Un ripasso su chi ha i nostri dati online, in vista di Biennale Democrazia

Durante il festival torinese, dal 27 al 31 marzo, si parlerà tre le altre cose di come Google e Facebook usano le informazioni che gli diamo su di noi

(Justin Sullivan/Getty Images)

A molte persone capita di pensare che il proprio telefono le ascolti: in giro per internet si trovano molti racconti di utenti dei social network che poco dopo aver parlato con qualcuno di un certo prodotto – una Redbull, un profumo o un paio di scarpe – hanno visto comparire su Facebook o Instagram un annuncio pubblicitario di quell’oggetto. Un duo di artisti di New York ha raccolto testimonianze di questo tipo in un progetto video sponsorizzato da Mozilla, la fondazione che sviluppa il browser Firefox: guardandolo viene spontaneo chiedersi se i racconti che contiene siano frutto di paranoie e un diffuso debole per le teorie cospiratorie, ma anche se i sospetti sui gestori dei servizi digitali non siano fondati.

Facebook ha sempre negato di ascoltare i propri utenti tramite i microfoni dei telefoni. Ha ammesso che i messaggi privati scambiati attraverso Messenger vengono analizzati da un algoritmo per rilevare eventuali contenuti proibiti dalle sue linee guida, come immagini pedopornografiche, ma ha detto che le conversazioni private non vengono “lette” per indirizzare con maggiore precisione le pubblicità che vediamo, anche se molte persone hanno l’impressione che non sia così.

Anche se non sappiamo del tutto come funzionino gli algoritmi che usano i nostri dati, possiamo comunque avere un certo controllo sulle cose che condividiamo e sapere come sono usate: sarà sempre più importante, tra le altre cose, per farsi un’opinione sui rapporti tra tecnologia e partecipazione democratica. Se ne parlerà dal 27 al 31 marzo durante il festival torinese Biennale Democrazia, insieme ad altri temi vicini come la digitalizzazione della pubblica amministrazione, la gestione dei dati digitali per mantenere ricordi e documenti importanti, lo sfruttamento dei cosiddetti “big data” (le grandi masse di dati messe insieme a formare database di informazioni) per il progresso scientifico e tecnologico e i rischi legati alla diffusione delle notizie online.

Dato che tra aggiornamenti delle app, nuove leggi e altre trasformazioni del mondo digitale non è sempre facile sapere con esattezza chi sa cosa di noi e come lo usa, abbiamo messo insieme una breve guida di base sul tema della privacy e dei dati online: un buon punto di partenza per arrivare preparati a Biennale Democrazia.

Cosa sa di noi Facebook
Anche se la popolarità di Facebook sta diminuendo nell’ultimo periodo – in parte per via della vicenda di Cambridge Analytica e la scarsa attenzione alla privacy dimostrata da Mark Zuckerberg negli anni – questo social network resta comunque molto diffuso. Facebook inoltre possiede sia Instagram che WhatsApp (anche se ciascuna applicazione ha regole un po’ diverse) perciò partiamo da qui. Per punti Facebook conosce:

  • nome, data di nascita, numero di telefono o email che si fornisce all’iscrizione;
  • tutte le informazioni che si decide di aggiungere quando si compila il proprio profilo, dalla scuola che si è frequentato al proprio lavoro, dalla città in cui si vive alla propria presenza su altri social network; queste informazioni sono le prime attraverso cui si viene profilati per la pubblicità;
  • quanto tempo si passa su Facebook e da dove, ragione per cui si vedono pubblicità di ristoranti e attrazioni delle città in cui si è in visita;
  • la pagine di Facebook che si consultano più spesso, gli hashtag a cui si è interessati e le persone con cui si interagisce di più e per quanto tempo;
  • i contatti sul proprio telefono se gli si permette di accedervi;
  • gli oggetti che si comprano attraverso Facebook;
  • i metadati delle immagini che si condividono;
  • le informazioni contenute nelle immagini degli amici in cui si è stati taggati;
  • quello che si dice nelle conversazioni su Messenger (in che misura esattamente non è chiarissimo, come dicevamo); c’è un’opzione per criptare i propri messaggi, che di default è disattivata;
  • con chi si parla attraverso Messenger e per quanto tempo.

Queste sono le informazioni che Facebook ricava direttamente dall’uso che ne si fa. Bisogna aggiungervi quelle che Facebook raccoglie in altri modi, principalmente da servizi digitali collegati al vostro account (quelli a cui accedete usando il vostro account Facebook), attraverso i pulsanti “Mi Piace” e “Condividi” che si trovano sui numerosi siti online e il cookie tracciatore Pixel. Quindi sa cosa fate su altre app e conosce la vostra posizione; la conosce anche se non ha l’accesso alla posizione GPS del telefono, perché può basarsi sul suo indirizzo IP. Come ha detto più volte, Facebook non vende ad altre aziende queste informazioni su di voi, ma le utilizza per vendere spazi pubblicitari mirati su di voi.

Cosa sa di noi Google
La reputazione di Google quando si tratta di dati personali è generalmente migliore di quella di Facebook perché non ci sono stati casi grossi come quello di Cambridge Analytica e un po’ perché si ha l’impressione che il rapporto che abbiamo con i servizi di Google sia “meno personale”. In realtà attraverso i suoi diversi servizi – tra cui Google Maps – Google ha tantissime informazioni sui propri utenti, probabilmente molte più di Facebook. Anche se, per Google ancora più che per Facebook, dipende molto da quali e quanti servizi e dispositivi di Google vengono usati. Google non è solo Google e tutti i suoi servizi: è anche, tra le altre cose, YouTube, Android e Chrome. Per punti, Google conosce:

  • ogni ricerca che sia stata fatta su Google;
  • ogni pagina visitata usando Chrome;
  • ogni video visto su YouTube;
  • la voce di chi usa comandi vocali per i suoi dispositivi;
  • lo storico degli acquisti fatti tramite i suoi servizi;
  • le persone con cui ogni suo utente comunica o condivide contenuti;
  • l’attività su app o servizi di terze parti a cui si accede tramite Google;
  • le pubblicità con cui interagiscono gli utenti dalle pagine di Google;
  • la posizione in un momento e lo storico delle posizioni, tramite GPS o altri dati (come gli indirizzi IP o le reti WiFi a cui ci si connette).

Google dice però di non raccogliere dati e informazioni contenute nei documenti Google Docs di chi usa la versione a pagamento, per aziende. Google ha anche smesso di raccogliere informazioni contenute nelle mail di chi usa Gmail per decidere quali pubblicità mostrare agli utenti: ma fino a un po’ di tempo fa lo faceva. Paradossalmente, anche senza usare nessun servizio di Google, si finisce comunque per far sapere qualcosa dei propri gusti a Google, perché le pubblicità gestite da Google escono su ogni tipo di sito. La maggior parte delle informazioni che Google raccoglie sui suoi utenti sono usate per fare pubblicità mirate sui loro gusti e interessi.

A che punto siamo nel mondo con il dibattito sulla privacy
Per dirlo chiaramente servirebbe ben più di un articolo, ma qualcosa si può dire in un paio di paragrafi. Fino a qualche tempo fa si poteva dire con buona approssimazione che negli Stati Uniti si badava poco alla privacy degli utenti dei servizi online, mentre da parte dell’Unione Europea c’era maggiore attenzione: è ancora in buona parte così, ma dopo la vicenda di Cambridge Analytica le cose hanno cominciato a cambiare un poco anche negli Stati Uniti.

Già a fine 2018 la Federal Communication Commission (FCC), l’agenzia governativa statunitense che regolamenta le telecomunicazioni, disse che tutte le principali società tecnologiche americane erano state poco trasparenti sui dati raccolti e l’uso che ne facevano: «Le persone hanno il diritto di sapere di più sull’operato di queste società», scrisse Ajit Pa, presidente di FCC: «Dobbiamo pensare seriamente se sia arrivato il momento di far rispettare nuove regole sulla trasparenza». A inizio marzo Zuckerberg ha invece detto di volere ripensare buona parte del funzionamento del suo social network, privilegiando le conversazioni private e criptate rispetto ai post pubblici. Per ora ci sono molte parole e pochi fatti (uno dei motivi per cui uno dei fondatori di WhatsApp continua a invitare le persone a cancellarsi da Facebook) ma già il fatto che siano arrivate le parole è un segnale non indifferente.

In Europa sono invece arrivati anche i fatti. Come forse ricorderete per le tante notifiche ricevute in quel periodo, nel maggio 2018 è entrato in vigore in modo definitivo il Regolamento generale sulla protezione dei dati (General Data Protection Regulation, GDPR), voluto dall’Unione Europea per mettere ordine nella gestione dei dati personali e tutelare meglio la privacy dei cittadini europei. Il regolamento fu approvato nel 2016 ed è considerato uno dei più completi ed estesi provvedimenti sulla tutela dei dati personali mai fatti, tanto da essere diventato il modello o la fonte d’ispirazione anche in continenti diversi dal nostro.

Il GDPR è un argomento complesso, ma il suo regolamento si poggia su un principio semplice: ogni cittadino europeo deve essere avvisato sulla raccolta dei suoi dati personali. Deve dare la propria esplicita autorizzazione e avere modo di revocarla, se vuole. Il GDPR dà poi a ogni cittadino europeo il diritto di chiedere e ottenere una copia di tutti i propri dati in possesso dell’azienda che gli ha fornito un servizio. È per questo motivo che molti siti e app hanno iniziato a offrire servizi di download dei propri archivi, come ha fatto di recente Instagram. È per esempio grazie al GDPR che a inizio 2019 la Francia ha fatto pagare una multa da 50 milioni di euro a Google, per questioni relative alle pubblicità personalizzate e alle possibilità di uso di dispositivi Android senza un account Google.

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Breve elenco degli eventi di Biennale Democrazia dedicati alle nuove tecnologie

Lomellina, la nuova Silicon Valley
Giovedì 28 marzo, ore 18.00, al Circolo dei Lettori
Gian Vincenzo Fracastoro e Dario Pagani, insieme a Pierangelo Soldavini, parleranno di come intelligenza artificiale, robotica, blockchain e big data stanno cambiando il mondo, nei campi della salute, della sostenibilità, del lavoro e dell’energia.

L’anima delle cose
Venerdì 29 marzo, ore 18.00, al Teatro Carignano
Juan Carlos De Martin, esperto dei rapporti tra internet e la società, parlerà con Gustavo Zagrebelsky, peraltro presidente di Biennale Democrazia, di come riguardo alle nuove tecnologie vadano pensate precise scelte economiche, giuridiche e politiche.

Polvere di stelle
Venerdì 29 marzo, ore 21.00, alla Nuvola Lavazza
Ambra Angiolini, Pif e lo youtuber Luis Sal discuteranno di cosa sia la celebrità oggi che diversi mezzi di comunicazione hanno avvicinato le persone normali a quelle “famose”.

Bolle di visibilità
Sabato 30 marzo, ore 15.30, all’Auditorium Vivaldi
Il direttore di Rai 2 Carlo Freccero parlerà con Luis Sal di come sia cambiato il rapporto tra persone “famose” e i loro fan – diventati follower.

La rivoluzione digitale: una sfida etica
Sabato 30 marzo, ore 18.00, all’Auditorium del grattacielo Intesa Sanpaolo
Il fisico e ingegnere nucleare Mario Rasetti parlerà delle questioni etiche legate alla rivoluzione digitale, nel rapporto delle persone tra loro e con l’ambiente.

Disinformazione
Domenica 31 marzo, ore 11.00, al Teatro Carignano
Carlo Freccero parlerà con il ricercatore Walter Quattrociocchi, consulente scientifico dell’Autorità Garante per le Comunicazioni sui temi di diffusione delle informazioni sulle piattaforme digitali, del problema della diffusione di notizie false attraverso internet.

Un mondo di dati. Tra libertà e controllo
Domenica 31 marzo, ore 16.30, all’Auditorium Vivaldi
Il gruppo di ricerca sulle tecnologie digitali Ippolita e il professore e ricercatore di informatica Dino Pedreschi, insieme al giornalista Emiliano Audisio, parleranno dei rischi per le procedure democratiche legati all’uso di tecnologie automatizzate.

Profili fake. Perché le false identità fanno sentire al sicuro
Domenica 31 marzo, ore 17.00, al Polo del ‘900
Il sociologo Vanni Codeluppi e la modella e influencer Paola Turani parleranno dei social network e di come sono diventati la misura del successo di una persona e delle sue qualità.

Qui trovate il programma completo, qui una selezione un po’ più allargata degli eventi più interessanti fatta dal Post.