Raffaella Manieri in allenamento con il Milan al Centro Sportivo Vismara (LaPresse/Spada)
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  • giovedì 25 luglio 2019

Cosa vuol dire che le calciatrici italiane non sono “professioniste”

E perché la FIGC vuole sfruttare l'entusiasmo del momento per cambiare le cose

Raffaella Manieri in allenamento con il Milan al Centro Sportivo Vismara (LaPresse/Spada)

Secondo le rilevazioni raccolte da una ricerca di mercato realizzata da StageUP e Ipsos, in Italia circa 24,9 milioni di persone si sono interessate in qualche modo ai Mondiali di calcio femminili disputati in Francia dal 7 giugno al 7 luglio. Nel corso del torneo, per la prima volta nella storia della televisione italiana, una partita di calcio femminile è stata trasmessa su Rai 1: Italia-Brasile del 18 giugno non è stata solo la partita di calcio femminile più vista di sempre in Italia, ma è stata anche la cosa più vista in assoluto quella sera in televisione con 6,5 milioni di spettatori e il 29,3 per cento di share. Contando anche i dati di Sky Sport, il numero complessivo di telespettatori di Italia-Brasile ha superato i 7 milioni.

L’interesse generato dal calcio femminile in Italia ha raggiunto il suo picco quest’estate grazie alla proposta televisiva offerta da Rai e Sky in occasione dei Mondiali, la quale ha rispecchiato la domanda sempre più crescente nei confronti di un movimento con un grande potenziale ma ancora dilettantesco, giovane e strutturalmente fragile. Le ottime prestazioni dell’Italia nel torneo sono servite poi ad avvicinare un numero ancora maggiore di spettatori e ad aumentare l’entusiasmo: la qualificazione ai quarti di finale è stato di fatto il miglior risultato ottenuto dalle donne nella fase finale di un Mondiale, peraltro dopo vent’anni di assenza.

Difficilmente però ci potrà essere un netto salto di qualità del campionato femminile italiano senza il riconoscimento in tempi abbastanza rapidi dello status professionistico. Come in tanti altri paesi europei con un campionato regolamentare organizzato dalla federazione, anche le calciatrici italiane, dalla Serie A in giù, non hanno dei veri e propri contratti e non possono nemmeno averli, perché sono inquadrate come dilettanti. Per le dilettanti è quindi esclusa ogni forma di lavoro autonomo e subordinato: i rapporti con le società sono definiti da vincoli e accordi economici minori che raramente superano la durata annuale.

Rispetto a qualche anno fa, l’ingresso dei club professionistici maschili nel campionato di Serie A femminile ha migliorato le condizioni delle calciatrici con l’introduzione di indennizzi e rimborsi, ma queste continuano pur sempre a svolgere di fatto un lavoro a tempo pieno senza contratti di lavoro che garantiscano retribuzioni mensili, compensi previdenziali, tutele assicurative e contrattazioni collettive.

Andrea Barzagli, Cecilia Salvai, Sara Gama e Giorgio Chiellini della Juventus (Tullio M. Puglia/Getty Images)

Il professionismo sportivo italiano è regolato dalla legge 91/1981, che nel suo secondo articolo recita: «Ai fini dell’applicazione della presente legge, sono sportivi professionisti gli atleti, gli allenatori, i direttori tecnico-sportivi e i preparatori che esercitano l’attività sportiva a titolo oneroso con carattere di continuità nell’ambito delle discipline regolamentate dal CONI e che conseguono la qualificazione dalle federazioni sportive nazionali, secondo le norme emanate dalle federazioni stesse, con l’osservanza delle direttive stabilite dal CONI per la distinzione dell’attività dilettantistica da quella professionistica».

Il riconoscimento del professionismo, ovvero la scelta di aderire o meno al settore professionistico e al Comitato Olimpico Nazionale Italiano, viene quindi rimandato alle singole federazioni. Il calcio femminile è recentemente passato dalla gestione della Lega Nazionale Dilettanti alla Federazione Italiana Giuoco Calcio, cosa che ora favorirebbe l’ingresso nel professionismo. Il presidente federale Gabriele Gravina è dello stesso parere: durante il Mondiale in Francia ha detto di essere già al lavoro perché questo accada, anche se ci vorrà del tempo, dato che il professionismo richiede il raggiungimento di una sostenibilità economica diffusa tra squadre e campionati. Creerebbe infatti una vera e propria professione a norma di legge, e di conseguenza presenterebbe più costi e più impegni da sostenere per i club.

Gravina starebbe pensando a degli sgravi fiscali per ridurre l’impatto: «In tempi non sospetti abbiamo suggerito una proposta che consentirebbe alle società di calcio femminile, così come per il primo livello del professionismo maschile, di attutire l’impatto dei costi del professionismo, beneficiando di un credito d’imposta da reinvestire nel settore giovanile e nelle infrastrutture».

L’ingresso dei club maschili nei campionati femminili italiani ha aumentato l’interesse, così come gli sponsor e i contratti televisivi. La FIGC stanzia 3,5 milioni annuali per sostenere il movimento. Tuttavia il campionato di Serie A è formato ancora da diverse piccole società dilettantistiche che probabilmente non riuscirebbero a reggere l’impatto dei nuovi costi, come si è visto nei recenti casi dall’Atalanta Mozzanica e del Chievo Verona Valpolicella, due squadre che hanno rinunciato a partecipare alla prossima Serie A dopo che le loro società maschili di riferimento — l’Atalanta e il Chievo — hanno deciso di ritirare i loro investimenti.

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