Tra Cina e Stati Uniti è l’inizio della fine o la fine dell’inizio?

Trump ha annunciato un nuovo aumento dei dazi proprio quando sembrava fosse vicino un accordo, mettendo a rischio i negoziati e causando grosse perdite sulle borse di tutto il mondo

(AP Photo/Ng Han Guan)

Con un tweet inviato domenica sera, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha promesso che alzerà al 25 per cento i dazi su beni provenienti dalla Cina, per un valore di 520 miliardi di dollari all’anno. La notizia è arrivata mentre la maggior parte degli osservatori si aspettava invece l’inizio della risoluzione della guerra commerciale tra Cina e Stati Uniti, le due più grandi economie del mondo, vista anche la discussione avanzata su una bozza di accordo avvenuta negli ultimi mesi tra i governi dei due paesi. Anche per questo le principali borse internazionali oggi hanno perso dai 2 ai 6 punti percentuali.

La guerra commerciale tra gli Stati Uniti e la Cina è cominciata nel marzo 2018, quando Trump annunciò l’imposizione di dazi sulle importazioni di alluminio e acciaio nel paese con l’obiettivo dichiarato di colpire le aziende cinesi, che producono circa metà dell’acciaio mondiale. Da allora Cina e Stati Uniti si sono reciprocamente imposti dazi sulle importazioni di moltissime merci: gli Stati Uniti hanno detto di averlo fatto come “sanzione” nei confronti della Cina – accusata di furto di proprietà intellettuale e pratiche commerciali scorrette – mentre la Cina lo ha fatto come risposta ai dazi statunitensi.

Già ora i dazi pagati per l’importazioni di merci dalla Cina sono al 25 per cento su alcuni beni, per un valore stimato di 50 miliardi di dollari l’anno, prevalentemente riconducibili all’alta tecnologia. Trump ha però annunciato che porterà al 25 per cento anche i dazi su altri prodotti per un valore di 200 miliardi di dollari all’anno (per cui i dazi sono ora al 10 per cento) e su altri beni per un valore complessivo di 325 miliardi all’anno. Il flusso di investimenti reciproci tra Cina e Stati Uniti, che era arrivato a 60 miliardi di dollari nel 2016, si è ridotto fino a 19 miliardi nel 2018 per via della guerra commerciale: e ora che questa sembrava sul punto di risolversi – fino a pochi giorni fa i giornali scrivevano di aspettarsi un accordo tra maggio e giugno – le cose sembrano peggiorare di nuovo.

Arrivando in un momento particolare, l’annuncio di Trump ha avuto due effetti: uno politico e uno finanziario. Il CSI 300 (il principale indice della borsa cinese) è sceso di 6,1 punti dopo l’annuncio dei nuovi dazi, e alla chiusura dei mercati, lunedì, era ancora a -5,8. Lo Standard&Poor’s (uno dei più importanti indici statunitensi) ha perso invece il 2,1 per cento, mentre in Europa le borse hanno perso in media 2 punti percentuali.

Contemporaneamente è stata rimandata la visita negli Stati Uniti del vicepremier cinese Liu He, che da mesi stava seguendo le complicate trattative tra Cina e Stati Uniti per trovare un accordo commerciale che porti all’eliminazione dei dazi. Liu He era inizialmente atteso a Washington lunedì con una delegazione di oltre 100 rappresentanti, e in molti pensavano che questo incontro avrebbe finalmente portato quantomeno a una bozza di accordo tra i due paesi. Ora la visita è stata rimandata a mercoledì, anche se l’arrivo di Liu He è ancora tutt’altro che certo e sembra sicuro che sarà accompagnato da una rappresentanza molto ridotta del ministero dell’Economia.

Al momento non è chiaro se davvero gli Stati Uniti venerdì alzeranno nuovamente i dazi sulle importazioni cinesi, perché solitamente il governo avvisa con anticipo le grandi aziende statunitensi per dare loro tempo di adattarsi alle novità e ai maggiori costi previsti. I giornali statunitensi hanno scritto tuttavia che il governo cinese ha reagito molto male agli ultimi annunci di Trump, che sono considerati una sorta di minaccia per costringere la Cina ad accettare condizioni più sfavorevoli nei negoziati in corso.

Quando sarà trovato, in ogni caso, l’accordo non sarà risolutivo. Come ha scritto due settimane fa Josh Zumbrun sul Wall Street Journal, infatti, questi mesi di tensioni, minacce e dazi reciproci hanno già portato molte aziende a cambiare piani, e molti di questi cambiamenti non sono reversibili. Soltanto per fare qualche esempio, la società che produce le videocamere GoPro ha deciso di spostare una sua fabbrica dalla Cina al Messico, mentre la società statunitense di biciclette Kent International ha deciso di investire in Cambogia invece che in Cina; dall’altra parte, una grossa società cinese di automobili ha sospeso i suoi piani per costruire una fabbrica negli Stati Uniti, mentre altre società cinesi hanno interrotto i loro progetti di riqualificazione di due grandi impianti industriali in Arkansas.

Su entrambe le sponde del Pacifico le aziende sono preoccupate e piuttosto scettiche rispetto alla prospettiva di riprendere in fretta i loro investimenti dopo l’accordo, quando arriverà. «Non esiste la possibilità che un qualsiasi accordo tra Cina e Stati Uniti porti tutti gli attori da entrambe le parti a dire “Abbiamo scherzato”», ha detto Dan Harris, socio operativo di Harris Bricken, uno studio legale specializzato in investimenti industriali in Cina. «I dazi, gli arresti, le minacce e l’aumento del rischio hanno già avuto un impatto sulle società, e ci saranno conseguenze».