Sei volontari stranieri che si sono uniti alle YPG in un video diffuso dall'ufficio stampa delle YPG
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  • sabato 23 Marzo 2019

Gli stranieri che combattono contro l’ISIS

Come Lorenzo Orsetti, ucciso pochi giorni fa: chi sono, quanti sono, e cosa succede quando decidono di tornare in patria (anche in Italia)

Sei volontari stranieri che si sono uniti alle YPG in un video diffuso dall'ufficio stampa delle YPG

Negli ultimi anni molti volontari stranieri si sono uniti alle milizie curde in Siria per combattere contro lo Stato Islamico (o ISIS). Le loro storie sono finite spesso in secondo piano, soprattutto se confrontate con quelle dei cosiddetti “foreign fighters”, gli stranieri che combattono con l’ISIS, numericamente molto superiori. La stampa italiana è tornata però a occuparsi del fenomeno negli ultimi giorni, dopo la morte di Lorenzo Orsetti, cittadino italiano che combatteva in Siria con i curdi e che è stato ucciso in un attacco dell’ISIS a Baghuz, l’ultima città ancora sotto il controllo dello Stato Islamico in Siria. Orsetti era uno dei molti combattenti stranieri appartenenti alla milizia curda Unità di protezione popolare (YPG).

Non si sa con esattezza quanti combattenti stranieri si siano uniti alle YPG nella guerra contro l’ISIS: si parla di centinaia di persone, sia uomini che donne, provenienti da diverse parti degli Stati Uniti e dell’Europa.

I primi combattenti stranieri a unirsi alle YPG arrivarono in Siria nel 2015, anno di maggiore espansione dell’ISIS, quando il Califfato islamico era grande come il Regno Unito. I curdi siriani iniziarono fin da subito a combattere contro l’ISIS: il loro obiettivo era frenare l’avanzata dello Stato Islamico nel “Rojava”, versione breve di “Rojava Kurdistan” (cioè “Kurdistan occidentale”), il territorio del nord della Siria governato dal Partito dell’Unione Democratica (PYD), di ispirazione “socialista-libertaria”.

Quell’anno le YPG, milizie armate del PYD, crearono un proprio “battaglione internazionale” formato per lo più da marxisti e anarchici turchi a cui però nel corso del tempo si aggiunsero decine di volontari provenienti da tutto il mondo. Il riferimento storico del “battaglione internazionale” era quello delle “brigate internazionali” di volontari stranieri che alla fine degli anni Trenta intervennero nella guerra civile spagnola a fianco del Fronte Popolare contro le forze nazionaliste del generale Francisco Franco. Dopo una prima fase “difensiva”, che incluse per esempio la battaglia per il controllo di Kobane, tre anni fa le YPG iniziarono contro l’ISIS un’operazione militare “offensiva”: si allearono con gli Stati Uniti e formarono le Forze democratiche siriane insieme ad alcune milizie arabe. Riconquistarono Raqqa, considerata la capitale del Califfato islamico in Siria, e ricacciarono lo Stato Islamico sempre più verso sud, fino a Baghuz, dove si sta combattendo oggi.

Nel corso degli anni della guerra siriana, le milizie curde sono state particolarmente attive nel cercare di attrarre combattenti stranieri: «si sono rese accessibili agli occhi degli occidentali che volevano unirsi alla loro battaglia», ha scritto il New York Times. 

Hanno creato diversi account sui social network pubblicando contenuti in inglese, hanno facilitato l’arrivo di stranieri tramite il Kurdistan iracheno, e una volta arrivati in Siria hanno offerto agli aspiranti combattenti corsi di lingua e cultura curda e addestramento militare. In diversi casi, inoltre, hanno attirato personale necessario per la gestione delle istituzioni curde e delle infrastrutture del territorio, per esempio ingegneri con specializzazioni diverse. Il punto fondamentale è che hanno descritto il loro progetto come “la rivoluzione del Rojava”, ovvero come un progetto politico e ideologico ben preciso, e non solo come un’operazione militare contro gli estremisti dell’ISIS.

La propaganda delle YPG e il progetto di un Kurdistan indipendente hanno attirato nel tempo centinaia di combattenti stranieri (al momento sembra che siano circa 150), con motivazioni molto diverse tra loro. Matteo Pugliese, analista dell’Istituto per gli studi di politica internazionale (ISPI) ed esperto di radicalizzazione e terrorismo, ha scritto che la maggior parte degli analisti concorda nel dividere i volontari stranieri in tre gruppi.

Il primo è formato dai militanti di sinistra e anarchici che decidono di unirsi alla guerra dei curdi per solidarietà internazionale: è probabilmente la categoria più numerosa delle tre e include diverse reti di antifascisti e attivisti di estrema sinistra, libertari e ambientalisti, tra cui gruppi francesi, tedeschi, britannici e italiani. Il secondo è formato da indipendentisti europei, come il separatista bretone Olivier Le Clainche e il sardo Pierluigi Caria, oltre che diversi attivisti catalani, baschi e nordirlandesi. Il terzo si basa sull’idea di difendere l’Occidente contro il jihadismo e include militanti di estrema destra, come l’olandese Sjoerd Heeger, ucciso in una battaglia contro l’ISIS vicino a Deir Ezzor, nella Siria orientale.

È difficile comunque individuare con precisione le ragioni che hanno spinto decine di persone ad andare in Siria e rischiare la vita in una guerra distante migliaia di chilometri da casa loro. In molti casi, ha specificato Pugliese, le partenze sono state giustificate da motivi che non è facile incasellare in una precisa categoria. L’ex modella canadese Hanna Tiger Boham, per esempio, ha detto di essersi unita alle Unità di protezione delle donne (YPJ, le unità armate femminili curde) per contribuire alla lotta globale per i diritti delle donne. L’ex banchiere londinese Macer Gifford ha giustificato la sua scelta dicendo che sentiva che il Regno Unito non stava facendo abbastanza per aiutare i curdi contro l’ISIS. Michael Enright, attore britannico 53enne che lavorò insieme a Tom Cruise e Johnny Depp, si è unito alle YPG dopo avere visto il video diffuso dall’ISIS della decapitazione del giornalista statunitense James Foley.

Tra i volontari delle YPG ci sono stati anche diversi italiani, oltre a Orsetti: tra gli altri, Claudio Locatelli, originario di Padova e coinvolto nella battaglia per la liberazione di Raqqa; Karim Franceschi, altra figura importante del battaglione e divenuto noto per avere partecipato alla battaglia di Kobane e avere scritto un libro sulla sua esperienza in Siria; e Giovanni Asperti, originario di Bergamo e laureato alla Bocconi, ucciso a gennaio nella punta nordorientale della Siria.

Non è chiaro cosa succederà nei prossimi mesi agli stranieri delle YPG. Richard Hall, giornalista dell’Independent, ha scritto che molti volontari che si sono uniti alle milizie curde per partecipare alla “rivoluzione del Rojava” sostengono di non essere pronti a tornare a casa loro. Kyle Town, 30enne proveniente dall’Ontario, in Canada, ha detto per esempio a Hall che «c’è molto lavoro da fare, al di là del combattere Daesh [nome arabo dell’ISIS]. […] Sono venuto qui perché volevo partecipare a questa rivoluzione nel modo migliore possibile».

C’è poi un’altra questione, che potrebbe complicare il ritorno di alcuni combattenti: le leggi europee relative alla partecipazione dei propri cittadini ad attività di guerra all’estero non sono sempre chiare, e a volte si sono creati casi giudiziari controversi.

Sta succedendo per esempio in Italia, dove il caso di cinque attivisti torinesi andati a combattere l’ISIS a fianco dei curdi – Paolo Andolina, Jacopo Bindi, Davide Grasso, Fabrizio Maniero e Maria Edgarda Marcucci – è finito all’esame della procura di Torino, che sta valutando se adottare contro di loro misure di “prevenzione”, tra cui l’espulsione dalla città per due anni, il sequestro di patente e passaporto, l’obbligo di firma e di dimora e il divieto di svolgere attività sociali e politiche. Secondo l’Espresso, la procura sostiene che gli articoli scritti dai cinque e la capacità di usare armi acquisita in terra siriana sarebbero prove della loro pericolosità e potrebbero creare disordini nel contesto delle proteste No TAV, movimento a cui sono vicini.

In generale in Italia, così come in molti altri paesi europei, le leggi sui cosiddetti “foreign fighters” sono state scritte esplicitamente per limitare i pericoli alla sicurezza nazionale rappresentati da potenziali terroristi dell’ISIS. Come dimostra però il caso dei cinque attivisti torinesi, ha scritto Pugliese, diverse procure e agenzie anti-terrorismo europee continuano a essere preoccupate delle abilità militari che i volontari stranieri hanno acquisito durante la loro permanenza in Siria, con la conseguente creazione di zone grigie che potrebbero penalizzare coloro che hanno combattuto contro l’ISIS e a fianco dei curdi.