(Scott Olson/Getty Images)
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  • domenica 25 agosto 2019

Trump può vincere di nuovo

Al contrario del 2016, una sua rielezione nel 2020 non sarebbe affatto una sorpresa: per ragioni di soldi, regole, cose fatte e avversari

(Scott Olson/Getty Images)

Donald Trump è uno dei presidenti meno popolari nella storia degli Stati Uniti, è inciampato in una serie di scandali e gaffe senza precedenti per un politico di alto livello, e la sua amministrazione è forse la più disfunzionale del Dopoguerra. Eppure Trump ha notevoli possibilità di essere rieletto nell’autunno del 2020, molte di più di quelle che aveva nel 2016. Nelle ultime settimane lo hanno riconosciuto diversi giornali statunitensi, che hanno anche messo in fila il perché. C’entrano soprattutto la legge elettorale statunitense, il consenso di Trump fra i Repubblicani, le migliorie nel suo comitato elettorale, e in parte anche le affollate primarie dei Democratici.

Un vantaggio elettorale
Facciamo un passo indietro. Negli Stati Uniti il compito di eleggere formalmente il presidente viene affidato ai cosiddetti “grandi elettori”, cioè persone incaricate dai propri partiti di indicare il capo della nuova amministrazione sulla base del risultato delle elezioni. I grandi elettori sono 538 e sono distribuiti sulla base della popolazione: gli stati più popolosi ne esprimono diverse decine ciascuno, quelli più piccoli meno di dieci.

Tutti insieme, i grandi elettori formano il cosiddetto collegio elettorale, istituito due secoli fa come una sorta di dispositivo di sicurezza, un tampone tra il voto popolare e l’effettiva elezione di un presidente che doveva evitare che un candidato inadeguato ottenesse il più importante incarico della politica statunitense. È un sistema piuttosto controintuitivo – non vince chi prende più voti in assoluto, come peraltro ha fatto Hillary Clinton nel 2016, ma chi riesce a esprimere il maggior numero di grandi elettori – e che condiziona ancora moltissimo la politica americana.

Nella stragrande maggioranza degli stati, il partito che raccoglie più voti in un certo stato ottiene la possibilità di esprimere tutti i grandi elettori; chi prende anche solo un voto in meno ottiene zero grandi elettori. Alle ultime elezioni presidenziali, Trump ha ottenuto in Michigan 2.279.543 voti, mentre la candidata Democratica Hillary Clinton 2.268.839, appena 11mila in meno: eppure tutti i 16 grandi elettori del Michigan sono stati espressi dai Repubblicani, e nel momento dell’elezione ufficiale del presidente hanno votato in maniera compatta per Trump.

Per via di questo meccanismo, gli stati popolosi in cui il consenso fra Repubblicani e Democratici è praticamente alla pari – i cosiddetti swing states – rivestono un’importanza enorme nell’elezione del presidente. Gli swing states più importanti sono Florida, Michigan, Arizona, North Carolina, Pennsylvania e Wisconsin. In tutti e sei gli stati le elezioni del 2016 sono state vinte da Trump, che in queste zone è rimasto piuttosto popolare. 

Negli stati della cosiddetta Rust Belt, per esempio, dove Trump è riuscito a conquistare i consensi di buona parte dei bianchi meno istruiti della classe media, il tasso di popolarità di Trump è in linea o leggermente più alto rispetto alla media nazionale, attualmente al 45,5 per cento fra gli elettori che hanno partecipato alle elezioni del 2018. In alcuni stati come l’Ohio o l’Indiana, da dove proviene il vicepresidente Mike Pence, è superiore al 50 per cento.

In generale il candidato o la candidata dei Democratici potrebbe ottenere complessivamente molti più voti di Trump – e probabilmente lo farà – ma per il momento l’aumento dei consensi per i Democratici sta avvenendo in zone poco influenti per le elezioni del 2020, cioè in stati già saldamente Democratici (come la California) oppure ancora troppo Repubblicani per diventare degli swing states, come il Texas. Per sperare di vincere le elezioni, insomma, i Democratici dovranno ottenere la maggioranza dei voti in almeno un paio dei sei swing states di cui parlavamo sopra.

Secondo NBC News, però, potrebbe non bastare: se i Democratici conservassero tutti gli stati vinti nel 2016 e riconquistassero Michigan e Pennsylvania ma senza riuscire a vincere in Arizona, Florida, North Carolina, Wisconsin, cioè gli altri grossi swing states vinti da Trump nel 2016, perderebbero comunque: 273 grandi elettori contro 265 (per vincere le elezioni ne servono 270).

In sintesi: per come è fatto il sistema elettorale americano, a Trump basterebbe conservare gli stati che storicamente votano per i Repubblicani e andare bene in alcuni swing states in cui vinse nel 2016, dove è rimasto piuttosto apprezzato. I Democratici dovrebbero invece conservare tutti gli stati vinti nel 2016, e conquistare almeno due o tre swing states dove Trump oggi è ancora popolare.

La sua popolarità
È vero che il tasso di approvazione di Trump è stato sempre piuttosto basso, e bilanciato da un importante tasso di disapprovazione (su base nazionale è arrivato al 54 per cento). Eppure oggi non è più così basso: al momento è al 42 per cento, contro il 43 che Barack Obama e Ronald Reagan avevano ottenuto più o meno in questo periodo, nella parte finale del loro primo mandato, prima di essere rieletti. Il motivo per cui Trump è praticamente certo di vincere in tutti gli stati tendenzialmente Repubblicani, e quindi di arrivare a giocarsela negli swing states, è che il suo tasso di popolarità nel suo partito è invece altissimo, stabilmente intorno al 90 per cento.

A molti Repubblicani piacciono un sacco di cose che ha fatto Trump: dalla nomina di centinaia di giudici saldamente conservatori, all’enorme taglio delle tasse alle imprese approvato due anni fa, fino ad arrivare alla proposta del muro col Messico. E all’interno del partito la sua popolarità non è stata minimamente scalfita dagli scandali e dalle gaffe che lo hanno coinvolto su base praticamente giornaliera: e dire che negli ultimi due anni si è scoperto, fra le altre cose, che ha evaso le tasse per decenni, pagato varie persone per non rivelare le sue relazioni extraconiugali, fatto pressioni per chiudere un’indagine federale sul suo conto, oltre ad aver stretto rapporti con alcuni dei leader autoritari più pericolosi del mondo.

«Trump è un oggetto conosciuto», fa notare l’Atlantic. «Dopo tre anni in cui i Democratici lo hanno attaccato – con buone ragioni – da ogni angolo possibile, è difficile immaginare che possano cambiare ciò che la maggior parte degli americani pensa di lui». A meno di enormi sorprese, insomma, difficilmente i suoi sostenitori lo abbandoneranno da qui al 2020.

L’economia
Nonostante i rischi concreti di una nuova recessione globale, potrebbe volerci parecchio tempo perché l’elettorato americano soffra o si accorga di un peggioramento delle proprie condizioni: gli Stati Uniti sono fra i paesi occidentali che sono usciti meglio dalla crisi, come Trump fa notare spesso, e secondo un sondaggio qualche mese fa il 56 per cento dei cittadini statunitensi approva l’operato di Trump in materia di economia.

Come ha fatto notare Nate Cohn, giornalista del New York Times esperto di sondaggi e statistica, è già capitato che il tasso di approvazione di un presidente uscente in un contesto economico favorevole sia aumentato a ridosso del voto. Se durante la campagna elettorale Trump riuscisse anche solo a conservare questi numeri, avrebbe persino la possibilità di convincere gli elettori indipendenti o indecisi che votano in base a fattori come l’andamento dell’economia.

Un nuovo comitato elettorale
Al contrario dello sgangherato comitato che lavorò all’elezione del 2016 per Donald Trump, formato soprattutto da amici e parenti e talmente disfunzionale che cambiò vertici più volte, quello del 2020 ha già ottenuto dei risultati notevoli. Il suo direttore, Brad Parscale, è un esperto di campagne sui social network ed è attivo da quasi un anno e mezzo. Il capo degli organizzatori della raccolta fondi Jack Oliver, ex direttore finanziario del comitato di George W. Bush, e ha già messo insieme una squadra composta da più di 400 collaboratori.

I primi dati sono molto incoraggianti. Nel 2016 Trump mise insieme 351 milioni di euro per la sua campagna elettorale da finanziatori grandi e piccoli. Oggi, anche grazie alla macchina elettorale del partito, ne ha ottenuti più di 100 solamente nel secondo trimestre del 2019. Soltanto nelle 24 ore successive al lancio ufficiale della sua campagna Trump ha ottenuto 24,8 milioni di dollari, una cifra apparentemente senza precedenti. Per fare un termine di paragone, Bernie Sanders – che dispone di un formidabile sistema di raccolta fondi – ne ha raccolti soltanto 6 nel giorno successivo all’annuncio ufficiale della sua ricandidatura alle primarie Democratiche.

Nel 202o il candidato dei Democratici, chiunque sia, dovrà insomma affrontare una macchina già in moto da due anni e piena di soldi.

La situazione dei Democratici
Il principale partito di centrosinistra ha già iniziato un lunghissimo tragitto di avvicinamento alle primarie per scegliere il candidato da opporre a Trump, che formalmente inizieranno nel febbraio del 2020. Al momento ci sono 21 candidati provenienti da tutto lo spettro della sinistra, e il timore di molti è che la competizione sarà così dura da provocare molti strascichi, soprattutto nella fase finale.

Inoltre, quando i candidati in ballo sono due, come accaduto nel 2016, tutto sommato non cambia niente: quando sono più di due diventa concreto il rischio di arrivare senza un vincitore fino alla convention, cioè l’evento ufficiale in cui il partito nomina ufficialmente il proprio candidato (in gergo si chiama open convention o contested convention). Quest’anno i rischi sono ancora maggiori per via di alcune modifiche al sistema delle primarie.

Il candidato dal partito viene scelto dai cosiddetti “delegati”, che vengono eletti stato per stato durante le elezioni primarie, un po’ come avviene con i grandi elettori e il presidente. A questo giro i due stati più grandi del paese – California e Texas – hanno deciso di anticipare le loro primarie al 3 marzo, il cosiddetto Super Tuesday, solo un mese dopo l’inizio delle primarie, quando è plausibile che quasi tutti i candidati siano ancora in corsa.

Vuol dire che il 36 per cento dei delegati in palio in totale sarà assegnato entro un mese dall’inizio delle primarie, col rischio che alla convention estiva si tenga una specie di “mercato” dei delegati tra accuse di trasformismo, corruzione e incoerenza: uno scenario che potrebbe indebolire e delegittimare il candidato Democratico.

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