Prima e dopo “Fa’ la cosa giusta”

Come fu pensato e girato, e perché è rimasto, il film di Spike Lee presentato trent'anni fa a Cannes

Spike Lee ha fatto tanti ottimi film, ma quando si pensa a lui non si può non pensare a Fa’ la cosa giusta, il film più di Spike Lee tra tutti i film di Spike Lee, che fu mostrato per la prima volta al Festival di Cannes il 19 maggio 1989.

Fa’ la cosa giusta inizia come una piccola e vivace storia di quartiere che, nell’arco di 24 ore, finisce con una morte e una rivolta. Girarlo fu piuttosto complicato e dopo l’uscita fece molto parlare, non solo per questioni di cinema: è un film che, seppur siano passati trent’anni, resta attuale per i suoi temi e apprezzato per il suo stile. Il titolo – Do the right thing, in inglese – arriva da una citazione di Malcolm X; a chi gli chiede cosa voglia dire “fare la cosa giusta”, Lee risponde che è una domanda che gli fanno solo i bianchi.

Quando girò Fa’ la cosa giusta, Spike Lee aveva poco più di trent’anni. Se non si conta Joe’s Bed-Stuy Barbershop: We Cut Heads, il film che fu la sua tesi di laurea all’università di New York, fino a quel momento aveva diretto due film: la commedia romantica Lola Darling e il musical Aule turbolente. Entrambi prodotti dalla sua allora piccola casa di produzione: la 40 Acres & A Mule Filmworks, un nome che ricorda la terra e il mulo che furono promessi e poi non dati agli schiavi neri dopo la Guerra civile americana.

All’inizio Lee aveva pensato di chiamare il film Heatwave (“ondata di caldo”) perché è ambientato in una torrida giornata estiva in cui gli animi dei personaggi si scaldavano anche per via del grande caldo. L’idea gli era venuta guardando un episodio della serie Alfred Hitchcock Presents, che aveva dinamiche di questo tipo. Ne parlò un po’ con amici e collaboratori, poi in due settimane scrisse tutta la sceneggiatura di quello che sarebbe diventato Fa’ la cosa giusta, ispirandosi anche a un fatto di cronaca del 1986: quattro ragazzi neri furono picchiati e uno di loro morì dopo un diverbio iniziato in una pizzeria di Howard Beach, nel Queens, che era gestita da italoamericani.

Lee è anche il protagonista del film: interpreta Mookie, lo squattrinato dipendente di una pizzeria di italoamericani, che insieme a un fruttivendolo coreano è l’unico locale non gestito da neri in un quartiere abitato solo da neri. Gli italoamericani sono tre: Sal e i suoi due figli Pino e Vito. Uno dei due non sopporta i neri, l’altro è amico di Mookie, e il padre sta un po’ nel mezzo. Per il ruolo di Sal, Lee pensò a Robert De Niro, come era naturale se facevi un film a fine anni Ottanta e ci volevi mettere un bravo attore italoamericano. Ma De Niro disse appunto che aveva già fatto troppi ruoli simili, e suggerì per il ruolo Danny Aiello. Per fare i figli furono scelti John Turturro e Richard Edson. Per altri ruoli vennero invece scelti Samuel L. Jackson, Giancarlo Esposito e Bill Nunn.

A parte Mookie, il film è pieno di personaggi secondari e spesso bizzarri: il DJ Mister Señor Love Daddy (che in una scena elenca 74 artisti o gruppi di cantanti neri); il “Sindaco” (che è solo il soprannome dell’ubriaco del quartiere); la signora Mother Sister che osserva tutti dalla finestra; Smiley, che cerca di vendere a tutti immaginette di Martin Luther King e Malcolm X; Radio Raheem, che gira sempre con uno stereo “ghetto blaster” in spalla, che manda sempre la stessa canzone, “Fight the Power”, che i Public Enemy scrissero apposta per il film.

Le riprese iniziarono nel luglio 1988 e finirono nei primi giorni di settembre. Lee voleva almeno 10 milioni di euro ma la Universal, l’unica casa di produzione che accettò di finanziare il film, ne diede un po’ più della metà. Tutto il film fu girato in un paio di vie del quartiere Bedford-Stuyvesant di Brooklyn, dove Lee aveva girato la sua tesi di laurea. Vuol dire che per due mesi tutta una troupe passò intere giornate in uno spazio ristretto, spesso all’aperto, con persone che intorno continuavano a fare la loro vita. Era un quartiere non particolarmente sicuro e Lee assoldò alcune guardie di un gruppo affiliato alla Nation of Islam (un movimento afroamericano) per sorvegliare il set e le attrezzature. Il quartiere fu scelto perché, per la disposizione delle sue vie, permetteva una buona illuminazione, indispensabile per trasmettere via schermo l’idea del grande caldo. Il direttore della fotografia, Ernest R Dickerson, fece anche ricolorare alcune facciate con colori caldi: rosso, arancione o giallo. In genere, tanti colori del film seguono questo schema e tutti i critici considerano Fa’ la cosa giusta uno dei film che meglio trasmettono l’idea del caldo.

Fa’ la cosa giusta inizia con dei titoli di testa ormai molto famosi. Tina, la compagna e madre del figlio di Mookie, balla sulle note di “Fight the Power”. Tina è la ragazza portoricana Rosie Perez, che Lee aveva visto ballare in un locale. Per girare la scena ci vollero otto ore.

Lee ha raccontato che si ispirò a una scena di Ciao, ciao Birdie, un musical degli anni Sessanta.

La prima parola pronunciata nel film è “Wake Up” (“svegliatevi”) la dice Mister Señor Love Daddy, ed è anche quella con la quale finiva il precedente film di Lee.

La trama di Fa’ la cosa giusta è semplice. A un certo punto Sal viene accusato da alcuni ragazzi del quartiere di essere razzista, anche perché – tra le altre cose – alla parete ha solo foto di personaggi italiani: Robert De Niro, Al Pacino, John Travolta, Frank Sinatra, Liza Minelli, Luciano Pavarotti e Sophia Loren. C’è anche una scena in cui Pino si difende goffamente dicendo di ammirare anche Eddie Murphy, Prince e Magic Johnson, perché sono più che neri.

Alcuni ragazzi del quartiere decidono quindi di boicottare la pizzeria. La cosa non sembra andare da nessuna parte ma a un certo punto succede che Radio Raheem entra in pizzeria con il suo stereo a palla, Sal si innervosisce e lo distrugge con una mazza da baseball. Le cose degenerano, c’è una rissa, arriva la polizia e Radio Raheem muore.

Mister Señor Love Daddy incita il quartiere di neri alla ribellione contro i poliziotti bianchi e il pizzaiolo bianco che hanno difeso (e il fruttivendolo coreano chiede di non prendersela con lui, perché seppur non nero, non è bianco). Mookie all’inizio prova a restare neutrale ma poi, con un bidone dell’immondizia, rompe la vetrina della pizzeria. Inizia così la vera e propria rivolta, che porta alla distruzione della pizzeria, nella quale Smiley mette infine le immagini di Martin Luther King e Malcolm X.

Il giorno dopo Mookie rivede Sal: litigano, ma Mookie ricorda a Sal che gli deve dei soldi. Sal glieli lancia e lui li prende, prima di andarsene. Il film finisce con due frasi di Martin Luther King e Malcolm X. Una invitava a un approccio pacifico, l’altra era invece più conflittuale.

A Cannes fu premiato Sesso, bugie e videotape e Fa’ la cosa giusta non vinse niente. Ai successivi Oscar il film fu candidato a due premi ma non vinse niente nemmeno lì, e l’Oscar per il miglior film andò ad A spasso con Daisy, che parlava di neri e bianchi ma in modo molto più rassicurante e patinato. Il film andò abbastanza bene nei cinema, soprattutto in Europa, e molti critici ne apprezzarono i meriti tecnici, di sceneggiatura, fotografia, montaggio regia e recitazione, aggiungendo che fosse notevole come quel film riuscisse a essere sia profondamente “politico” che piacevole da vedere, per molti tratti anche divertente. Gene Siskel parlò sul Chicago Tribune di un film «sontuoso, con scene non convenzionali e con un finale potente». Roger Ebert scrisse che arrivava più vicino di ogni altro film del tempo a «riflettere sullo stato della questione razziale in America».

Altri critici e commentatori parlarono del timore che il film avrebbe potuto scatenare simili rivolte in diverse parti del paese. Non successe, ovviamente, e Lee disse che era offensivo, e razzista, pensare che i neri non sapessero guardare un film senza dover per forza fare la stessa cosa che succedeva in quel film, e che nessuno si era messo a uccidere i passanti dopo essere uscito da un cinema che proiettava i film di Arnold Schwarzenegger. Tra i tanti che andarono a vedere il film ci furono anche Barack Obama e la sua futura moglie Michelle LaVaughn Robinson, al loro primo appuntamento.

A parte quello che fu quando uscì, Fa’ la cosa giusta è però senza dubbio uno di quei film che hanno resistito al passare del tempo. Un motivo è sicuramente il tema, sempre molto attuale (tra l’altro, anche a questi Oscar Spike Lee aveva un film candidato che parlava di razzismo – BlacKkKlansman – ma non ha vinto, perché ha vinto The Green Book, un film che molti hanno paragonato ad A spasso con Daisy).

Ma, razzismo a parte, il film è rimasto anche per altri suoi meriti e perché, come scrisse Vincent Canby nella sua recensione del 1989 per il New York Times, era «la prova viva, vivace e affascinante dell’arrivo di un nuovo grande talento del cinema». Fa’ la cosa giusta fu, e probabilmente ancora è, il film più di Spike Lee tra tutti i film di Spike Lee per come il regista riuscì a mettere insieme certi temi con certe tecniche e trovate di regia che sono molto sue, in certi casi solo sue.

In Fa’ la cosa giusta si vedono infatti le scene del “cinema in faccia” di Spike Lee, in cui la telecamera si avvicina – tanto e in fretta – a dei personaggi. Ci sono poi tanti “angoli” olandesi: inquadrature storte, aggressive e disorientanti, i protagonisti che fissano dritti in camera, un evidente ricerca di stile, con colori forti e vibranti e una musica prepotente. Come dice questa video-analisi di Fandor, «certi film resistono al passare del tempo per la loro grandezza, altri per la loro importanza; Fa’ la cosa giusta appartiene a entrambe le categorie».

Come tutti i film grandi e importanti, Fa’ la cosa giusta ha anche una scena che è persino più famosa del film che la contiene. Ci sono una serie di “fuck”, ma sono solo una parte degli oltre 200 detti nel film.

Una scena che Lee stesso citò e sviluppò anni dopo, in La 25ª Ora.

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