Blue Poles di Jackson Pollock in mostra alla Royal Academy of Arts di Londra, 20 settembre 2016 (Carl Court/Getty Images)

La truffa dei finti Pollock

La notevole storia dei 748 dipinti presentati come parte dell'inesistente "collezione Brennerman", e che vengono ancora venduti

Blue Poles di Jackson Pollock in mostra alla Royal Academy of Arts di Londra, 20 settembre 2016 (Carl Court/Getty Images)

L’International Foundation for Art Research (IFAR), una delle più importanti organizzazioni che raccolgono e forniscono dati sulle opere d’arte, ha raccontato sull’ultimo numero della sua rivista una recente truffa ai danni di piccoli collezionisti statunitensi, che avrebbero acquistato falsi dipinti di Jackson Pollock, importante esponente dell’espressionismo astratto.

L’IFAR iniziò a indagare sul caso a fine 2013, quando due persone chiesero che venisse verificata l’autenticità di tre Pollock che avevano acquistato dalla collezione di James Brennerman, un ricco tedesco che si sarebbe stabilito a Chicago negli anni Quaranta e che nel 1968 avrebbe comprato in contanti 748 opere di Pollock dalla vedova, Lee Krasner. Due di questi quadri appartenevano al proprietario di un nightclub a Roanoke, in Virginia, che diceva di averli acquistati da Bert e Ethel Ramsey, i domestici di Brennerman. L’IFAR ha scoperto però che Brennerman e i Ramsey non esistono, che i quadri in questione sono falsi e che la collezione non è mai esistita; non ha trovato però l’autore o gli autori della truffa.

Due Pollock della collezione Brennerman
(International Foundation for Art Research (IFAR)

Secondo la storia che era stata raccontata agli acquirenti dei finti Pollock, Bremmerman viveva isolato a Buffalo Park, una sfarzosa tenuta a Chicago. Nel tempo avrebbe sofferto di paranoia e problemi mentali, cosa che spiegherebbe la mancata esposizione dei dipinti di Pollock in mostre e gallerie e la decisione di lasciarli in eredità ai Ramsey. La storia era sostenuta da lettere e fotografie che mostravano Bremmerman mai più che ventenne, e i Ramsey con loro figlio. Nessuna fotografia mostrava i Pollock all’interno della villa, ma c’erano foto della tenuta: quella che veniva spacciata come l’entrata sud era in realtà una vista del Castello Sforzesco di Milano, la visione di insieme era l’immagine aerea di una chiesa in Baviera del XVIII secolo, e la foto di una fontana del parco era la fontana di Nettuno a Madrid.

La maggior parte delle lettere – tutte solo spedite da Brennerman e mai ricevute – era indirizzata all’amico Charles Farmer. In una serie del 1968, Brennerman gli raccontava che stava andando a comprare una collezione – che sarebbero appunto i 748 quadri di Pollock – e spiegava che «possiamo comprare tutto quel che c’è. Penso che portarci dietro una gran quantità di contanti sia il modo migliore per concludere l’affare»; aggiungeva anche che le opere sarebbero state trasportate con due suoi camion e che per questo non c’era alcuna ricevuta della spedizione.

Uno storico ingaggiato dall’IFAR non è riuscito a trovare alcuna prova dell’esistenza di Brennerman; non ci sono documenti nei registri dell’immigrazione o altri archivi governativi, né alcuna testimonianza della sua morte, che sarebbe avvenuta a Chicago nel 1974, mentre i suoi resti sarebbero stati trasportati in un cimitero a Monaco. Lo storico non ha trovate neanche tracce dell’esistenza di Farmer, dei domestici e della collezione. Infine, stando ad analisi di laboratorio e allo studio di un collezionista, due dei primi tre quadri mescolavano stili impiegati da Pollock in fasi successive e a distanza di anni, mentre i materiali impiegati non sarebbero stati in commercio prima degli anni Ottanta. Sharon Flescher e Lisa Duffy-Zeballos, rispettivamente la direttrice esecutiva e la direttrice artistica dell’IFAR, spiegano anche che credere che così tante opere possano essere state comprate in contanti «sfida l’incredulità». Aggiungono che nel 1958 Krasner aveva affidato la gestione delle opere del marito a una galleria londinese, e che negli anni Sessanta non aveva necessità di vendere perché i dipinti del marito valevano molto (nel 1969 The Deep venne venduto per 190 mila dollari dell’epoca).

L’anno dopo aver stabilito che i tre quadri non erano autentici, L’IFAR analizzò un altro Pollock proveniente della presunta collezione Brennerman e lo dichiarò falso. A questi si aggiungono le foto di altri dieci Brennerman che ha potuto visionare e che «sono solo la punta dell’iceberg». L’istituzione ha anche scoperto che uno dei quadri fasulli dipinti è stato rivenduto a un nuovo ignaro compratore, mentre uno dei proprietari dei falsi ha raccontato di aver posseduto altri 50 quadri della collezione. L’IFAR teme che ci siano in giro molti altri finti Pollock, ma specifica anche che sono falsi molto poco sofisticati che non ingannerebbero nessuno specialista: «Stilisticamente non stanno in piedi; i materiali sono sbagliati; gran parte della documentazione fornita è ridicola. Anche i prezzi sono sospettosamente bassi; molti sono prezzi a cinque cifre, molto meno di quanto valga oggi un Pollock».

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