(Jonathan Porter - Pool/Getty Images)
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  • lunedì 29 aprile 2019

Perché le monarchie sopravvivono?

Ne esistono ancora una quarantina e secondo l'Economist il segreto del loro successo può dipendere da due cose: avere poco potere o averne tantissimo

(Jonathan Porter - Pool/Getty Images)

Per re e monarchi di altro genere, il Novecento è stato probabilmente il peggior secolo della storia. Almeno fino agli anni Ottanta, quasi ogni singolo decennio vide la scomparsa di più o meno una decina di antiche e storiche monarchie. Alla fine degli anni Dieci, ad esempio, non c’erano più re, imperatori o sultani in Portogallo, Germania, Austria-Ungheria e Turchia. Negli stessi anni scomparve anche la più grande e antica monarchia del mondo, quella cinese, mentre nel 1918 si estinse sanguinosamente la casa reale russa.

Nel secondo dopoguerra il fenomeno si fece ancora più concitato. Mezza dozzina di monarchie scomparve nell’Europa Centrale e Orientale, spazzata via dall’Armata Rossa e dai comunisti locali. I movimenti indipendentisti nel mondo in via di sviluppo ne fecero fuori diverse decine. Una delle ultime monarchie a cadere fu quella degli Scià in Iran, deposti dalla rivoluzione religiosa dell’Ayatollah Khomeini nel 1979. Da quel momento ad oggi, però, le monarchie scomparse si contano sulle dita di una mano. In Nepal ad esempio, la monarchia è stata abolita nel 2008 dopo una lunga e sanguinosa insurrezione comunista. In molti altri paesi il prestigio e la presa sul potere dei sovrani sembrano però non essere mai state così forti.

Nell’ultimo numero del settimanale Economist, un articolo ha cercato di dare una risposta alla sorprendente capacità di resistenza dimostrata dalle monarchie sopravvissute fino ai tempi recenti.

Un buon punto di partenza è probabilmente dividere le attuali monarchie per tipologia (il che corrisponde anche a una divisione per area geografica). La prima categoria è quello delle monarchie costituzionali europee: Svezia, Norvegia, Danimarca, Paesi Bassi, Belgio, Regno Unito, Spagna, più una manciata da micro-nazioni, hanno tutte sovrani i cui poteri sono limitati da una costituzione scritta e che non sembra saranno eliminati in tempi brevi (sovrani è un termine più adatto di re e regine, visto che alcuni di questi paesi monarchici sono principati o granducati).

Il segreto della loro sopravvivenza, secondo l’Economist, è nella loro debolezza. Sembra un’idea paradossale ma «meno potere un monarca ha, meno gente ci sarà che vuole toglierglielo». Perché infatti intraprendere il complicato percorso politico che porterebbe, ad esempio, alla fine della dinastia dei Bernadotte in Svezia (che oltre ad essere i monarchi locali sono anche discendenti di un generale di Napoleone), quando in sostanza la famiglia si limita a svolgere un certo numero di apparizioni pubbliche e a fare beneficenza? Rimuovere un monarca costituzionale e teoricamente innocuo è ancora più difficile quando il monarca in questione non è solo privo di potere, ma è anche simpatico. Soltanto pochissimi danesi, ad esempio, vorrebbero liberarsi della regina Margherita, una fumatrice compulsiva che esce dal palazzo reale in bicicletta anche in pieno inverno.

A questo bisogna aggiungere che, secondo alcuni, i moderni sovrani esercitano un ruolo positivo anche senza avere grandi poteri. Se sono abili, possono infatti incarnare la rappresentazione tangibile dell’unità nazionale, un valore particolarmente importante in un’epoca di polarizzazione politica come quella che stiamo vivendo. Come ha detto un membro della corte di Elisabetta II d’Inghilterra citato dall’Economist, «la politica si occupa di ciò che divide, la monarchia di ciò che unisce» (va detto però che questo ruolo riesce molto bene anche nelle repubbliche, come quella italiana, che eleggono un capo di stato con funzioni di garante neutrale).

Un ruolo simile probabilmente lo ha giocato nel recente passato anche la dinastia imperiale giapponese, una delle più antiche al mondo.

L’attuale sovrano Akihito lascerà il trono martedì, in un’abdicazione annunciata da molto tempo. Nei trent’anni anni che ha trascorso sul trono, Akihito ha sempre cercato di tenere unito il paese, evitando di compiere azioni politicamente divisive. Sul passato militarista del Giappone, ad esempio, si è sempre mostrato prudente, rifiutandosi di visitare il santuario militare di Yasukuni, dove tra gli altri vengono venerati alcuni criminali di guerra giapponesi. Al contempo, l’imperatore è sempre riuscito a evitare le critiche dei conservatori, rispettando in maniera scrupolosa tutti i numerosi rituali che caratterizzano il ruolo del monarca giapponese.

Non in tutto il mondo la sopravvivenza di re e principi si è basata su valori positivi come unità e inclusività. Fuori dall’Europa molte monarchie sono riuscite a sopravvivere semplicemente grazie alla loro forza brutale. In una sorta di processo di selezione evolutiva, «le monarchie deboli sono scomparse – scrive l’Economist – e sono sopravvissute quelle forti, con le tasche piene del denaro necessario a sopravvivere».

Il Medio Oriente è il luogo simbolo di questo tipo di monarchie. Dall’Arabia Saudita, la più grande, ricca e potente, agli Emirati Arabi Uniti, dal Qatar al Bahrein, re, emiri e principi hanno mantenuto un potere sostanzialmente assoluto soprattutto grazie alle risorse energetiche estratte nei loro territori, che permettono loro di finanziare un generoso welfare e sofisticati apparati di sicurezza in grado di tenere a bada chi non dovesse accontentarsi.

Nel caso dell’Arabia Saudita, una monarchia dove tradizionalmente il potere era distribuito all’interno della vasta famiglia reale in base a complicate alchimie, gli ultimi anni hanno visto un incremento del carattere “monarchico” del paese. Sempre più potere, infatti, si è spostato dalla famiglia reale nel suo complesso alle mani del principe ereditario Muhammad bin Salman (spesso abbreviato come MbS), ritenuto oggi il vero leader del paese, nonostante il titolo di re appartenga ancora a suo padre.

I petroldollari non sono l’unico vantaggio delle monarchie su altri tipi di regime. I regni di Giordania e Marocco, ad esempio, non hanno molte risorse, ma possono vantare una legittimità basata su secoli di storia che risale fino al profeta Maometto (le famiglie reali del Golfo Persico, invece, hanno quasi tutte una storia più recente e soprattutto meno blasonata). Anche grazie a una legittimazione più antica, queste famiglie hanno costruito nei secoli una struttura di potere le cui radici sono ampie e affondano nella fedeltà tribale e in quella religiosa. Questo permette loro di mantenere il potere con meno sforzi rispetto ai molti dittatori della regione, quasi tutti “uomini nuovi” comparsi sulla scena nell’ultimo mezzo secolo.

Come nota l’Economist, le poche decine di morti causate dalla repressione della Primavera Araba in paesi come Giordania e Bahrein sono incomparabili alle migliaia di vittime causate dai regimi dittatoriali delle cosiddette repubbliche arabe, come Egitto, Siria e Iraq.

Oggi ci sono una quarantina di monarchi superstiti in tutto il mondo, che in alcuni casi sono addirittura prosperati nel Terzo Millennio. Hanno però tutti in comune una caratteristica che li rende irrimediabilmente fragili: a differenza di democrazie e oligarchie, che hanno incorporato sistemi per rinnovare la loro classe dirigente, una monarchia è per definizione soggetta ai capricci della storia. La qualità di un monarca è casuale e ottenerne uno pessimo può avere conseguenze imprevedibili. Non sono pochi, ad esempio, a chiedersi se la monarchia britannica sia in grado di sopravvivere all’erede designato, Carlo, un convinto sostenitore di una serie di teorie eccentriche, come alcune bizzarre cure omeopatiche (e per questo molti ringraziano che, nonostante i suoi 93 anni, Elisabetta II non abbia ancora deciso di seguire l’esempio del giapponese Akihito).

Se la successione mette a rischio una monarchia stabile e antica come quella del Regno Unito, le cose sono ancora più pericolose per quelle giovani e turbolente. In Arabia Saudita, Mohammed bin Salman ha concentrato su di sé i poteri che prima erano divisi nelle molteplici correnti della famiglia reale, ma allo stesso tempo ha reso l’intera struttura più fragile, facendola diventare dipendente dalle scelte e dalla tempra di un unico individuo (cioè lui stesso, al momento).

Qualcosa di molto simile è già accaduto in Thailandia, dove il venerato re Bhumibol è stato sostituito da Maha Vajiralongkorn, uno scapestrato noto per i suoi party alcolici e per i numerosi figli disseminati in giro per il mondo.

In Thailandia il potere della monarchia si fonda da sempre su una stretta collaborazione con l’esercito: la prima fornisce legittimità ai militari, che in nome del re intervengono spesso nella vita pubblica (l’ultima volta deponendo il governo legittimamente eletto nel 2014); dall’altra parte, la famiglia reale vede garantiti dai militari il suo prestigio e la sua influenza. È un bilanciamento delicato, che può essere facilmente rotto da un nuovo monarca sconsiderato e poco previdente. Insomma, non importa quanto potente, antica o rispettata sia una famiglia reale. Basta un lancio sbagliato dei dadi della storia e un’eredità millenaria può sparire in una generazione.

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