Il primo ministro canadese Justin Trudeau, il 28 giugno 2019 (Kiyoshi Ota - Pool/Getty Images)
  • Mondo
  • domenica 18 agosto 2019

Vi ricordate il grande guaio in cui si era cacciato Trudeau?

È arrivato l'epilogo del caso SNC-Lavalin, ma non ci saranno grosse conseguenze: almeno fino alle elezioni di ottobre

Il primo ministro canadese Justin Trudeau, il 28 giugno 2019 (Kiyoshi Ota - Pool/Getty Images)

Nei primi mesi dell’anno sui giornali internazionali si era scritto a lungo di uno scandalo attorno al primo ministro canadese Justin Trudeau, che aveva messo in crisi la sua immagine di giovane e brillante leader di governo, speranza del progressismo mondiale. Questa settimana, dopo mesi in cui non se ne era più sostanzialmente parlato, è arrivato l’epilogo della vicenda con la diffusione dei risultati di un’indagine sulla condotta di Trudeau: è stato confermato che si è comportato scorrettamente, ma di fatto non ci saranno conseguenze, almeno fino alle prossime elezioni, che saranno il 21 ottobre.

Al centro dello scandalo c’erano le pressioni fatte da Trudeau e da altri membri del governo sull’allora procuratrice generale (che in Canada come negli Stati Uniti svolge sia la funzione di ministro della giustizia che quella di rappresentare la pubblica accusa) Jody Wilson-Raybould affinché, in un processo, favorisse una società del Québec che ha vecchi rapporti di amicizia con il Partito Liberale di Trudeau, la SNC-Lavalin. Dopo la pubblicazione di un’inchiesta basata su fonti anonime del quotidiano Globe & Mail, Wilson-Raybould, che nel frattempo si era dimessa, aveva parlato al Parlamento delle pressioni subite. A quel punto il Partito Conservatore aveva chiesto a Trudeau di dimettersi, cosa che il primo ministro si era rifiutato di fare sostenendo di non aver fatto nulla di sbagliato. Era quindi stata avviata un’indagine sulla sua condotta da Mario Dion, commissario per l’Etica dell’assemblea legislativa canadese. Mercoledì i risultati dell’indagine sono stati resi pubblici.

Secondo Dion, Trudeau andò contro le legge sul conflitto d’interesse canadese per favorire SNC-Lavalin, cercando di influenzare Wilson-Raybould «in molti modi», direttamente e attraverso i propri collaboratori. In particolare il primo ministro violò la parte della legge che proibisce chi ha un incarico pubblico di usare la propria posizione per cercare di influenzare una decisione per favorire gli interessi di una terza parte privata.

Trudeau non ha negato le conclusioni del rapporto di Dion, ma si è difeso sostenendo una cosa che aveva già detto a febbraio, e cioè che il suo scopo era evitare la perdita di posti di lavoro di cittadini canadesi. Se nel processo in questione fosse arrivata la condanna a SNC-Lavalin (che si occupa di approvvigionamento e costruzione in vari settori tra cui quelli minerari, energetici e petroliferi), non avrebbe potuto infatti partecipare a bandi pubblici per 10 anni, con gravi conseguenze sui propri dipendenti. Mercoledì Trudeau ha detto che si prende la responsabilità di «tutto ciò che è successo» che non avrebbe dovuto fare ciò che ha fatto ma che non intende scusarsi, avendo a suo dire agito nell’interesse dei canadesi.

Da quando Trudeau è primo ministro è la seconda volta che un commissario per l’Etica del Parlamento lo dichiara colpevole di essere andato contro le regole sul conflitto d’interesse: nel 2017 la precedente commissaria, Mary Dawson, aveva appurato che l’anno prima Trudeau aveva infranto le regole accettando alloggi per sé e la sua famiglia da persone impegnate in attività di lobbying durante una vacanza natalizia alle Bahamas. Come era già successo allora, Trudeau non subirà pene o sanzioni per il caso SNC-Lavalin, perché la legge sul conflitto d’interessi non lo prevede. Solo il primo ministro può decidere di prendere provvedimenti contro chi la infrange: in questi casi dovrebbe farlo contro se stesso.

Per Dion questa parte della legge sul conflitto d’interessi andrebbe rivista: già nel febbraio del 2018, un anno prima dello scandalo su SNC-Lavalin, aveva chiesto al Parlamento di cambiarla e di dargli più poteri per contrastare i comportamenti scorretti dei parlamentari.

In questi mesi oltre all’indagine di Dion ne è stata condotta un’altra sulla vicenda, commissionata dallo stesso Trudeau. Se ne è occupata l’ex ministra del Partito Liberale Anne McLellan e riguardava in particolare i problemi legati al fatto che in Canada il procuratore generale è sia ministro della Giustizia che capo della pubblica accusa: McLellan doveva stabilire se i due ruoli andassero separati. La sua conclusione è stata negativa, anche se ha suggerito alcuni piccoli cambiamenti nella gestione del potere giudiziario. Trudeau ha detto che si impegnerà a seguire le raccomandazioni.

Insomma, tutta la storia dello scandalo non ha portato grosse conseguenze per Trudeau, fatta eccezione per un calo nei sondaggi per il Partito Liberale. Dal 2015 e fino a febbraio il Partito Liberale era stato quasi sempre stato davanti al Partito Conservatore, mentre da allora è al secondo posto, anche se con un piccolo margine. Quasi due terzi dei canadesi disapprovano l’operato di Trudeau secondo i sondaggi pubblicati a metà luglio da IPSOS e dall’Istituto Angus Reid: la principale ragione di scontento è proprio lo scandalo di febbraio. Sulla base dei sondaggi più recenti c’è chi dice che il miglior risultato che Trudeau potrà ottenere alle elezioni di ottobre sarà un governo di minoranza; se il voto dovesse essere interpretato come un referendum sul primo ministro, il Partito Liberale potrebbe perdere le elezioni.

Abbonati al

Dal 2010 gli articoli del Post sono sempre stati gratuiti e accessibili a tutti, e lo resteranno: perché ogni lettore in più è una persona che sa delle cose in più, e migliora il mondo.

E dal 2010 il Post ha fatto molte cose ma vuole farne ancora, e di nuove.
Puoi darci una mano abbonandoti ai servizi tutti per te del Post. Per cominciare: la famosa newsletter quotidiana, il sito senza banner pubblicitari, la libertà di commentare gli articoli.

È un modo per aiutare, è un modo per avere ancora di più dal Post. È un modo per esserci, quando ci si conta.