(ANSA/GIUSEPPE LAMI)

Ma la proposta di Salvini è realizzabile?

Cioè sfiduciare Conte, approvare la riforma che taglia il numero dei parlamentari e andare subito a votare, in quest'ordine? C'è ampio dibattito tra i costituzionalisti

(ANSA/GIUSEPPE LAMI)

Ieri, durante l’agitata giornata politica al Senato, il segretario della Lega Matteo Salvini ha fatto una proposta sulla quale si stanno concentrando discussioni tra giornalisti, esperti di diritto e costituzionalisti. Per spiazzare il Movimento 5 Stelle e per provare a riprendere le redini della crisi politica in corso – che aveva aperto, ma che gli era sfuggita di mano quando sembrava stesse maturando la possibilità di un’alleanza tra PD e M5S per rinviare il voto – Salvini ha detto a sorpresa che la Lega è disposta a votare la riforma del taglio del numero di parlamentari, alla cui approvazione manca un solo voto alla Camera, chiedendo però che si vada a votare subito dopo.

Lì per lì, la proposta di Salvini è sembrata molto efficace dal punto di vista strategico, perché poteva potenzialmente smascherare un bluff del M5S, che nei giorni precedenti aveva insistito molto sulla necessità di approvare la riforma prima di far cadere il governo Conte, e che secondo molti avrebbe potuto usare come leva per formare un nuovo governo con il PD, escludendo Salvini dai giochi. Tra martedì sera e mercoledì mattina, però, gli interventi di diversi esperti hanno sollevato dei dubbi sulla fattibilità della proposta.

In parte questi dubbi riguardano l’aspetto costituzionale, in parte quello della procedura parlamentare, in parte quello dell’opportunità politica. Abbiamo messo in fila un po’ di spiegazioni e interpretazioni, da leggere avendo chiara una cosa: quello che propone Salvini – cambiare le dimensioni del Parlamento con una riforma costituzionale e andare a votare prima della promulgazione di quella stessa riforma – non ha precedenti nella storia repubblicana, e quindi manca un metro di paragone per capire come funziona di solito.

Per quanto riguarda l’aspetto costituzionale, poi, bisogna tenere presente che la Costituzione è soggetta a interpretazioni (i costituzionalisti e la Corte Costituzionale esistono per questo). Non c’è al momento una risposta netta alla domanda posta dal titolo di questo articolo, soltanto opinioni più o meno autorevoli: a decidere in un senso o nell’altro sarà eventualmente il presidente della Repubblica, che a seconda delle sue valutazioni potrebbe escludere delle ipotesi giudicandole non conformi alla Costituzione. Tenendo presente che c’è una grossa differenza tra quello che si può fare tecnicamente e quello che il presidente della Repubblica ritiene opportuno. Oltre al presidente della Repubblica, potrebbe poi dare la parola definitiva la Corte Costituzionale, qualora in futuro fosse chiamata a esprimersi.

Ma andiamo con ordine.

Legge costituzionale
La riforma che vorrebbe portare da 945 a 600 il numero dei parlamentari è una legge costituzionale, per cui è previsto – dall’articolo 138 della Costituzione – un iter ben preciso e diverso dalle leggi ordinarie. La riforma deve innanzitutto essere approvata due volte da ciascuna camera (“prima lettura” e “seconda lettura”). Per la riforma in questione manca solo un ultimo voto della Camera dei Deputati. Se nella terza e nella quarta votazione la riforma non è approvata da almeno due terzi dei deputati e dei senatori, la Costituzione prevede che dal giorno della sua approvazione cominci un periodo di tre mesi in cui 500mila elettori, cinque consigli regionali o un quinto dei membri di una Camera possano chiedere un referendum per confermarla. Se il referendum non viene chiesto, la legge viene promulgata ed entra ufficialmente in vigore alla scadenza dei 90 giorni. Altrimenti bisogna verificare la legittimità della richiesta, poi organizzare il referendum, e soltanto in seguito – se approvata dagli elettori, senza quorum – la riforma entra in vigore. Questo iter è imprescindibile.

Cosa vuole Salvini
Salvini dice: votiamo pure la riforma, approviamola, ma poi prendiamo atto della crisi politica, sciogliamo le camere e torniamo a votare a ottobre, al massimo a inizio novembre. L’iter della legge costituzionale, nell’idea di Salvini, procederebbe in modo parallelo: si aspetterebbero i tre mesi, eventualmente si organizzerebbe il referendum, e infine in caso fosse confermata dagli elettori si promulgherebbe la legge che taglia i parlamentari nel 2020 inoltrato. Nel frattempo, quest’autunno si andrebbe a votare per eleggere un Parlamento con il “vecchio” formato, che si insedierebbe normalmente. Il Parlamento “ridotto”, in caso di approvazione definitiva della legge costituzionale, verrebbe eletto secondo Salvini alle successive elezioni politiche.

Dove sono i problemi
Sorvoliamo sul fatto che a decidere se si torna a votare non è Salvini ma il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che farà le sue valutazioni sulla crisi politica in corso e valuterà se esistono altre maggioranze in Parlamento e se è il caso di andare a votare subito col rischio di compromettere l’approvazione della legge di bilancio. Anche ammettendo che Mattarella sia d’accordo, le cose sono più complicate di come le ha messe Salvini. Facciamo però due premesse: non si può andare a votare a ottobre o novembre con la nuova riforma costituzionale in vigore, quindi in ogni caso i parlamentari eletti sarebbero 945 e non 600, come del resto ha già detto Salvini; ci sono molti motivi politici per cui la strategia di Salvini potrebbe fallire, ma per ora consideriamo soltanto l’aspetto tecnico.

La chiave è che una legge costituzionale è una delle cose più grosse che possa fare un Parlamento, un momento importantissimo per la vita di uno Stato: per questo sono previsti lunghi e articolati iter prima della promulgazione ufficiale. Modificare la Costituzione è già di per sé una cosa molto delicata – lo dimostrò il dibattito sul referendum costituzionale voluto da Matteo Renzi – ma farlo forzando in qualche modo l’iter previsto è ancora più azzardato. E la proposta di Salvini prevede diverse forzature.

La prima riguarda i tre mesi previsti per la richiesta del referendum. Intanto sappiamo già che, se la riforma sarà approvata, sarà sicuramente prevista la possibilità di chiedere un referendum, visto che nella seconda lettura al Senato è stata votata da meno dei due terzi dell’aula. I tre mesi scattano nel momento in cui la legge conclude il suo iter parlamentare: facendo conto che sia giovedì 22 agosto, i tre mesi scadrebbero mercoledì 20 novembre. Ma se nel frattempo venissero sciolte le camere e si stabilisse la data delle elezioni, per esempio, al 27 ottobre, significherebbe che gli attuali parlamentari non avrebbero i tre mesi di tempo previsti dalla Costituzione per chiedere un referendum. Forse soltanto ipotizzando delle elezioni a inizio novembre, considerando che il nuovo parlamento si insedierebbe una ventina di giorni dopo, si rispetterebbe questa scadenza.

Una seconda questione riguarda i tempi in cui si svilupperà la crisi. La Lega vorrebbe votare la mozione di sfiducia a Conte prima della votazione della riforma alla Camera, Salvini lo ha detto ieri e lo ha ripetuto anche oggi. Vorrebbe dire che il governo sarebbe dimissionario al momento dell’approvazione definitiva di una legge costituzionale: si può fare? Il calendario dei lavori del Senato rimane lo stesso anche in caso di crisi di governo formalizzata? Questa non è una questione per costituzionalisti, quanto per esperti di regolamenti parlamentari.

Un ultimo problema: se anche si potesse fare come dice Salvini, vorrebbe dire che l’Italia avrebbe da metà novembre un nuovo Parlamento con 945 parlamentari, mentre dalla primavera del 2020 la Costituzione potrebbe essere definitivamente cambiata per prevedere soltanto 600 parlamentari. Il Parlamento eletto in autunno sarebbe formalmente legittimo, ma si porrebbe un problema di opportunità politica. Si può approvare una riforma costituzionale che cambierebbe drasticamente i due organi di uno dei tre poteri fondamentali dello Stato, e quasi contemporaneamente eleggere un Parlamento con il vecchio sistema? Formalmente sì, ma il fatto che questo procedimento rispetti il senso di una riforma costituzionale è quantomeno opinabile.

Cosa dicono gli esperti
Riguardo alla questione dei tre mesi di tempo concessi al Parlamento per chiedere il referendum, sono già emerse interpretazioni diverse. Sul Sole 24 Ore Francesco Clementi, professore di diritto pubblico comparato all’Università di Perugia ed esperto di Costituzione, ha scritto che la proposta di Salvini non funziona. Secondo Clementi, il periodo dei tre mesi «è un termine intangibile e perentorio, cioè non può essere in alcun modo ridotto». Secondo questa interpretazione, quindi, «non si può votare prima che sia esperito tutto l’iter fino all’indizione costituzionale previsto». Se si vota a ottobre, dice Clementi, quella della Camera sulla riforma costituzionale sarebbe «un’approvazione che decadrebbe nella legislatura successiva». Il taglio dei parlamentari non sarebbe quindi effettivo nemmeno per la legislatura successiva a quella cominciata in autunno. In questo scenario, l’unica possibilità per votare il prima possibile con l’attuale numero di parlamentari senza compromettere la validità della riforma per la successiva legislatura sarebbe «la primavera inoltrata del 2020» (e vorrebbe dire comunque votare prima del referendum costituzionale).

Il costituzionalista dell’Università di Firenze Carlo Fusaro ha spiegato al Post che innanzitutto si parla di «questioni di scuola», sostanzialmente di speculazioni accademiche. Il motivo principale, dice Fusaro, è che ai parlamentari servono pochi giorni per chiedere un referendum, a differenza degli elettori che devono raccogliere le firme. È quindi un problema teorico, anche se effettivamente esiste. Su Twitter, Fusaro ha scritto che secondo lui comunque si potrebbe in teoria andare a votar in autunno senza interrompere l’iter di approvazione definitiva della riforma. Secondo Fusaro, dopo l’approvazione alla Camera «l’iter parlamentare è concluso» e da quel punto «le camere non c’entrano più». Fusaro comunque ha aggiunto di non avere ancora certezze al riguardo.

Per quanto riguarda invece il secondo punto, quello dell’approvazione con un governo sfiduciato, lo stesso Luigi Di Maio lo aveva citato come elemento che rendeva impossibile il piano di Salvini: «Quando viene sfiduciato un governo, si paralizza anche l’attività parlamentare e si cancellano i calendari». Sempre Clementi ha convenuto con questa interpretazione, scrivendo che «è necessario che il voto parlamentare sulla riduzione sia con le Camere pienamente funzionanti lungo l’asse del rapporto fiduciario Governo-Parlamento».

Sull’ultimo punto, quello sul Parlamento eletto con 945 parlamentari mentre si approva la riforma che li riduce, si è espresso infine in un’intervista a Repubblica il costituzionalista Gaetano Azzariti. Ha spiegato che «formalmente la legislatura continuerebbe fino alla scadenza quinquennale, ma tutti i suoi atti, la stessa composizione politica emersa, sarebbero terremotate e ciò potrebbe costringere il capo dello Stato a sciogliere anticipatamente le Camere».

E quindi?
La risposta a tutte queste domande, come abbiamo visto, non esiste ancora: per ora siamo solo alle opinioni e alle interpretazioni. Ma se queste considerazioni non bastano a stabilire se la proposta di Salvini violerebbe la Costituzione, saranno comunque alla base della decisione che spetta in questi giorni a Mattarella. Oggi sul Corriere della Sera Marzio Breda, il più attendibile quirinalista italiano, ha scritto che Mattarella non ne vuole sapere di sciogliere le camere subito dopo l’approvazione della riforma costituzionale, e cambiare la Costituzione in una parte così fondamentale in modo così pasticciato. Addirittura Breda – considerato nell’ambiente quasi una diretta espressione di Mattarella – cita un virgolettato, non attribuito direttamente al presidente, che la definisce un’ipotesi che «non sta né in cielo né in terra».

È possibile, e anzi si potrebbe dire probabile, che anche se i problemi esposti finora non rendessero incostituzionale la riforma del numero dei parlamentari, la sola possibilità spinga Mattarella a scartare questa ipotesi. Breda la descrive come «una mossa istituzionalmente scorretta, oltre che sgrammaticata dal punto di vista degli equilibri tra poteri». Insomma: sembra che tutte queste forzature stiano convincendo o abbiano già convinto Mattarella a non validare l’iter proposto da Salvini. O si approva la riforma o si vota in autunno, insomma. Sempre che, ovviamente, Mattarella ritenga opportuno votare a fine ottobre, un’altra questione problematica per via della legge di bilancio.

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