Perché la polizia fa rimuovere gli striscioni contro Salvini

Ultimamente è accaduto sempre più spesso, tra molte polemiche, sulla base di un'interpretazione piuttosto ampia di una legge del 1948

(ANSA/DOMENICO MUGNAINI)

Lunedì mattina una gru dei pompieri è stata usata per rimuovere uno striscione contro Matteo Salvini – recitava “Non sei il benvenuto” – esposto sulla facciata di un edificio nella piazza di Brembate, vicino Bergamo, dove il ministro dell’Interno avrebbe dovuto tenere un comizio della Lega. Pochi giorni prima, a Salerno, la polizia era entrata in un’abitazione privata per intimare la rimozione di un altro striscione.

Sono soltanto gli ultimi episodi di una lunga serie in cui la polizia si è dimostrata molto zelante nel proteggere il ministro dell’Interno dalle contestazioni, in un caso recente arrivando addirittura a sequestrare il telefono di una persona che si era appena fatta un selfie con Salvini (quella di contestare Salvini al momento di farsi una foto con lui sta diventando un’abitudine abbastanza diffusa). Sul sequestro del telefono, che appare del tutto irregolare, la polizia ha aperto un’indagine interna. Non sono i primi episodi in cui funzionari di polizia si espongono per proteggere un ministro o un capo di governo dalle proteste, ma nel caso di Salvini questo comportamento ha finito con l’attirare molta più attenzione che in passato.

In parte si deve all’elevato numero di comizi ed eventi pubblici a cui Salvini partecipa. Secondo Repubblica, Salvini ha trascorso al ministero soltanto 17 giornate intere in tutto il 2019, spendendo il resto del tempo soprattutto in comizi in giro per l’Italia, il che ha reso molto più numerosi rispetto al passato i momenti di contestazione in cui la polizia potrebbe intervenire. Inoltre, molti osservatori sono turbati dalla relazione molto amichevole che si è stabilita tra la polizia e il ministro. Come ha detto un poliziotto del sindacato Sap, considerato uno dei più estremisti: «Il connubio tra Lega e Polizia di Stato è diventato indissolubile grazie a Salvini». La situazione sembra essere andata fuori controllo e, ha scritto oggi la giornalista Fiorenza Sarzanini sul Corriere, in questi giorni gli alti vertici della polizia avrebbero deciso di ridurre il numero di interventi in futuro per evitare ulteriori polemiche.

Fino a oggi, invece, questa preoccupazione non era sembrata sempre prioritaria. Nel giugno dell’anno scorso, per esempio, la polizia aveva identificato alcuni attivisti di Amnesty International che nel corso di un comizio avevano esposto uno striscione in ricordo di Giulio Regeni. Pochi giorni dopo, il 16 giugno, alcuni poliziotti della DIGOS avevano imposto a una manifestazione del Gay Pride di eliminare uno striscione contro Salvini (in questo caso Salvini non era nemmeno presente). Prima ancora un ragazzo era stato fermato per aver esposto un cartello con scritto “Ama il prossimo tuo” a un comizio della Lega.

Dopo l’ultimo episodio avvenuto a Salerno la deputata del PD Giuditta Pini ha presentato diverse interrogazioni al ministero dell’Interno per sapere chi ha ordinato gli interventi e se esistono disposizioni scritte che ne regolano la gestione. «Io sono convinta che siano solo delle coincidenze di cui sono responsabili funzionari particolarmente zelanti», ha spiegato, «tuttavia mi sono arrivate molte segnalazioni di persone preoccupate, per questo ho chiesto chiarimenti al ministero».

Gli interventi compiuti dalla polizia vengono di solito motivati con la necessità di evitare provocazioni e assicurarsi che non si verifichino incidenti. Vengono giustificati da un’interpretazione molto ampia dell’articolo 72 della legge numero 26 del 1948, che punisce «chiunque con qualsiasi mezzo impedisce o turba una riunione di propaganda elettorale, sia pubblica che privata». La legge fu approvata in un momento molto turbolento della storia politica italiana. Le contestazioni, a volte anche violente, erano la norma durante i comizi. Appena un anno prima dell’approvazione della legge, una manifestazione per commemorare il primo maggio a Portella della Ginestra, in Sicilia, era stata attaccata dal bandito Salvatore Giuliano e la sua banda, causando una quindicina di morti e decine di feriti. Oggi invece viene considerato “turbamento” anche semplicemente uno striscione appeso a un palazzo.

Secondo il capo della polizia Franco Gabrielli, scelto da Matteo Renzi nel 2016 e confermato poi dai governi Gentiloni e Conte, questa interpretazione molto ampia della legge è in vigore da sempre. «Ci sono decine di esempi a tutela degli esponenti politici di tutti i governi del passato», ha detto in un’intervista al Corriere della Sera. Il compito della polizia, sostiene, è impedire «turbative» nel corso dei comizi e altre situazioni che possano risultare «provocatorie». «Quando si verificano situazioni di potenziale turbativa», sostiene Gabrielli, «spetta al funzionario fare le valutazione del caso ed evitare che possano provocare conseguenze». Gabrielli ricorda che nonostante gli interventi della polizia tutti i comizi di Salvini vengono contestati, e la polizia non impedisce di farlo.

Oltre alla rimozione degli striscioni però ci sono altri episodi che, anche secondo Gabrielli, non sono del tutto regolari. Per esempio il sequestro di un cellulare di una ragazza a Salerno, dopo che questa si era fatta un video con il ministro chiedendogli provocatoriamente conto del suo cambio di opinioni sugli abitanti del Sud Italia (“Non siamo più terroni di merda?”, ha chiesto la ragazza). Nel video si vedono gli uomini della polizia prendere il telefono dalle mani della ragazza e si sente Salvini chiedere loro di cancellare il filmato sul telefono della ragazza. Gabrielli dice di aver ordinato di indagare su quello che appare un comportamento irregolare della polizia.

Uno degli episodi più noti dell’applicazione della legge 26 del 1948 in difesa di un politico che non sia Salvini è avvenuto a Prato, nel settembre del 2016, durante la campagna elettorale per il referendum costituzionale. All’epoca, la sezione locale dei giovani di Forza Italia decise di esporre alle finestre della sua sede uno striscione con le parole “Renzi hai fallito”. Il giorno prima dell’arrivo del capo del governo in città, il questore inviò un gruppo di agenti a eliminare la parte dello striscione in cui compariva il nome del presidente del Consiglio, suscitando polemiche in tutte le forze politiche di opposizione. Secondo il Corriere Fiorentino, a partecipare alla rimozione notturna ci furono anche poliziotti affidati alla scorta di Renzi. Il questore di Prato definì l’intervento «una questione di sicurezza pubblica» e spiegò che «noi abbiamo il compito stemperare gli animi».

Il quotidiano La Verità, oggi tra i più accesi sostenitori del governo e del ministro Salvini, negli anni scorsi pubblicava elenchi di episodi in cui chi intendeva manifestare contro il governo Renzi veniva ostacolato o scoraggiato. Giacomo Amadori raccontava nel 2017 che le attenzioni principali della polizia erano dedicate ai gruppi che rappresentavano gli investitori e risparmiatori coinvolti nei crack bancari. Nel settembre del 2017, per esempio, in occasione di una visita di Renzi ad Arezzo, furono rimossi parecchi striscioni affissi in varie parti della città. A Catania numerosi striscioni abusivi furono rimossi in occasione della locale festa dell’Unità, alla quale partecipava lo stesso Renzi. A luglio 2017 la polizia intervenne per eliminare uno striscione contro l’allora ministro dell’Interno Marco Minniti esposto a Livorno (un caso curioso è quello invece di Pescara, quando negli ultimi mesi del 2016 comparve una serie di manifesti abusivi a favore di Renzi in occasione della sua visita che, con qualche difficoltà, furono fatti rimuovere da alcuni esponenti della sinistra radicale).

Ci furono episodi simili anche quando Silvio Berlusconi era presidente del Consiglio, ma anche lui qualche volta finì col trovarsi dall’altro lato. Alla fine del 2013, per esempio, la polizia intervenne a Palazzo Grazioli, la sua residenza a Roma, per rimuovere uno striscione con la scritta «È colpo di stato» appeso dai giovani di Forza Italia poco dopo il voto sulla sua decadenza da senatore.

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