(AP Photo/B.I. Sanders)
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  • venerdì 2 agosto 2019

Cosa fu il genocidio dei rom

Il 2 agosto in tutta Europa si ricorda uno dei meno noti tra gli stermini di massa del Novecento: 75 anni fa tremila rom furono soffocati in una sola notte

(AP Photo/B.I. Sanders)

Il 2 agosto del 1944 un gruppo di soldati e ausiliari delle SS circondò le baracche che nel campo di Auschwitz ospitavano le persone rom e sinti. Dopo aver vinto una breve resistenza, le guardie sospinsero quasi 3 mila persone, quasi tutti donne, anziani e bambini – gli uomini erano stati allontanati qualche settimana prima per evitare problemi – fino alla camera a gas numero 5 del campo, dove li fecero entrare, nudi, a forza di spinte, calci e pugni. Entro la mattina successiva erano stati tutti uccisi e i resti carbonizzati dei loro corpi sepolti in fretta nelle fosse comuni scavate intorno ai forni crematori del campo. Settantacinque anni dopo quel massacro, in tutto il mondo si celebra la giornata del ricordo del genocidio dei rom.

Nella loro lingua, i rom chiamano gli anni dello sterminio Porajmos, che significa “la distruzione”, oppure Samudaripen, che significa “tutti morti”. Non sapremo mai quanti furono i rom a essere uccisi: di sicuro furono centinaia di migliaia, più di un milione secondo le stime più ampie, circa 250 mila secondo quelle più conservative. Le persone rom furono uccise dal regime nazista con la complicità dei suoi alleati, tra cui spiccava l’Italia fascista che iniziò le sue persecuzioni anni prima che Adolf Hitler arrivasse al potere.

Anche se non ebbe precedenti nella sua brutalità, il Porajmos non fu improvviso e inaspettato, come non lo fu la Shoah. Come gli ebrei, anche i rom erano da secoli percepiti come una sorta di corpo “estraneo” e “diverso” dal resto degli europei, additati cinicamente dai leader politici e religiosi come causa dei mali delle comunità nelle quali si trovavano a passare (nel 2000 la Chiesa Cattolica chiese ufficialmente perdono per aver appoggiato le persecuzioni dei rom).

Mentre gli ebrei erano accusati di essere avidi usurai, i rom erano considerati truffatori, ladri e briganti: persone poco raccomandabili a causa del loro stile di vita vagabondo e irregolare. Diversi governanti del Medioevo e dell’età moderna cercarono di farli sparire, vietandogli per esempio di sposarsi tra di loro, con l’idea che costringendo le loro donne a sposare “buoni cristiani” si sarebbe arrivati a una naturale estinzione del gruppo. Oppure sottraendo loro i figli e assegnandoli ad altre famiglie, una pratica che ha avuto un curioso contraltare nella frequente accusa ai rom di rubare i bambini (anche alle famiglie ebree furono sotrattati per secoli i bambini e, nonostate questo, furono spesso accusati di essere loro a rubare i bambini dei “cristiani”).

Nell’Ottocento l’ostilità nei confronti dei rom venne in qualche modo temperata, almeno tra i ceti istruiti, grazie al fascino subìto dagli intellettuali romantici per le figure ai margini della società (così Victor Hugo poté rendere la gitana Esmeralda protagonista del romanzo Notre Dame e Giuseppe Verdi poteva assegnare ai rom, che chiama “zingari”, un ruolo tutto sommato positivo nella sua opera Il Trovatore). Ma alla fine del secolo, e poi sempre più nel corso dei primi anni del Novecento, il nazionalismo espasperato e la diffusione sempre più capillare del razzismo parascientifico segnarono l’inizio del periodo più difficile nella storia del popolo rom.

Persecuzioni e discriminazioni si diffusero in tutta Europa, anche nei paesi democratici, ma furono i regimi fascisti a portarle a un nuovo livello. Nelle Leggi di Norimberga del 1935, con cui il regime nazista stabiliva la persecuzione degli ebrei, i rom venivano privati della loro cittadinanza e del diritto di voto. Le deportazioni nei campi di concentramento cominciarono poco dopo, mentre con l’invasione dell’Europa Orientale alle squadre della morte delle SS (i cosiddetti “Einsatzgruppen”) fu dato l’ordine di radunare e assassinare, oltre agli ebrei e ai membri del Partito Comunista, anche tutti i rom che incontravano sulla loro strada.

Nel 1942 il capo delle SS Heinrich Himmler diede l’ordine di spostare tutti i rom dai campi di concentramento e dai ghetti ai campi di sterminio e di risolvere con il genocidio la Zigeunerfrage, il “problema degli zingari”. A soffrire di più furono i rom che abitavano nella penisola balcanica. Quasi centomila, secondo alcune stime, furono uccisi nella sola Jugoslavia dai nazisti o dal locale governo collaborazionista. Altre decine di migliaia furono uccise, lasciate morire di fame o deportate in Germania dai governi di Ungheria e Romania e dai funzionari nazisti che amministravano Cecoslovacchia e Polonia, mentre le squadre della morte SS uccidevano decine di migliaia di rom durante l’avanzata delle truppe naziste nelle immense steppe dell’Unione Sovietica.

Anche l’Italia fece la sua parte nella persecuzione dei rom, e la fece ancora prima dell’avvento al potere di Adolf Hitler. Già nel 1926 una circolare del ministero dell’Interno, di cui era titolare lo stesso Benito Mussolini, parlava della necessità di «epurare il territorio nazionale dalla presenza di zingari», accusati di essere individui criminali e asociali per «loro stessa natura». A partire dal 1938 le persecuzioni divennero sistematiche e si intensificarono ulteriormente dopo l’invasione della Jugoslavia, nel 1940, quando numerosi rom cercarono scampo in Italia dalle persecuzioni compiute dai nazionalisti sloveni e croati.

Anche se alcuni italiani, compresi alcuni funzionari pubblici, si comportarono nobilmente e cercarono di mettere in salvo più persone che potevano, le istituzioni approvarono e portarono avanti una persecuzione sistematica. Polizia e ministero dell’Interno non parlavano più di intenzioni future (“epurare il territorio”), ma ordinavano nel dettaglio come comportarsi immediatamente nei confronti della “razza” indesiderata. In un famoso documento inviato l’11 settembre del 1940 a tutti i questori e prefetti, il capo della polizia italiana ordinava di deportare immediatamente tutti i rom in località isolate e di sottoporli a sorveglianza speciale.

Il modello da seguire era quello dei campi di concentramento nazisti. Alcuni di questi campi probabilmente esistevano già da tempo, come il campo di Perdasedfogu in Sardegna, che sembra fosse attivo fin dal 1938. Su questo tema purtroppo la ricerca storica è ancora molto lacunosa e i campi di concentramento, i loro nomi, il numero di persone che vi erano detenute e le condizioni di vita al loro interno sono conosciute, ancora oggi, soprattutto per le testimonianze di chi ci è passato, più che per l’analisi accurata dei documenti dell’epoca. Sappiamo che furono creati almeno cinque campi di concentramento, mentre probabilmente prefetti e questori ne crearono molti altri, più piccoli e di fortuna, di cui non sono rimaste tracce o quasi. Dalle lettere e i racconti dei testimoni sappiamo che in alcuni campi le condizioni erano tutto sommato sopportabili, mentre in altri si moriva di fame o malattia.

Quando nel 1943 il regime fascista cadde, la maggior parte dei rom rinchiusi nel Centro e nel Sud del paese riuscì a sfuggire, ma per le migliaia tenuti prigionieri a Nord, come quelli detenuti nel campo di Greis vicino a Bolzano, la situazione si fece ancora peggiore. C’era poco cibo, nessuna disponibilità di cure mediche e il costante rischio di essere consegnati ai tedeschi. Sappiamo che la Repubblica di Salò, lo stato fantoccio nazista che aveva sostituito il regime fascista, consegnò o non si oppose al rastrellamento e all’invio in Germania di numerosi rom, anche se probabilmente non sapremo mai quanti esattamente. Alcuni di quelli che riuscirono a sopravvivere alle persecuzioni divennero partigiani. Dei dieci “martiri di Vicenza”, un gruppo di partigiani fucilati nel 1944, ben quattro erano di origine rom (i loro nomi erano Walter Catter, Lino Festini, Renato Mastini e Silvio Paina).

Dopo la fine della guerra, il destino che aveva tenuto uniti nelle persecuzioni ebrei e rom tornò a separarli. L’orrore dell’Olocausto rese politicamente intoccabile qualsiasi plateale accenno all’antisemitismo e rese impensabile l’introduzione di nuove forme di discriminazione legale nei confronti degli ebrei (da allora, anche quando l’antisemitismo è tornato a infiltrarsi nella vita politica, lo ha fatto in forme e modi in genere subdoli e meno visibili); per i rom invece le cose andarono diversamente. Il Porajmos, numericamente meno consistente della Shoah e meno studiato, rimane ancora oggi un evento sconosciuto a milioni di europei, mentre le discriminazioni, anche legali, nei confronti dei rom non sparirono mai completamente.

Nei regimi comunisti, per esempio, nonostante la promessa di eguaglianza tra tutti i cittadini, gran parte dei governi mantenne politiche segregazioniste e discriminatorie nei confronti dei rom, che rimasero per decenni soggetti a periodiche ondate di violenza, obbligati a frequentare scuole e ambienti diversi dal resto della popolazione.

Con l’allargamento a est dell’Unione Europea nei primi anni Duemila, migliaia di rom di nazionalità rumena e bulgara hanno potuto iniziare a viaggiare per l’Europa e moltissimi hanno scelto di abbandonare quei paesi dove vivevano da secoli sottoposti ad abusi e violenze. Spesso, però, il loro arrivo nell’Europa Occidente è stato accompagnato dalla rinascita di quegli stessi sentimenti da cui cercavano di fuggire, come si può toccare con mano ancora oggi in Italia come in gran parte del resto dell’Unione Europea.

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