Allevare i polpi è una buona idea?

Siamo sempre più vicini a riuscirci, ma ci sono valide ragioni per non farlo a partire dalla più semplice: possiamo farne a meno

Polpi in una pescheria di Sydney, Australia. (Brendon Thorne/Getty Images)
Polpi in una pescheria di Sydney, Australia. (Brendon Thorne/Getty Images)

Il polpo è uno degli animali marini più prelibati e direttamente associati alla buona cucina, eppure non fa parte della normale dieta di nessuna popolazione al mondo. È un piatto tradizionale di molti paesi e regioni, dal Mediterraneo al Giappone, ma non è un pilastro dell’alimentazione umana e nella maggior parte dei paesi in cui è consumato è considerato una prelibatezza, più che un componente fondamentale dell’apporto proteico quotidiano, com’è per esempio il pesce per milioni di persone sulla Terra.

Ma la richiesta di polpo per il consumo alimentare è in crescita: secondo la società di ricerche di mercato Technavio, aumenterà globalmente del 3 per cento nei prossimi quattro anni. La quantità di polpi pescati nel mondo aumentò di dieci volte nella seconda metà del Novecento, continuando a crescere fino al 2012 per poi cominciare a diminuire, assestandosi sulle circa 370mila tonnellate annue. Il polpo viene pescato con le cosiddette reti da posta, peraltro tra gli strumenti di pesca commerciale con il minore impatto ambientale: tutto il polpo che avete mangiato nella vostra vita arrivava da uno scoglio sul fondale del mare o dell’oceano, visto che l’uomo non è ancora riuscito ad allevarlo. Da decenni, però, ci sono diverse società e imprenditori che ci stanno provando, come ha raccontato di recente Time, e negli ultimi anni sembra che siano arrivati vicini a riuscirci. Qualcuno prevede che sarà possibile allevare i polpi nel giro di un paio d’anni, ma parallelamente è nato un dibattito su quanto sia una buona idea.

Come per molte altre specie marine, la popolazione globale di polpi è minacciata dalla pesca intensiva. Il Marocco, per esempio, era un tempo uno dei più grossi produttori di polpo al mondo, con quasi 100mila tonnellate annue nel 2000, più del doppio della quantità pescata dal secondo paese nella classifica, il Giappone. Quei ritmi si rivelarono però eccessivi, e nel 2004 la produzione crollò a meno di 20mila tonnellate; da allora si è leggermente ripresa per gli sforzi del governo di regolamentare il settore, ma si pensa che non tornerà mai ai livelli di un tempo.


La carne del polpo, tenera e gustosa e preparata in insalate, polpette, fritti e molti altri piatti, è diventata così richiesta soltanto negli ultimi anni. Oggi il principale produttore è la Cina, che nel 2014 ne pescò 120mila tonnellate, seguita a grande distanza da Giappone e Messico, che ne producono circa un quarto. Non ci sono ricerche esaurienti che permettano di stabilire con certezza quanto questi ritmi minaccino la popolazione mondiale di polpi, ma c’è consenso sul fatto che il rischio che il settore collassi ci sia, come del resto quello di molti altri pesci, molluschi e crostacei le cui riserve sono eccessivamente sfruttate dall’uomo. Per questo, c’è chi ritiene che la miglior strategia sia trovare un modo di allevare i polpi. Ma non è per niente facile.

Sappiamo infatti troppo poco dei polpi, di come nascono e di come crescono per riprodurre le condizioni adatte al loro ciclo vitale in laboratorio. Non abbiamo ancora completamente chiaro di quanta luce abbiano bisogno le uova nella fase di incubazione, quali temperature e correnti debbano caratterizzare l’acqua, come creare un habitat in cui i polpi appena nati possano sopravvivere alle delicate fasi iniziali del loro sviluppo. Nel tempo l’uomo ha comunque fatto molti esperimenti: cominciarono negli anni Sessanta, quando lo scienziato giapponese Kouzo Itami riuscì a far crescere fino allo stadio adulto 20 polpi, su 200 uova di partenza. Fu un successo, anche perché in natura il tasso di sopravvivenza è molto più basso: ma fu un risultato comunque insufficiente per rendere il processo commercialmente redditizio.


Dopo qualche decennio di tentativi sporadici e di scarso successo, nel 2004 una squadra di ricercatori spagnoli riuscì ad alzare questo tasso di sopravvivenza sopra il 30 per cento, rilevando che anche le minime variazioni nella temperatura dell’acqua, nella concentrazione di sale o di ossigeno, potevano risultare letali per i polpi. Negli ultimi anni i tassi di sopravvivenza sono stati ulteriormente migliorati, e c’è chi ritiene che nel giro di poco tempo uno dei diversi gruppi di ricercatori che stanno provando ad allevare i polpi, dal Messico al Giappone, possa perfezionare la formula adatta per arrivare a un tasso di sopravvivenza accettabile per cominciare a parlare di allevamenti commerciali.

Carlos Rosas, un biologo messicano che ha dedicato la sua vita alle ricerche per allevare i polpi, ha spiegato a Time che è l’unica strada per soddisfare la crescente richiesta mondiale senza decimare la popolazione di polpi che vivono nei mari e negli oceani del mondo. È lo stesso approccio adottato nel tempo con moltissime specie che un tempo venivano pescate in natura, dai gamberetti ai salmoni, e che negli ultimi anni ha fatto sì che il consumo mondiale di pesce allevato superasse il consumo di pesce pescato. Ma ci sono molte criticità in questo sistema. Per cominciare, è vero che l’allevamento intensivo di pesci ha ridotto la pressione sulle riserve ittiche dei mari e degli oceani, ma in molti casi ha creato nuovi problemi: gli allevamenti hanno spesso un enorme impatto ambientale, per la diffusione di malattie – che spesso si trasmettono anche al di fuori dell’allevamento – e per l’inquinamento marino prodotto.

Un altro aspetto spesso trascurato, poi, è che per nutrire i pesci allevati servono in molti casi grandi quantità di animali marini come piccoli crostacei, sardine e aringhe, che vanno pescate in mare. È per questo che, per esempio in quelli di salmoni, gli allevamenti di pesci consumano complessivamente più pesce (pescato) di quanto ne producano. Questo potrebbe valere anche per gli allevamenti di polpi, ha fatto notare un recente studio pubblicato sulla rivista scientifica Issues of Science, che ha elencato tutti i motivi noti per cui allevare i polpi non è una buona idea. Il rapporto di conversione tra i crostacei usati per nutrire i polpi e la carne prodotta sarebbe di tre a uno, secondo la ricerca.

Lo studio, condotto dalla professoressa di studi ambientali della New York University Jennifer Jacquet, ha spiegato in primo luogo che gli allevamenti di polpi potrebbero facilmente finire per aumentare la pesca di polpi in mare. Secondo Jacquet, infatti, l’uomo continuerà a pescarli in natura finché sarà conveniente farlo, e la diffusione di allevamenti porterà probabilmente a un’ulteriore diffusione e popolarità del consumo di polpo, innescando una specie di circolo vizioso. La facile reperibilità del polpo d’allevamento, in pratica, potrebbe renderlo sempre più un componente della dieta umana, e questo aumenterà la richiesta di polpo pescato, più prelibato e pregiato.

La tesi principale dello studio è che non c’è bisogno di innescare questa possibile catena di eventi, visto che i mercati in cui il polpo è più popolare, come il nord del Mediterraneo, il Giappone, la Corea del Sud, gli Stati Uniti, la Cina e l’Australia, non ne hanno davvero bisogno. È un discorso molto diverso rispetto alla pesca intensiva, una pratica con un impatto ambientale enorme e allarmante, ma che garantisce un apporto proteico per ora insostituibile a centinaia di milioni di persone che vivono nei paesi in via di sviluppo.


C’è poi un altro argomento contro l’allevamento di polpi, che si basa sulle cose che sappiamo sulla loro intelligenza. Nel tempo, vari studi scientifici hanno dimostrato che i polpi sono animali molto intelligenti, capaci di usare strumenti per nutrirsi, di risolvere problemi, di collaborare con altre specie, di riconoscere un altro membro della propria specie e di memorizzare a lungo tecniche e procedimenti relativamente complessi se necessari a sopravvivere. Addirittura certi studi hanno ipotizzato che siano dotati di una specie di rudimentale personalità individuale, come ha illustrato il libro Altre menti. Il polpo, il mare e le remote origini della coscienza, pubblicato di recente in Italia da Adelphi. Queste caratteristiche, secondo molti biologi, li rendono animali profondamente inadatti all’allevamento intensivo. Ne soffrirebbero certamente, insomma, mentre non si può ancora dire lo stesso dei pesci, sul cui grado di percezione del dolore c’è ancora abbondante disaccordo nella comunità scientifica.

Lo studio di Jacquet si conclude chiedendo che i governi e le organizzazioni internazionali agiscano da subito per fermare l’allevamento dei polpi prima che diventi una pratica consolidata, e che questo cambi le abitudini alimentari di milioni di persone innescando un processo irreversibile o quasi. È vero che l’allevamento intensivo di polpi non sarebbe, dal punto di vista etico, peggiore di quello di animali come maiali e mucche: anzi. Ma è anche vero che, a differenza dell’allevamento di suini e bovini, allevare polpi non è una cosa che l’uomo fa da diversi millenni: sarebbe quindi molto più facile rinunciarvi, soprattutto in tempi in cui la sostenibilità ambientale del cibo che consumiamo è diventato un tema importante del dibattito pubblico. È più o meno quello che ha concluso Jacquet: «Proviamo costantemente a ridimensionare problemi che abbiamo causato. Quello che stiamo provando a fare è fermare questo problema prima che cominci. Facciamo per una volta qualcosa di preventivo, invece di affrontare la questione tra quarant’anni».

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