(EPA/STR)

Siamo messi molto male

Lo dicono i numeri esposti oggi sul Corriere, intanto che il governo si occupa d’altro

(EPA/STR)

Dario Di Vico sul Corriere della Sera di oggi mette in fila una serie di dati molto preoccupanti sulle condizioni dell’economia italiana, che vanno molto oltre la semplice “congiuntura internazionale” e danno molta concretezza al ridimensionatissimo dato della crescita italiana prevista per il 2019.

Ci sono dei momenti in cui si sente la necessità di ascoltare la voce di una Cassandra. E oggi è indispensabile richiamare tutti a un esame più approfondito (e severo) dei dati dell’economia reale che via via affluiscono. Solo per limitarsi a quanto abbiamo saputo nella giornata di ieri, l’Istat ci ha informato che il fatturato industriale in dicembre è crollato del 3,5% se paragonato al mese precedente e del 7,3% rispetto allo stesso mese del ‘17. E Unioncamere Veneto ha reso noti numeri ancor più desolanti: nei prossimi tre mesi si attende un calo della produzione dell’11%, degli ordinativi interni del 13,1% e del fatturato del 7,3%. Se poi riavvolgiamo di qualche giorno il nastro spicca la previsione di Prometeia per il Pil 2019: un misero +0,1. Per arricchire la fenomenologia conviene dare un’occhiata al lavoro e allora non si può tacere come la quantità degli esuberi segnalati dalle nuove crisi aziendali sia di svariate centinaia di unità.

Oltre 800 posti in ballo nel caso Sirti (telecomunicazioni), circa 600 nel gruppo Carrefour e si temono notizie analoghe provenienti dalla grande distribuzione cooperativa. Basta mettere in fila queste informazioni per ricavarne la sensazione di un’accelerazione dei processi di ridimensionamento e ristrutturazione. È vero che negli anni della Grande Crisi il sistema delle imprese è stato capace, grazie alla diffusione delle filiere, di rendere molto più flessibile il ciclo produttivo e quindi si è messo in condizione di reagire tempestivamente agli choc negativi. Ma, come messo in evidenza dagli analisti più attenti, ciò comporta quantomeno il posticipo dei piani di investimento e comunque un compattamento delle filiere non è indolore, si scarica inevitabilmente sul sottosistema della fornitura e delle Pmi.

(continua a leggere sul sito del Corriere)

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