(Alex Wong/Getty Images)
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  • martedì 6 Agosto 2019

Trump ha delle responsabilità per le stragi razziste?

Sui giornali americani si discute di che ruolo abbia la sua propaganda violenta e xenofoba in episodi come la sparatoria di El Paso

(Alex Wong/Getty Images)

Le gravi sparatorie avvenute nel weekend negli Stati Uniti, che hanno causato 31 morti tra El Paso in Texas e Dayton in Ohio, hanno riaperto il ciclico dibattito americano sul controllo sulle armi e sulle strategie adottate dalla polizia per individuare in anticipo i possibili attentatori. Sui giornali e sui social network però il tema più discusso è stato un altro, già affrontato nell’ultimo anno ma mai come oggi: c’è un legame tra le stragi razziste avvenute negli Stati Uniti negli ultimi mesi e la retorica del presidente degli Stati Uniti Donald Trump?

Patrick Crusius, il 21enne che ha ucciso 22 persone in un supermercato di El Paso (città al confine tra Texas e Messico), ha diffuso un manifesto pieno di contenuti razzisti, in cui parlava di “invasione” degli immigrati ispanici e se la prendeva con i Democratici per aver “aperto i confini”, e parlava di “rimandarli indietro”. Sono le stesse parole usate più volte da Trump nella sua propaganda sul muro al confine messicano e le espulsioni degli immigrati irregolari, come hanno notato in molti. Crusius era un suprematista bianco la cui attività su Twitter, secondo il sito Bellingcat che ne ha esaminato il profilo prima che venisse rimosso, dimostrava le sue simpatie politiche per Trump. Sui social network è circolata molto una foto che mostra una serie di mitragliatori disposti in modo da formare la scritta “Trump”: contrariamente a quanto scritto in giro non l’aveva scattata Crusius, che però aveva messo “mi piace”.

Le stragi o le sparatorie non sono certo una novità negli Stati Uniti, e non lo è nemmeno il terrorismo di destra, che colpì per esempio nell’attentato a Oklahoma City del 1995, facendo 168 morti, e in molte altre occasioni. Ma secondo molti il suprematismo bianco è diventato un’emergenza sociale soprattutto da quando Trump è al potere, un periodo durante il quale ci sono stati diversi attentati esplicitamente razzisti. Lo scorso ottobre un uomo fece una strage in una sinagoga di Pittsburgh, uccidendo 11 persone. L’attentatore, Robert Bowers, era a sua volta un suprematista bianco, neonazista e con idee antisemite, che aveva criticato online Trump per essere «troppo globalista». Ad aprile un 19enne suprematista bianco uccise una persona e ne ferì tre in una sinagoga di Powey, in California. Nel 2017, a Charlottesville in Virginia, un suprematista bianco investì una manifestante antifascista, uccidendola.

Episodi simili non sono un fenomeno esclusivamente statunitense, come dimostrano la strage di Christchurch, in Nuova Zelanda, o la tentata strage del neofascista Luca Traini a Macerata. E il suprematismo bianco non è ovviamente l’unico motivo dietro al terrorismo statunitense: l’attività sui social network dello sparatore di Dayton, per esempio, sembra collocarlo su posizioni politiche vagamente socialiste e antifasciste. Ma gli evidenti collegamenti tra molti episodi di violenza avvenuti recentemente negli Stati Uniti e la propaganda di Trump – che sull’immigrazione ha sempre usato un linguaggio duro al limite della violenza – hanno portato diversi opinionisti a interrogarsi su quale sia la relazione tra i due fenomeni.

Il direttore dell’Atlantic Jeffrey Goldberg ha identificato un momento preciso in cui, a suo avviso, Trump ha dato la sua «tacita approvazione all’uso della violenza contro i migranti». Lo scorso 8 maggio, durante un comizio in Florida, Trump stava parlando degli agenti di frontiera che presidiano il confine messicano, chiedendo retoricamente cosa potessero fare per fermare le carovane di migranti senza usare le armi. «Sparategli!» urlò un suo sostenitore dal pubblico, provocando le risate generali. Trump si interruppe, abbozzò un sorriso complice e dopo una pausa disse scherzando che soltanto in quel posto della Florida si poteva dire una cosa del genere. «Incoraggiò, col suo stile viscido, un po’ scherzando un po’ no, la normalizzazione della violenza», scrive Goldberg.

I giorni delle sparatorie, peraltro, sono coincisi con la condanna a vent’anni di carcere di Cesar Sayoc, un grande sostenitore di Trump che lo scorso ottobre inviò 16 pacchi bomba improvvisati ad altrettanti avversari e critici del presidente, da Hillary Clinton a Barack Obama a Robert De Niro. Tra gli obiettivi di Sayoc c’era anche la sede newyorkese della CNN, la tv via cavo oggetto di frequenti attacchi da parte di Trump: in quell’occasione in molti sostennero che i ripetuti e duri insulti di Trump ai media avessero avuto un ruolo nelle azioni di Sayoc.

Lunedì, dopo le sparatorie, Trump ha detto per la prima volta in modo esplicito che «All’unisono, il nostro paese deve condannare il razzismo, l’intolleranza e il suprematismo bianco». Non era scontato, visto che dopo gli scontri di Charlottesville disse che c’erano responsabilità «da entrambe le parti», e visto che in questi ultimi anni ha definito gli immigrati ispanici «animali», «criminali» e «stupratori». Il discorso, hanno notato in molti, è stato però pronunciato in modo freddo e robotico, leggendo da un gobbo e senza dimostrare una particolare convinzione. A un certo punto ha anche sbagliato a citare una delle città coinvolte – ha detto Toledo invece di Dayton – e poco dopo su Twitter è tornato a dare ai giornali la colpa delle stragi.

A lungo si è parlato di quanta responsabilità abbiano avuto i media conservatori nel dare corda a questa retorica di Trump. Dopo la sparatoria di El Paso, però, alcuni tra i principali giornali conservatori hanno preso posizioni nette contro il suprematismo bianco: la National Review l’ha definita un’ideologia malvagia da distruggere, mentre il Washington Examiner ha chiesto a Trump di «individuare e condannare il male del nazionalismo bianco».

Ross Douthat, editorialista del New York Times conservatore ma non trumpista, ha ipotizzato che il legame tra Trump e le stragi sia più complesso di come lo presentano in molti, ma non per questo meno preoccupante. Secondo Douthat «la retorica intollerante» di Trump «ha ovviamente un ruolo», e cita la candidata alle primarie Democratiche Marianne Williamson quando dice che «c’è davvero una forza psichica oscura generata dall’atteggiamento politico di Trump» che fin dalle sue origini, quando sosteneva che Barack Obama non fosse nato negli Stati Uniti, «ha costantemente incoraggiato e alimentato una forma febbrile e paranoica di estremismo di destra, e ha sdoganato idee tossiche e disumanizzanti». Secondo Douthat il collegamento tra Trump e i giovani uomini che compiono le stragi ha più a che fare con componenti personali che politiche: dipende dal «vuoto morale e dal profondo buco nero spirituale» che rappresenta, un elemento che accomuna il terrorismo dell’estrema destra a quello islamista.

Sempre sul New York Times, l’editorialista progressista Michelle Goldberg sostiene invece che Trump abbia anche responsabilità più concrete e dimostrabili di quelle legate alla sua retorica. Racconta come una decina di anni fa l’analista Daryl Johnson, che lavorava nell’antiterrorismo, avesse avvertito l’allora presidente Obama del pericolo rappresentato dal terrorismo di estrema destra. L’ipotesi generale era che la minaccia fosse maggiore sotto un presidente Democratico, e per di più afroamericano, e che con Trump sarebbe diminuita. La paranoia di un potenziale stragista, pensava Johnson, sarebbe stata calmata da una presidenza Repubblicana.

«Questo paradigma non regge quando il presidente stesso è un demagogo paranoico di estrema destra», scrive Goldberg. Mentre portava i temi e il linguaggio del nazionalismo bianco nella politica mainstream, l’amministrazione Trump ha allentato la pressione dell’antiterrorismo sull’estremismo razzista. Dave Gomez, un ex dirigente dell’FBI che si occupava di terrorismo, ha raccontato al Washington Post che l’agenzia è stata meno aggressiva di quanto avrebbe potuto con il terrorismo di destra, per ragioni politiche. «C’è della riluttanza tra gli agenti a portare avanti indagini che riguardano soggetti che il presidente percepisce come la sua base elettorale. Non c’è niente da guadagnarci per un agente dell’FBI».