato “Video killed the radio star”, il verso del refrain. Non ebbe grandi attenzioni: Horn e Downes intanto avevano continuato a lavorarci, con un’ossessione creativa di Horn per l’invenzione dei suoni e lo sfruttamento di sintetizzatori e nuove tecnologie, e un’attitudine meticolosa allo sfruttamento di ogni opportunità di perfezionamento, che sarebbero stati i suoi caratteri leggendari nel mondo della musica negli anni successivi (di molti musicisti prodotti da Horn si è detto che lui li avesse praticamente eliminati). Ci mise due coriste, lavorò all’evoluzione dell’andamento, al suono insistente della batteria: intanto Downes perfezionava le melodie e gli accordi. I rapporti che già avevano nel mondo della musica li portarono infine a un contratto con la Island Records, casa discografica allora importantissima.

Avanti di due anni: alle storie che sarebbero venute dopo. Nel 1981 nacque MTV, una cosa epocale che diede un’accelerazione sensazionale a un cambiamento che sembrava letteralmente quello descritto dalla canzone due anni prima: “Video killed the radio star”. E MTV la scelse come prima canzone delle sue trasmissioni (l’avrebbe poi usata ancora in molti anniversari e celebrazioni). Nel frattempo Horn e Downes erano finiti a suonare nientemeno che negli Yes, band progressive di successo planetario, in sostituzione dei loro due membri fondatori più famosi. Horn li lascerà presto e diventerà il produttore più importante del pop britannico degli anni Ottanta, responsabile di una serie di successi lunghissima e di alcune invenzioni che sono diventate simboli di quel decennio di musica: da “Relax” e il fenomeno dei Frankie goes to Hollywood, al rilancio di Grace Jones con “Slave to the rhythm”, a “The look of love” e gli ABC, all’anomala creazione avanguardista/pop degli Art of Noise, alla costruzione di un’etichetta discografica che fu insieme think tank artistico, agenzia di comunicazione, e produzione di un brand di successo che prese il suo nome da un’idea di Filippo Tommaso Marinetti: Zang Tumb Tumb. E tantissime produzioni diverse di grande successo in un decennio in cui lo avrebbero voluto tutti.

Downes intanto restava con gli Yes, e poi ne inventava uno spin-off, la superband degli Asia: anacronistica per quel che stava succedendo alla musica, ma capace di tirarsi dietro un ricco seguito di vecchi fan del progressive. E restava nel giro dei tanti musicisti e creativi che erano diventati l’esteso gruppo di collaboratori di Horn, mentre intorno a loro il grande successo della canzone si andava spegnendo come una cosa un po’ kitsch e imbarazzante degli anni Ottanta vituperati, salvo poi risorgere appena quel periodo di imbarazzo finì e il decennio fu rivalutato e rimpianto a ondate successive, fino a quella attualissima di questi anni. Anni in cui le rivoluzioni tecnologiche stanno cambiando tutto, peraltro, e facendo sparire cose per sempre: se vi ricorda qualcosa.

I Buggles, il nome che Horn e Downes si erano dati quando avevano cominciato a lavorare con Woolley sulla canzone e su altre, erano durati poco: due dischi poco significativi, malgrado il successo grazie al traino della canzone, e qualcosa di salvabile nell’uno e nell’altro. Ma Trevor Horn aveva capito quasi subito che stare dietro alla musica era più il suo genere rispetto a stare davanti: lui racconta che lo convinse di questo sua moglie e la sua socia nel business della musica, Jill Sinclair. Nel 2006 loro figlio Aaron la colpì per sbaglio con un fucile ad aria compressa: lei è rimasta in coma e poi in stato vegetativo fino alla morte, nel 2014. Aveva partecipato a tutto quello che era stato il successo delle cose raccontate fin qui, da “Video killed the radio star” in poi.

La canzone era uscita il 7 settembre 1979, un 45 giri: raccontava una cosa triste, di perdita e nostalgia, ma con un andamento di grande allegria e leggerezza, e alla prima cosa fecero caso in pochi. Fece il botto immediatamente in mezzo mondo e finì per arrivare al primo posto delle classifiche di sedici paesi diversi, diventando il disco più venduto in Italia nel 1980 e il più venduto di sempre in Australia per i 27 anni successivi, tra le altre cose. Oltre che una delle canzoni più ricordate e rappresentative degli anni Ottanta, pur essendo uscita un attimo prima che cominciassero: nella strozzatura della clessidra, quarant’anni fa.

Le versioni di “Video killed the radio star” qui sopra sono rispettivamente quella di Anne Dudley – musicista degli Art of Noise – che ha fatto nel 2018 un disco di versioni per pianoforte dei pezzi della ZTT, quella rock dei The Presidents of the United States of America, del 1998, quella che Bruce Woolley rifece nel 2017 con Polly Scattergood. E quella dei Buggles del 1979.

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