Cosa succede ora con il voto su Salvini

Dopo il voto degli iscritti del M5S e della Giunta per le immunità, entro il 24 marzo dovrà votare anche il Senato: ma Salvini sembra ormai al sicuro

Il senatore del M5S, Mario Michele Giarrusso, contestato da senatori del Pd al termine della Giunta per le immunità del Senato convocata per decidere nei confronti del ministro dell'Interno, Matteo Salvini, sul caso Diciotti (ANSA/GIUSEPPE LAMI)

Dopo il voto degli iscritti del Movimento 5 Stelle e quello della Giunta per le immunità del Senato sull’autorizzazione a procedere nei confronti del ministro dell’Interno Matteo Salvini per il caso della nave Diciotti, il prossimo passaggio sarà il voto dell’intera aula del Senato. La data del voto non è ancora stata fissata, ma dovrà avvenire entro 30 giorni dal voto della Giunta e quindi non oltre il 24 marzo. L’esito del voto al momento sembra scontato: Lega e Movimento 5 Stelle hanno la maggioranza assoluta al Senato e voteranno a favore di Salvini; con loro, inoltre, dovrebbero votare anche i senatori di Forza Italia e di Fratelli d’Italia, che si sono già opposti all’autorizzazione a procedere nel voto in Giunta.

Salvini è accusato di sequestro di persona a scopo di coazione, omissione di atti d’ufficio e arresto illegale. Le accuse sono legate al caso della nave della Guardia Costiera Diciotti, che lo scorso agosto Salvini costrinse a rimanere nel porto di Catania per cinque giorni senza far sbarcare nessuna delle 177 persone che si trovavano a bordo. Le persone erano migranti partiti dalla Libia che di fatto, trovandosi a bordo di una nave della Guardia costiera italiana in un porto italiano, si trovavano già in Italia al momento del presunto sequestro: tra loro c’erano anche donne, malati e minorenni. Salvini aveva impedito il loro sbarco fino a che altri paesi europei avevano assicurato che si sarebbero fatti carico della loro accoglienza.

Il reato contestato a Salvini sarebbe stato commesso però “nell’esercizio delle funzioni di ministro”, cioè come parte dell’attività istituzionale. Per questa ragione la vicenda ha seguito una procedura giudiziaria particolare: è passata prima dal cosiddetto “tribunale dei ministri” di Catania, che per poter rinviare a giudizio Salvini ha dovuto chiedere l’autorizzazione a procedere della sua camera di appartenenza del ministro. In questo caso, il Senato. È una procedura prevista dall’articolo 96 della Costituzione, pensato per salvaguardare e garantire l’indipendenza del potere esecutivo dal potere giudiziario.

Il voto dell’aula del Senato è stato preceduto – come accade per quasi tutti i voti del Parlamento – da un voto di una delle molte commissioni che gestiscono e organizzano il lavoro della camera. In questo caso, la Giunta per le immunità presieduta dal senatore di Forza Italia Maurizio Gasparri ha votato una relazione dello stesso Gasparri sulla richiesta di autorizzazione a procedere. Il voto della Giunta non è vincolante per l’aula del Senato, dove ogni senatore potrà votare come vuole, ma visto che le commissioni sono composte rispecchiando i numeri dell’aula quello che viene deciso al loro interno dà solitamente indicazioni attendibili di cosa succederà dopo.

Nella relazione presentata alla Giunta e poi approvata, Gasparri sosteneva che Salvini avesse agito «per il perseguimento di un preminente interesse pubblico nell’esercizio della funzione di Governo», una delle due circostanze per cui secondo la legge italiana il Parlamento può negare l’autorizzazione a procedere nei confronti di un membro del governo. La sua relazione è stata approvata con i voti dei senatori di Lega, del M5S, di Forza Italia e del senatore di Fratelli d’Italia e di quello delle Autonomie; hanno invece votato contro – e quindi per processare Salvini – i quattro senatori del Partito Democratico, Piero Grasso di Liberi e Uguali e Gregorio De Falco, eletto col M5S ma espulso dal partito e passato al gruppo misto.

È improbabile che il voto dell’aula del Senato si discosti da quello della Giunta. L’incertezza più grande era su quello che avrebbe deciso di fare il Movimento 5 Stelle, che sostiene storicamente di essere contrario a qualunque tipo di immunità parlamentare. La posizione del partito però è cambiata: Luigi Di Maio ha spiegato che secondo lui i casi contemplati dall’articolo 96 della Costituzione non ricadono sotto quella che normalmente viene chiamata “immunità parlamentare” e la posizione è stata confermata da un voto degli iscritti del M5S sulla piattaforma Rousseau. Alcuni parlamentari del M5S hanno espresso una certa insoddisfazione, ma anche se qualcuno di loro dovesse decidere di non seguire l’indicazione del partito sul voto è improbabile che si arrivi a numeri tali da metterne in discussione l’esito.

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