Neymar e Kylian Mbappe del PSG durante un allenamento. (AP Photo/Michel Euler)
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  • giovedì 25 luglio 2019

Come la UEFA ha chiuso un occhio col Paris Saint-Germain

Il New York Times racconta come andò davvero l'indagine sulle violazioni finanziarie della potente squadra di calcio francese, insabbiata con una decisione sospetta

Neymar e Kylian Mbappe del PSG durante un allenamento. (AP Photo/Michel Euler)

Il New York Times dice di essere entrato in possesso di documenti che mostrano come gli investigatori della UEFA, l’organo di governo del calcio europeo, abbiano deciso di scagionare la squadra francese del Paris Saint-Germain (PSG) dalle accuse di aver violato i regolamenti finanziari che devono seguire i club europei. Questi documenti dicono, in sostanza, che l’indagine è stata praticamente insabbiata, seguendo una procedura quantomeno opaca e andando contro le indicazioni del capo della commissione che si occupa di queste sanzioni. L’articolo del New York Times sta facendo discutere nel mondo del calcio, perché sembra confermare un sospetto ormai piuttosto diffuso: che la UEFA non sia sempre interessata a far rispettare le regole del Fair Play Finanziario (FFP), e che riservi un trattamento di favore per alcuni club particolarmente potenti.

Il PSG è la più forte squadra francese, vincitore di sei degli ultimi sette campionati e da anni nella fase finale della Champions League. La squadra era in realtà poco più che mediocre fino al 2011, quando fu comprata dal Qatar Sports Investments, un fondo statale qatariota che investì centinaia di milioni di euro nel club portandolo rapidamente ai vertici del calcio europeo, in coincidenza con l’assegnazione dei Mondiali del 2022 al paese mediorientale. Anche se grandi risultati sportivi non si sono davvero visti – la squadra non ha mai superato i quarti di finale di Champions League, nella nuova gestione – il PSG è riuscito negli ultimi anni a comprare alcuni dei più forti calciatori al mondo. Il culmine di questo processo arrivò nell’estate del 2017, quando nel giro di pochi giorni il PSG portò a termine le due più costose operazioni della storia del calcio, quelle con cui acquistò Neymar e Kylian Mbappé per una cifra complessiva di quasi 400 milioni di euro.

Nel 2009 la Uefa introdusse il FFP, un regolamento che prevede che i club non possano spendere più di quanto guadagnano, se non per indebitamenti di pochi milioni di euro. La regola fu approvata per provare a contrastare la crescente disparità tra i più ricchi club europei e tutti gli altri, e per limitare l’indebitamento dai club ma soprattutto le sproporzionate campagne di calciomercato portate avanti negli anni da alcune squadre grazie a enormi finanziamenti privati. Nel tempo diversi club sono stati sanzionati per aver violato il FFP, con multe, blocchi al calciomercato ed esclusioni dalle competizioni europee, spesso attraverso patteggiamenti speciali tra le società e la UEFA. Lo scorso giugno, per esempio, il Milan è stato escluso dalle coppe europee per violazioni riscontrate nei bilanci societari dei trienni 2015-2017 e 2016-2018.

Ma se alcuni club europei sono stati sanzionati, altri che sono stati protagonisti di operazioni anche molto più imponenti e sospette non sono stati per ora puniti: primo fra tutti il PSG. Per giustificare i costosissimi acquisti degli ultimi anni, il club francese sostenne che erano stati resi possibili dalle sponsorizzazioni di alcune grosse società qatariote, come la compagnia telefonica Ooredoo, la Qatar National Bank e l’Autorità per il Turismo del Qatar. Il problema è che queste società sono collegate al fondo proprietario del PSG, e questo fece nascere subito il forte sospetto che quei contratti fossero in realtà grandi iniezioni di liquidità nelle casse del club, mascherate sotto forma di sponsorizzazioni riconducibili in realtà agli stessi proprietari.

Quelle operazioni finirono dunque sotto indagine della UEFA: Yves Leterme, ex primo ministro belga e investigatore finanziario della UEFA, commissionò allo studio Octagon Worldwide un’analisi dei contratti sospetti, che individuò il valore di mercato della sponsorizzazione dell’Autorità per il Turismo del Qatar a soli 5 milioni. Il PSG, invece, sosteneva che la somma versata al club fosse di 100 milioni, e commissionò un proprio studio alla società Nielsen, che confermò grossomodo quella valutazione. Leterme, scrive il New York Times, invece di richiedere un terzo studio decise unilateralmente di prendere per buona la valutazione di Nielsen.

Sulla base di quelle valutazioni, l’indagine condotta da Leterme scagionò il PSG dalle accuse: il PSG si era indebitato di soli 24 milioni di euro nel triennio oggetto delle indagini, appena sotto la soglia dei 30 milioni che avrebbe fatto scattare le sanzioni. Quando il fascicolo arrivò a José Narciso da Cunha Rodrigues, ex giudice portoghese a capo del comitato della UEFA che si occupa delle sanzioni, rimase incredulo, secondo il New York Times. Nel suo commento notò che in un caso Leterme aveva addirittura aumentato la stima fornita da Nielsen sulle sponsorizzazioni. Cunha rimandò indietro la pratica, contestando le stime e chiedendo che l’indagine fosse riaperta: «La decisione di chiudere il caso è evidentemente sbagliata», scrisse nel suo rapporto.

Il PSG, però, si appellò alla decisione di Cunha al Tribunale Arbitrale dello Sport (TAS), sostenendo che ci fosse un errore di procedura che sostanzialmente rendeva valida la decisione di Leterme. Cunha, disse il PSG, non aveva rispettato la scadenza di 10 giorni prevista per valutare i risultati dell’indagine. Cunha sostenne che la scadenza si riferiva ai giorni entro i quali cominciare la valutazione, che per la mole di lavoro doveva necessariamente richiedere più giorni. La UEFA però si schierò dalla parte del club francese, spiegando che il disaccordo tra Cunha e Leterme fosse la prova che i due organi di cui facevano parte erano indipendenti tra di loro.

Negli stessi giorni, anche il club turco del Galatasaray presentò un ricorso appellandosi alla stessa scadenza citata dal PSG. Anche in quel caso, la UEFA si schierò dalla parte della società, e il ricorso fu accolto. Pochi giorni dopo, fu accolto anche quello del PSG, e l’indagine sul club francese fu archiviata.

Il New York Times ha scritto che le nuove rivelazioni su come andò l’indagine «porteranno probabilmente a nuove attenzioni sugli stretti legami tra la proprietà qatariota del PSG e la UEFA». Il presidente del club francese, Nasser al-Khelaifi, fa infatti parte del comitato esecutivo della UEFA in qualità di rappresentante dei club europei, insieme al presidente della Juventus Andrea Agnelli. Ma è anche presidente di beIN Media Group, emittente qatariota che ha investito miliardi di euro per i diritti televisivi sul calcio europeo nei paesi arabi.

Le rivelazioni del New York Times stanno facendo discutere anche perché le manovre opache di cui è accusato il PSG sono molto simili a quelle contestate al Manchester City, club inglese di proprietà dell’Abu Dhabi United Group, fondo di proprietà di un membro della famiglia reale di Abu Dhabi nonché fratello del presidente degli Emirati Arabi Uniti. Il City è attualmente sotto indagine da parte della UEFA: i risultati erano attesi per giugno, ma devono ancora essere diffusi. La sentenza sul Manchester City, le cui operazioni sospette erano state rese pubbliche dai documenti segreti noti come Football Leaks, è ritenuta particolarmente importante. Anche alla luce delle rivelazioni sul PSG, dal modo in cui la UEFA gestirà la vicenda potrebbe infatti dipendere buona parte della credibilità del Fair Play Finanziario. Secondo qualcuno, infatti, è una delle ultime possibilità per la UEFA di dimostrare di voler applicare il regolamento.

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