Quando l’Italia invase l’Albania

Ottant'anni fa le truppe italiane sbarcarono sulle coste albanesi quasi senza incontrare resistenza, dando inizio a un'occupazione fallimentare e sanguinosa

Lo sbarco dell'esercito italiano a Durazzo nel 1939. (S&M Studio/Fototeca)

Il 7 aprile 1939, ottant’anni fa, l’esercito italiano sbarcò sulle coste albanesi con migliaia di soldati: dopo giorni confusi di tensioni e ultimatum, infatti, il dittatore fascista Benito Mussolini aveva ordinato l’occupazione dell’Albania, territorio adriatico che considerava strategico. L’invasione fu il risultato di anni di pressioni e di lavoro diplomatico, e fu una specie di passeggiata per l’esercito italiano, straordinariamente più numeroso ed equipaggiato di quello albanese. Nelle stesse ore il re albanese Zog I fuggiva con la famiglia in Grecia, dopo aver fallito nel tentativo di impedire l’annessione italiana.

Era l’inizio di una occupazione che sarebbe stata meno ricordata di altre, ma che causò anni di violenza e sofferenza in Albania. Sarebbe finita con la conclusione della Seconda guerra mondiale e avrebbe causato quasi 30mila morti, decine di migliaia di persone deportate nei campi di concentramento, centinaia di villaggi distrutti. Ma ci furono gravi conseguenze anche sui già precari equilibri etnici di una regione, i Balcani, che una cinquantina di anni dopo avrebbe fatto i conti con le tensioni e le ferite aperte di un tessuto demografico profondamente instabile.

Perché l’Albania
La parte meridionale dell’Albania, quella che aveva come centro la città costiera di Valona, era già stata occupata dall’Italia durante la Prima guerra mondiale. Allora era un principato giovane, che aveva appena ottenuto l’indipendenza dal dominio ottomano e aveva una classe dirigente debole e inesperta. Era un territorio, come del resto tutti i Balcani, conteso da varie potenze: dagli Imperi centrali europei, da quello serbo, dall’Italia e dalla Grecia. Con la sconfitta dei serbi, il nord del paese fu inizialmente occupato dall’Austria-Ungheria e il sud dall’Italia: con lo spostamento degli equilibri della guerra, l’Italia finì poi per prendere il controllo dell’intero paese.

Nel 1920 due diversi trattati segnarono la concessione dell’indipendenza all’Albania e il ritiro delle truppe italiane, che rimasero stanziate soltanto sull’isolotto di Saseno, per controllare il canale di Otranto. Ma con la presa del potere del fascismo e di Mussolini, le ambizioni espansionistiche italiane sull’Albania si riaccesero. A partire dal 1925, il governo fascista cominciò a stipulare accordi diplomatici con il neoeletto presidente Ahmed Zog, che nel 1928 si autoproclamò re con un colpo di stato.

L’Italia mirava a prendere il controllo dell’Albania in funzione anti-jugoslava e nell’ambito del più ampio progetto coloniale fascista. Il rapporto tra Zog e il fascismo fu fatto di collaborazioni e di tensioni, ma pian piano l’influenza italiana sul paese si fece sempre più pressante: nel decennio successivo Mussolini ottenne il sostanziale controllo delle risorse e dell’economia del paese, e introdusse l’insegnamento obbligatorio dell’italiano nelle scuole.

Invasione
A partire dal 1931 Zog aveva provato a opporsi all’aggressività italiana, e ancora nel marzo del 1939 rifiutò un trattato che avrebbe creato le premesse perché gli italiani acquistassero il controllo di terre, infrastrutture e forze armate albanesi. Intanto il dittatore tedesco nazista Adolf Hitler aveva occupato la Cecoslovacchia, per giunta senza avvisare Mussolini, e l’Italia fascista decise di agire per non perdere troppo terreno e potere negli equilibri europei. Mandò un ultimatum al governo albanese, che inizialmente provò a nasconderlo alla popolazione ma non seppe controllare il caos che ne seguì.

La popolazione albanese infatti era in agitazione, e non fu placata dalla notizia della nascita di un figlio di Zog: il 6 aprile su Tirana e Durazzo volarono i primi aerei italiani che distribuirono dei volantini che intimavano la sottomissione. Zog annunciò l’inizio della risposta militare albanese, ma quando il giorno successivo l’esercito italiano sbarcò nelle principali città portuali albanesi quasi non incontrò resistenza. L’esercito albanese contava su circa 15mila soldati, contro le diverse decine di migliaia di soldati italiani che parteciparono alla campagna. Gli albanesi organizzarono una tenace resistenza sulle montagne preferendo lasciare indifese le città, ma anche questo tentativo durò poco.

Nel giro di poche ore l’esercito italiano controllava tutte le principali città portuali, e Zog fuggì in esilio in Grecia, mentre la mattina dell’8 aprile le truppe italiane entrarono a Tirana. Entro sera era stata conquistata anche Scutari, nel nord, insieme alle città di Fier ed Elbasan. Il 12 aprile il parlamento albanese votò un nuovo governo voluto dall’Italia e l’Albania divenne un protettorato italiano che rispondeva al re Vittorio Emanuele III.

Occupazione
Insieme all’Etiopia, l’Albania andò a costituire il neonato Impero italiano, e nel 1940 fu la base per il disastroso tentativo di annessione italiana della Grecia, che vide tra le altre cose la diserzione delle truppe albanesi. Al territorio albanese vennero annessi altri territori fuori dai confini, come il Kosovo, la cui comunità albanese sarebbe stata vittima delle pulizie etniche serbe negli anni Novanta. Il progetto di Mussolini si rifaceva all’idea di “Grande Albania”, l’antico progetto di riunire tutte le popolazioni albanesi dei Balcani comprese quelle dell’Epiro e della Banovina del Vardar. Queste annessioni, portate avanti con episodi di pulizia etnica e snazionalizzazione ai danni delle confinanti popolazioni serbe, macedoni, montenegrine e greche, vennero poi annullate dopo la fine della guerra con la sconfitta dell’Asse.

La resistenza partigiana albanese, prevalentemente comunista e nazionalista, fu inizialmente poco efficace per la scarsa preparazione e il pessimo equipaggiamento. Con i progressivi fallimenti dell’occupazione italiana, però, poté contare sempre più sul malcontento popolare e sulle diserzioni, a cui i fascisti risposero con rastrellamenti e sanguinose repressioni. Una delle operazioni più tragiche fu quella del luglio del 1943 vicino a Mallakasha, nella quale furono massacrati centinaia di civili.

Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, i soldati italiani ricevettero l’ordine di arrendersi: iniziò un periodo confuso che vide fucilazioni ed episodi di convivenza, mentre i partigiani albanesi dovettero vedersela nei mesi successivi con le truppe naziste, che si ritirarono poi nel 1944. Da quel momento cominciò un periodo di guerra civile, con i collaborazionisti fascisti e nazisti da una parte e i comunisti e i nazionalisti dall’altra. Vinsero i comunisti guidati da Enver Hoxha, che organizzò le elezioni per la fine del 1945, vincendole e dando inizio a una dittatura che sarebbe durata per oltre quarant’anni.

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