• domenica 14 Luglio 2019

E se qualcosa fosse andato storto?

C'era un piano pronto per essere eseguito – "In caso di disastro lunare" – se fosse stato necessario lasciare Armstrong e Aldrin a morire sulla Luna

di Susanna Guidi

Nel 1999 Jim Mann pubblicò sul Los Angeles Times “The Story of a Tragedy That Was Not to Be”, un articolo in cui raccontava di aver scoperto per caso negli Archivi Nazionali statunitensi il piano di emergenza preparato dall’amministrazione guidata da Richard Nixon da attuare se qualcosa fosse andato storto nella missione lunare dell’Apollo 11. Due anni prima c’era stato infatti il disastro dell’Apollo 1, quando durante un’esercitazione aerospaziale i tre membri dell’equipaggio morirono in un incendio sviluppato nella navicella. Lo stesso Neil Armstrong, il comandante dell’Apollo 11, aveva detto che le probabilità di riuscita dell’allunaggio erano del 50 per cento, dunque piuttosto basse. Alla fine la missione fu un successo, ma l’ipotesi di un fallimento era stata presa in considerazione molto seriamente sia dai membri dell’Apollo 11 che dal governo statunitense.

Insieme a Neil Armstrong, alla missione parteciparono anche gli astronauti Buzz Aldrin, che fu il secondo uomo a mettere piede sulla Luna, e Michael Collins, l’unico che non calpestò il suolo lunare. I tre avevano il compito di svolgere una missione molto complessa e quindi molto pericolosa. Uno dei momenti più critici era la ripartenza del modulo lunare, che doveva avvicinarsi al modulo di comando per permettere il ricongiungimento degli astronauti. Nessuno prima di allora aveva acceso i motori di un veicolo spaziale su un corpo celeste che non fosse la Terra: moltissimi alla NASA e alla Casa Bianca dubitavano della riuscita del ricongiungimento degli astronauti, e temevano che Aldrin e Armstrong potessero restare sulla Luna.

Il modulo lunare Eagle (LEM) con a bordo Aldrin e Armstrong e il modulo di comando Columbia guidato da Collins si divisero poche ore prima dell’allunaggio: soltanto l’Eagle sarebbe sceso sulla Luna. Dopo 21 ore passate sulla superficie lunare, Aldrin e Armstrong dovevano ripartire per ricongiungersi con Collins sul Columbia e poi tornare tutti insieme sulla Terra. L’opinione pubblica seguì con grande entusiasmo l’allunaggio, pensando che i primi passi sulla Luna di Armstrong e Aldrin volessero dire che la missione era compiuta, ma ancora in quel momento i rischi erano moltissimi. Per questo era stato preparato un piano che, se qualcosa fosse andato storto, avrebbe permesso al presidente Nixon di informare il paese e di commemorare le vittime.

Il piano di emergenza era stato chiamato “In Case of Moon Disaster” (“In caso di disastro lunare”). Nel caso in cui gli astronauti non potessero essere riportati sulla Terra, prevedeva innanzitutto la «chiusura dei canali di comunicazione» con il modulo lunare da parte del centro di controllo a Houston. Collins avrebbe dovuto quindi interrompere il collegamento con Armstrong e Aldrin, abbandonandoli alla morte per inedia o lasciando che si suicidassero.

Secondo il piano scoperto da Mann, Nixon avrebbe dovuto poi telefonare alle compagne degli astronauti per porgere loro le condoglianze. Sarebbe stata organizzata successivamente una cerimonia funebre sul modello delle sepolture in mare, in cui un sacerdote avrebbe raccomandato «le anime [delle vittime] alla profondità più profonda».

Nixon avrebbe poi pronunciato un discorso che era stato già preparato. «Il destino ha voluto che gli uomini andati sulla Luna per esplorare in pace rimangano sulla Luna per riposare in pace», avrebbe detto il presidente statunitense. «Nella loro esplorazione hanno fatto sì che i popoli di tutto il mondo si sentissero come uno solo; nel loro sacrificio consolidano ulteriormente la fratellanza dell’umanità. In tempi antichi gli uomini guardavano le stelle e vedevano i loro eroi nelle costellazioni. In tempi moderni facciamo la stessa cosa, ma i nostri eroi sono uomini in carne e ossa». Nella conclusione del discorso c’era una citazione del Soldato di Rupert Brooke, poeta morto nella Prima guerra mondiale: «Che qualunque essere umano che guarderà la Luna durante le notti a venire sappia che c’è un angolo in un altro mondo che apparterrà per sempre al genere umano».

Dopo le rivelazioni di Mann, l’allora speechwriter di Nixon, William Safire, venne intervistato nel 1999 da Tim Russert a Meet the Press, un famoso programma televisivo statunitense di NBC. Safire raccontò di una conversazione avuta un mese prima del lancio di Apollo 11 con Frank Borman, che all’epoca era ufficiale di collegamento tra la NASA e la Casa Bianca, in cui gli chiedeva di «preparare un’alternativa per il presidente nel caso di incidenti». Safire raccontò che sul momento non aveva capito, e Borman con tono meno formale gli disse: «Per esempio cosa fare con le vedove». Il discorso fu inviato il 18 luglio 1969 a Henry Robbins Haldeman, capo di gabinetto dell’amministrazione Nixon: anche lui aveva fatto pressioni su Safire perché preparasse un piano B.

Nel 1999 Safire scrisse sul New York Times che il successo dell’Apollo 11 contribuì per molto tempo a far sottovalutare i rischi delle missioni spaziali, almeno fino a quando tutto il mondo non vide in diretta l’esplosione dello Space Shuttle Challenger, che nel 1986 restò in volo solo 73 secondi, prima di esplodere a causa di un danno a una guarnizione del razzo. Nell’incidente morirono i sette membri dell’equipaggio.

La speechwriter dell’allora presidente statunitense Ronald Reagan, Peggy Noonan, non aveva preparato alcun discorso che si potesse usare ufficialmente in caso di catastrofe. Finì per prepararne in fretta uno che citava il sonetto High Flight di James Gillespie Magee, dicendo che gli astronauti «erano fuggiti dall’aspra superficie terrestre per toccare il volto di Dio».

Questo e gli altri articoli della sezione Come andammo sulla Luna sono un progetto del workshop di giornalismo 2019 del Post con la Fondazione Peccioliper, pensato e completato dagli studenti del workshop.

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