Anche in Italia stiamo provando un metodo innovativo per ridurre i senzatetto

Il promettente metodo "housing first" viene applicato con buoni risultati anche qui da noi

di Luca Misculin

(ANSA/ ANGELO CARCONI)
(ANSA/ ANGELO CARCONI)

In Italia il numero delle persone senzatetto è stabile ormai da qualche anno: secondo le stime più recenti dell’ISTAT sono circa 50mila. Nonostante i numeri siano piuttosto contenuti e i casi quasi tutti noti agli enti locali, alle autorità o alle associazioni, fino a qualche anno fa non esisteva, né in Italia, né altrove, uno strumento generale per reinserire queste persone nella società. Le ragioni che spingono un uomo a vivere per strada sono talmente tante e varie, spiegano gli operatori che lavorano coi senzatetto, che per essere risolto ogni caso ha bisogno di moltissime attenzioni, che spesso il sistema non riesce a garantirgli.

Da qualche anno però esiste un metodo che sta riscuotendo qualche successo: si chiama housing first ed è stato scelto da decine di associazioni, anche in Italia, con risultati incoraggianti.

L’idea alla base dello housing first è piuttosto semplice: ogni percorso di reintegro del senzatetto nella società deve partire dall’assegnazione di una casa in cui vivere, da solo o con alcuni coinquilini, senza particolari prerequisiti e naturalmente senza pagare l’affitto. Mentre nei tradizionali metodi di reinserimento nella società sono previsti degli step e delle ricompense da “guadagnare” – in cui la casa è una delle tappe, spesso una delle ultime – nello housing first la prospettiva è ribaltata: la casa è la premessa essenziale su cui fondare l’intero percorso. L’idea è che la persona seguita diventi progressivamente più autonoma, e che col tempo diventi sempre più semplice occuparsi di lui fino alla completa indipendenza: ma che questo processo non possa nemmeno iniziare se la persona non ha una casa.

«La casa è una grande risorsa», spiega Costantina Regazzo, direttrice dei servizi di Progetto Arca, una delle più importanti onlus che lavorano a Milano e fra le prime a sperimentare progetti di housing first. «Prima di tutto consente di mantenere nei vincoli delle regole una socializzazione maggiore: chi ha figli e può incontrarli non lo fa perché non può certo portarli in dormitorio. E poi della propria casa ci si deve occupare: va tenuta pulita e in ordine, va fatta la spesa, tutte le responsabilità che si perdono nelle grandi strutture». La casa serve anche, più banalmente, per avere un domicilio e ottenere un medico di base e un tetto per ripararsi durante un temporale o un inverno particolarmente rigido: tutte cose che chi vive per strada considera come un privilegio.

L’approccio dello housing first si basa su premesse elaborate più di trent’anni fa negli Stati Uniti, molte delle quali sono emerse in negativo dall’esperienza dei grandi centri per i senzatetto, ancora oggi la soluzione più praticata dalle grandi città occidentali per occuparsi del problema. Nei centri delle grandi città gli ospiti possono rimanere solo durante la notte, gli operatori non hanno possibilità di seguirli se non a singhiozzo, e le relazioni interpersonali sono complicate dal fatto che i senzatetto sono costretti a contendersi alcuni dei servizi più ambiti.

In Finlandia, dove i primi progetti di housing first partirono nel 2007, quattro persone – un sociologo, un medico, un politico e un vescovo – individuarono nel dettaglio i problemi di questo approccio in un rapporto intitolato Nimi Ovessa (“il tuo nome sulla porta”). Juha Kaakinen, uno dei primi a occuparsi del progetto, ha raccontato qualche tempo fa al Guardian: «Era chiaro che il vecchio sistema non andava bene, e che serviva un cambiamento radicale. Dovevamo sbarazzarci dei rifugi notturni e degli ostelli». Secondo Kaakinen tutte le soluzioni temporanee per accogliere i senzatetto sono utili ma fanno poco per cambiare la situazione nel medio-lungo termine.

Il piano housing first esiste dal 2008 e ha creato circa 3.500 nuove abitazioni, che hanno permesso alla Finlandia di far scendere del 35 per cento il numero dei suoi senzatetto e a Helsinki di diventare, come ha scritto BBC News in un recente articolo, «la città che non ha senzatetto per strada».

In Italia al momento è attiva una cinquantina di progetti housing first, tutti aperti negli ultimi anni e sparsi in maniera omogenea sul territorio: Bergamo, Padova, Pisa, Torino, Milano e diverse città della Sicilia. In tutto sono coinvolti circa 400 ospiti. Buona parte dei progetti sono gestiti da associazioni che aderiscono alla rete Housing First Italia, nata nel 2014 su iniziativa della Federazione Italiana Organismi per le Persone Senza Dimora (fio.PSD), e finanziati con bandi pubblici: solo così le associazioni riescono a procurarsi una casa o una serie di case da destinare ai progetti.

Negli ultimi tempi è stato fatto un passaggio ulteriore: le esperienze di Housing First Italia da due anni sono monitorate da un gruppo di studiosi che spera di ottenere qualche dato concreto per quantificare i benefici dell’iniziativa – al momento visibili soltanto agli operatori – e diffonderla in tutto il paese.

Caterina Cortese, che coordina gli esperti che stanno tenendo d’occhio i progetti, spiega che al momento sono 21 e che i risultati sono generalmente molto positivi: chi riceve una casa in media riduce drasticamente il consumo di alcol o droghe e, secondo alcuni dati che Cortese pubblicherà in un report entro l’estate, il numero delle persone che hanno un lavoro dopo essere uscite da un progetto di housing first è doppio rispetto a quelle che ce l’avevano quando sono entrate. Per non parlare poi di quelli che riescono a pagarsi da soli la casa che gli è stata assegnata. «Si è visto che col tempo la persona, se accompagnata nel programma, riesce a mantenere l’abitazione: perché riacquisisce un’identità, diritti, la residenza, e trova più facilmente un lavoro», spiega Cortese. Anche per i progetti dello housing first esiste un limite temporale, ma di solito è più lungo rispetto ai percorsi più tradizionali, e dura diversi mesi o addirittura degli anni.

«Ogni paese europeo ha la propria tipologia di homelesseness, di persone che perdono tutto e finiscono in strada», racconta Cortese: «c’è chi ha problemi con i giovani legati alla dipendenza, come per esempio avviene nel Regno Unito e nei Paesi Bassi, e c’è chi – succede ad esempio a Lisbona – ha dei profili di maschio adulto con problemi di gravi disordini mentali. Ognuno ha tarato i progetti di housing first sul proprio contesto».

In Italia, spiega Cortese, «il profilo prevalente è la persona senza dimora sola, maschio, italiano, che ha perso il lavoro, ha perso la casa e ha tanti anni di strada alle spalle, con cui i servizi tradizionali hanno fallito». In effetti molte delle storie condivise dal Progetto Arca, che a Milano gestisce 94 appartamenti fra cui alcuni destinati allo housing first, rientrano in questo profilo.

Filippo, un uomo sulla settantina di origine siciliana, viveva per strada da quando un incendio aveva distrutto il food truck con cui sperava di vendere panini e bibite fuori dallo stadio di San Siro. Perso il lavoro, fu sfrattato e finì per strada, dove ha passato undici anni: dormiva soprattutto in piazza Duomo, non lontano dal Museo del Novecento. Ha ricevuto una casa dal Progetto Arca il 5 gennaio di quest’anno. «Per la prima settimana mi sono sentito disorientato», ha raccontato agli operatori. «Non ci potevo credere. Quando hai un letto, un bagno tuo, il frigo e la lavatrice, una cucina dove ti prepari quello che vuoi e la televisione a tenerti un po’ di compagnia, cosa puoi pretendere di più?».

Anche Gianfranco si è ritrovato per strada dopo aver perso il lavoro da guardia giurata, a Sesto San Giovanni: Progetto Arca lo ha individuato dopo un grave malore cardiaco, e pochi mesi fa gli ha dato un appartamento in zona Dergano. Gianfranco convive insieme ad altri sei uomini e condivide la stanza con Mohamed, l’ospite più giovane nonché l’unico straniero: «È bravo, andiamo d’accordo e parliamo di tutto anche se ci passiamo quarant’anni di differenza. E poi è interista come me», ha raccontato agli operatori.

Cortese ammette che lo housing first non è per tutti: «Ci sono persone che hanno dietro storie pazzesche, e non è facile». Alcuni degli ospiti a cui è stato proposto il progetto «non riescono a sentirsi pronti e responsabili rispetto agli impegni». Altri invece «non riescono a stare da sole a casa per via di fobie», infine altri hanno semplicemente una ricaduta: «sono persone che per anni non hanno avuto una casa, e alle quali dormire in un letto e avere una casa propria oltre alla felicità incute un po’ di paura». L’approccio dello housing first, peraltro, non obbliga nessuno a stare in una casa: se l’ospite non si sente più a suo agio, è libero di lasciare il progetto.

Costantina Regazzo del Progetto Arca racconta che nonostante la maggior parte dei progetti sia andata bene «abbiamo avuto anche qualche ricaduta: un uomo che aveva fatto un percorso di forte autonomia era andato a vivere da solo, poi ha il chiesto il TFR e si è mangiato tutto quello che si era messo da parte. L’abbiamo ritrovato in dormitorio. Se ricompare un problema di fondo, in generale, riprendiamo il percorso, con più consapevolezza. Anche chi ha esperienze così difficili quando torna indietro non desidera più stare in una condizione di fragilità. Le persone hanno delle grandi risorse».

Ad ogni modo, dato che i casi sono così diversi, è difficile tracciare una linea fra un successo e un fallimento: Regazzo ad esempio cita come un «grandissimo successo» la storia di un uomo a cui Progetto Arca ha assegnato una casa che gli ha consentito di riavvicinarsi ai figli e alla moglie da cui aveva divorziato. L’obiettivo di ogni progetto è il recupero di una certa autonomia, ma se per alcuni significa trovare un lavoro e una casa sganciata dal progetto – e a Milano Progetto Arca collabora col Comune per procurare agli ospiti dei tirocini formativi – per altri il reinserimento passa soprattutto dal recupero del «benessere psicofisico», racconta Cortese.

Proprio per via dell’elasticità degli obiettivi, che si possono regolare da caso a caso, esiste un profilo o una fascia di persone a cui lo housing first viene negato. Alcuni progetti di successo hanno coinvolto ad esempio persone affette da disturbi mentali: Cortese racconta che «durante le mie interviste con gli enti che applicano lo housing first qualcuno mi ha raccontato che una persona con disturbi mentali ha sistemato la propria casa a modo suo, credo che abbia invertito la cucina con la camera da letto, e però grazie all’equilibrio ritrovato questa persona ha avviato un laboratorio di scrittura creativa, perché nella sua follia scrive in maniera meravigliosa».

Sia Cortese sia Regazzo sottolineano che spesso la chiave di successo dei progetti di housing first è la qualità della squadra di esperti che segue ogni caso. A ogni progetto, almeno nelle fasi iniziali, lavorano operatori sociali, educatori, assistenti sociali, psicologi, mediatori, infermieri, e nel caso altre figure ancora più specializzate. «Non si tratta di dare loro la casa e poi salutarli: si dà loro la casa e da lì inizia il percorso», spiega Cortese. «La progettualità riguarda ogni singolo ospite», dice Regazzo.

È la forza e la debolezza di progetti del genere: per seguire bene ogni persona serve coinvolgere moltissimi esperti, cosa che non tutte le associazioni si possono permettere (tanto più in città dove il mercato immobiliare è parecchio esoso, come Milano, Roma o altre grandi città). Per questa ragione chi lavora nel settore cita con successo l’inserimento dei progetti housing first nelle Linee di indirizzo per il contrasto alla grave emarginazione adulta, un memorandum approvato alla fine del 2015 dal governo Renzi, nello specifico dall’allora ministro del Lavoro Giuliano Poletti.

Il memorandum include un intero paragrafo sullo housing first, definendolo un «approccio innovativo» che «dimostra come l’accesso a una casa e un adeguato intervento dei servizi sociali possano produrre un impatto positivo sia sul benessere psico-fisico delle persone senza dimora sia sul loro percorso di reinserimento nella società, con ricadute positive anche in termini di una maggiore efficienza nella spesa sociale e sanitaria». Quest’ultima parte sui costi, anche se dev’essere necessariamente intesa a lungo termine, è un altro dei vantaggi sottolineati dagli operatori del settore: dare una casa subito ai senzatetto e inserirli in un percorso di formazione costa meno, alla lunga, che garantirgli un posto nei grossi centri anti-povertà o negli ospedali, quando ne hanno bisogno.

Oltre a legittimare l’approccio dello housing first, il memorandum ha anche stanziato 100 milioni di euro spalmati su sette anni per progetti locali contro la marginalità, metà provenienti dal programma nazionale a favore dell’inclusione e l’altra metà dal Fondo di aiuti europei agli indigenti (FEAD). Cortese stima che al momento soltanto il 10 per cento dei servizi per i senzatetto, buona parte dei quali finanziati col memorandum, usa un approccio housing first. Di recente il governo Conte – e in particolare il ministero del Lavoro guidato da Luigi Di Maio – hanno deciso di rinnovare il finanziamento dei bandi esistenti fino al 2020. Da qui a dicembre partiranno una ventina di nuovi progetti di housing first, in città anche molto grandi come Roma e Napoli.

L’obiettivo di Cortese per il futuro dello housing first si aggancia proprio al memorandum: «auspicare che si consolidino progetti che stanno nascendo nel network e in altre città. La speranza è che diventi uno degli approcci più utilizzati. Se oggi è il 10 per cento dei servizi agli homelessness, speriamo che arrivi al 30, e che diventi un approccio sempre più diffuso».