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  • martedì 19 marzo 2019

La storia dietro il ricatto del National Enquirer a Jeff Bezos

Il Wall Street Journal ha raccontato che fu il fratello dell'amante del fondatore di Amazon a vendere le foto private al tabloid

Il Wall Street Journal ha raccontato per la prima volta nel dettaglio come il National Enquirer, un noto e screditato tabloid americano, entrò in possesso di foto e messaggi privati del fondatore di Amazon Jeff Bezos, per poi ricattarlo minacciando di pubblicarli se non avesse ordinato al Washington Post, quotidiano di sua proprietà, di smettere di occuparsi dei problemi giudiziari del tabloid e del suo editore, David J. Pecker. I messaggi furono venduti al National Enquirer dal fratello dell’amante di Bezos, come aveva già anticipato il mese scorso il Daily Beast: il Wall Street Journal ha però raccontato che furono pagati 200mila dollari, e che le decisioni dietro all’operazione provocarono un bel po’ di guai nella direzione del tabloid.

Jeff Bezos. (Dennis Van Tine/STAR MAX/IPx)

Il contesto, in breve: Bezos, l’uomo più ricco del mondo, si era separato da sua moglie – con cui stava da 23 anni – a gennaio. Il National Enquirer – che solitamente si occupa soprattutto di show business – aveva dato ampio spazio alla storia, pubblicando prima foto di Bezos insieme alla sua amante, l’ex conduttrice televisiva Lauren Sanchez, e poi il testo di alcuni messaggi privati sessualmente espliciti. A febbraio Bezos aveva pubblicato un post in cui aveva raccontato che il National Enquirer lo aveva contattato per informarlo di essere entrato in possesso di sue foto private compromettenti, che avrebbe pubblicato se il Washington Post non avesse smesso di investigare sugli opachi rapporti tra Pecker e l’Arabia Saudita. Bezos aveva diffuso alcuni stralci delle email ricevute, spiegando di essere nella posizione di ribellarsi al ricatto e di volerlo fare.

Questo aveva messo molto nei guai Pecker e il National Enquirer, il cui modello di business si basa notoriamente sul “catch and kill”, cioè sul comprare i diritti su una storia compromettente per poi chiedere soldi agli interessati in cambio della sua non pubblicazione. Il National Enquirer e Pecker hanno usato un metodo simile anche per raggiungere scopi politici: sono molto vicini al presidente degli Stati Uniti Donald Trump, ed è accertato che il tabloid comprò i diritti sulla storia di Karen McDougal, una modella di Playboy che sostiene di aver avuto una relazione con Trump, per non pubblicarla mai ed evitare così che diventasse pubblica.

Lauren Sanchez. (Galaxy/STAR MAX/IPx)

Tornando alla storia delle foto di Bezos: si era speculato a lungo sulla possibile fonte che le aveva vendute al National Enquire. Bezos si assicurò di non essere stato hackerato, e qualcuno ipotizzò potesse essere coinvolta la Casa Bianca o l’Arabia Saudita. Ma le fonti del Wall Street Journal hanno confermato che fu in realtà Michael Sanchez (che non ha voluto commentare). Sanchez è un ex agente di personaggi televisivi, che già in passato era stato informatore del National Enquirer e che era in buoni rapporti con Dylan Howard, uno dei capi dei contenuti del tabloid.

Sanchez parlò con i giornalisti del tabloid della relazione di sua sorella con Bezos, che nel frattempo erano già stati seguiti e fotografati dai paparazzi del giornale. Pecker intanto era dubbioso sulla decisione di pubblicare il materiale, temendo che Bezos avrebbe fatto causa complicando la già difficile situazione economica della società proprietaria American Media, che ha molti debiti. Pecker non era nemmeno sicuro che la storia avrebbe venduto, visto che i lettori del National Enquirer sono abituati a gossip di spettacolo, ed era preoccupato di attirare nuove accuse di vicinanza con Trump, che da quando è presidente ha criticato duramente e frequentemente il Washington Post.

American Media era nel mezzo di un complicato rifinanziamento, e Pecker aveva invitato il giornale a non comprare materiale troppo controverso. Secondo le fonti del Wall Street Journal, però, acconsentì all’accordo con Sanchez, che prevedeva un pagamento di 200mila dollari, cioè molti più del normale, e per giunta in anticipo, condizione piuttosto insolita: in casi simili, infatti, il tabloid paga le fonti solo se poi pubblica la storia. In più, il contratto prevedeva una clausola anche per evitare che il metodo utilizzato fosse quello del “catch and kill”: in caso di mancata pubblicazione della storia entro un mese, Sanchez avrebbe potuto venderla a qualcun altro. Secondo il Wall Street Journal, questa clausola fu aggiunta dai legali del National Enquirer viste le indagini giudiziarie in corso sul tabloid: ma altre fonti hanno suggerito che fosse stata decisa per evitare che Pecker decidesse poi di non pubblicare la storia, vista la sua amicizia con Ari Emanuel, l’ex marito dell’amante di Bezos. Dopo alcune settimane di trattative, a ottobre Sanchez firmò l’accordo.

David Pecker, l’editore del National Enquirer. (Marion Curtis via AP, File)

Cameron Stracher, il capo dei consulenti legali del National Enquirer, era stato tra i principali negoziatori dell’accordo, e qualche settimana dopo andò a pranzo con Pecker: pensava che avrebbe avuto una promozione, e invece subì le ire dell’editore che si arrabbiò molto sostenendo di non essere stato informato del pagamento anticipato previsto per Sanchez. Stracher lasciò il tavolo per protesta, e quando tornò agli uffici del tabloid – una decina di minuti più tardi – il suo pass per l’ingresso era già stato disattivato. Il Wall Street Journal dice di non essere riuscito a scoprire con certezza se Pecker sapesse o meno delle modalità del pagamento, ma diverse fonti hanno detto che l’editore ebbe l’impressione di essere stato costretto a pubblicare la storia. Alla fine, dopo che tutto fu visionato dai consulenti legali del tabloid, Pecker ne autorizzò la pubblicazione all’inizio di gennaio.

A quel punto, però, i finanziatori di American Media espressero disappunto e preoccupazione per tutta la questione, preoccupati anche dalle voci secondo le quali gli articoli su Bezos fossero legati al rapporto tra Pecker e Trump, che nel frattempo colse l’occasione per fare nuove polemiche su Twitter sul fondatore di Amazon e sul Washington Post. I finanziatori chiesero quindi a Pecker di risolvere la faccenda: fu in quel momento che arrivarono le prime minacce a Bezos, che nel frattempo aveva chiesto ad alcuni investigatori di indagare sulle motivazioni dietro agli attacchi del National Enquirer. 

Bezos ha raccontato che i rappresentati di American Media gli intimarono verbalmente di interrompere le indagini, altrimenti avrebbero pubblicato materiale sconveniente. A quei contatti verbali seguirono poi le mail ricattatorie, con le quali la società propose a Bezos un accordo: non avrebbero pubblicato nuovi messaggi e foto privati se il fondatore di Amazon avesse diffuso un comunicato in cui diceva di non avere prove che  il comportamento del tabloid avesse motivazioni politiche. Bezos si rifiutò di cedere al ricatto, e raccontò tutto nel post su Medium diventato poi molto famoso.

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