(Justin Sullivan/Getty Images)

Il mondo chiede grassi sani

E i produttori di avocado, noci, salmone e di olio stanno faticando a tenere il passo, per vari motivi

(Justin Sullivan/Getty Images)

Gli agricoltori di tutto il mondo stanno cercando con fatica di tenere il passo con l’aumento mondiale della domanda di alimenti ricchi dei cosiddetti “grassi sani”, con conseguenze a lungo termine sui prezzi e sulla produzione. Lo ha spiegato in un recente articolo il Wall Street Journal dicendo che «dal Messico fino alla Norvegia e alla Nuova Zelanda, i coltivatori di avocado, gli allevatori di pesce e i produttori di burro stanno lottando per aumentare la produzione in modo da poter soddisfare la crescente domanda: ma i vincoli ambientali e altre sfide limitano quanto riescono a produrre».

I prezzi medi degli avocado, dell’olio d’oliva e del salmone sono aumentati infatti fino al 60 per cento dal 2013, mentre nello stesso periodo i prezzi di mais, soia, zucchero e grano sono diminuiti o non sono cambiati in modo significativo. Questa tendenza rispecchia i cambiamenti che negli ultimi anni sono avvenuti nel modo di nutrirsi.

Molte persone sono passate da diete ad alto contenuto di carboidrati e povere di grassi a diete che prevedono cibi ad alto contenuto di grassi naturali, come raccomandano le varie agenzie governative che si occupano di salute alimentare e i nutrizionisti. Il burro, per esempio, a lungo visto come un grasso pericoloso che causava malattie cardiovascolari, ora viene invece considerato più salutare rispetto ai grassi che l’avevano sostituito, come la margarina. Molte persone hanno quindi ripreso a consumarlo e grosse aziende l’hanno reintrodotto: per esempio McDonald’s ha sostituito la margarina col burro, aumentandone la richiesta di 20 mila tonnellate all’anno.

I cosiddetti grassi sani sono ricchi di nutrienti come gli omega-3, acidi grassi essenziali che secondo diverse ricerche hanno proprietà antinfiammatorie e possono migliorare la circolazione. Gli omega-3 si trovano in abbondanza in alcuni pesci o nell’olio di lino. Noci, avocado e olio d’oliva sono ricchi di grassi monoinsaturi, considerati “buoni” perché favoriscono la sostituzione del colesterolo LDL presente nel sangue (che causa infarti e ostruzioni vascolari) con un tipo di colesterolo che non rappresenta invece una fonte di pericolo per l’organismo. Storicamente la richiesta di questo tipo di alimenti era guidata dai paesi occidentali, ma ora anche la Cina e altri paesi asiatici stanno mangiando cibi più ricchi di questo tipo di grassi.

Stephan Hubertus Gay, esperto presso l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE), ha confermato che i consumatori sono tornati a mangiare prodotti che contengono grassi naturali, ma ha anche detto che questo cambiamento è arrivato più velocemente di quanto ci si aspettasse.

La maggiore domanda ha causato problemi non solo di prezzo (dal 2012 quello dell’olio di oliva e del burro è praticamente raddoppiato, dicono i dati), ma anche per quanto riguarda un aumento della produzione che richiede a sua volta un’espansione delle terre coltivate con quei prodotti.

Il Wall Street Journal ha fatto l’esempio di alcuni coltivatori di olio di oliva in California, dell’azienda California Olive Ranch, che negli ultimi tre anni hanno piantato o acquistato 13 chilometri quadrati di ulivi in ​​cinque contee, portando la superficie totale a 45 chilometri quadrati. Ma non è stato semplice perché gli ulivi possono crescere solo in determinate condizioni, e la siccità degli ultimi anni ha causato ulteriori difficoltà. Come per le olive, anche la produzione commerciale di avocado e mandorle richiede tempo: gli alberi devono crescere per diversi anni prima di poter produrre frutta e sono adatti solo a specifici ambienti climatici.

In molte parti del mondo le persone stanno anche aumentando i consumi di prodotti lattiero-caseari, con conseguenti carenze che hanno colpito la Francia ma anche la Nuova Zelanda, che è uno dei primi produttori di burro al mondo.

In generale, il consumo di burro mondiale è aumentato del 13 per cento dal 2013 al 2018. Secondo il Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti, e Cina, Corea del Sud e Giappone hanno avuto un ruolo significativo, avendo tutti aumentato le loro importazioni. Per far fronte alla nuova domanda è stata aumentata la produzione di latte, ma molti produttori non sono disposti a tenere questo ritmo poiché i residui di latte scremato hanno un rendimento molto basso.

Ci sono poi vincoli ambientali e non solo economici, a frenare l’espansione di certi prodotti. Dal 1998 al 2008, per esempio, la produzione mondiale di salmone è cresciuta in media del 7,7 per cento all’anno; negli ultimi dieci anni il tasso di crescita però si è dimezzato e i prezzi del salmone dal 2012 sono raddoppiati. La produzione è stata limitata dalle norme più severe imposte sulla pesca al salmone. Il sovraffollamento di alcuni allevamenti ha infatti causato problemi con i pidocchi del mare, parassiti che vivono sui salmoni e che possono però causare gravi danni. Di conseguenza, i governi di Norvegia e Scozia hanno limitato l’apertura di nuovi allevamenti rallentando la produzione.

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