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  • lunedì 4 febbraio 2019

Trentino e Alto Adige sono due posti diversi

Come l'Emilia e la Romagna, per riprendere un dibattito riemerso di recente, e anzi: moolto più diversi

Quando un trentino o un altoatesino vi parlano del posto in cui vivono, quasi sicuramente si riferiscono a due cose diverse, nonostante sulla carta abitino la stessa regione amministrativa: il Trentino-Alto Adige. Dietro a quel trattino ci sono non solo due aree geografiche distinte, ma anche due culture e secoli di rivendicazioni e tensioni che sono state sanate a fatica. Le conseguenze sono ancora visibili nella vita quotidiana della regione, e ogni tanto riemergono anche nel dibattito pubblico italiano.

Quello del Trentino-Alto Adige è un caso unico in Italia, benché simili confusioni riguardino anche altre regioni accorpate. Fanno parte della stessa entità politica due posti in cui si parlano lingue diverse – tedesco in Alto Adige, italiano in Trentino – e in cui le tradizioni culturali guardano rispettivamente alla regione austriaca del Tirolo e all’Italia del nord. Lo stato italiano ha preso atto da tempo di questa divisione, e dal 1972 i due territori si gestiscono con due province separate che a turno rappresentano il territorio dell’intera regione.

La linea di confine separa più o meno nord e sud della regione, ma l’indicatore più affidabile per stabilire se un posto sia in Trentino o in Alto Adige è la lingua, con poche eccezioni. Il comune di Fondo è più vicino a Bolzano che a Trento ma si parla italiano, e infatti è in Trentino (e c’è anche una componente ladina). Egna, o Neumarkt, sta più a sud di Fondo ma due terzi dei suoi abitanti parlano tedesco, e infatti fa parte dell’Alto Adige.

Trentino e Alto Adige non sono sempre stati divisi. Si pensa che nel Neolitico, cioè circa cinquemila anni fa, un solo popolo abitasse questa zona delle Alpi: è quello a cui apparteneva Ötzi, l’uomo trovato in un ghiacciaio altoatesino nel 1991 quasi perfettamente conservato. Dall’età del Bronzo fino al tempo dei romani, da quelle parti dominarono i Reti, un popolo di origine non indoeuropea (quindi né slavo, né italico, né germanico) di cui ancora oggi sappiamo pochissimo. Furono sconfitti definitivamente nel 15 a.C. da Tiberio e Druso, figli di Augusto, che annetterono tutta la regione all’Impero romano.

Il progressivo indebolimento dell’Impero romano, soprattutto dopo la sua fine ufficiale, rese la popolazione locale vulnerabile alla pressione delle popolazioni germaniche che venivano da nord, e che iniziarono ad occupare terreni e valli laterali nell’odierno Alto Adige. L’unità della regione si concluse definitivamente nel XIII secolo. Fu in quegli anni che nacque il concetto di Tirolo come regione a sé: soprattutto dopo gli sforzi di Mainardo IV conte di Gorizia, che nel 1276 conquistò Bolzano distruggendo il palazzo vescovile – simbolo della sudditanza dal potente principato vescovile di Trento – riunendo sotto un’unica amministrazione i territori dell’Austria meridionale, di parte del Friuli e dell’odierno Alto Adige, che infatti gli altoatesini chiamano Sud Tirolo (il nome italiano Alto Adige si riferisce all’alta valle del fiume Adige, che nasce in val Venosta prima di attraversare questa regione e il Veneto). Un secolo dopo questi territori passarono agli Asburgo, quindi all’Impero austroungarico, e fino al 1918 fecero sempre parte della regione identificata come Tirolo.

Anche il Trentino passò agli Asburgo, dopo la perdita di potere del principato vescovile. Iniziò allora un periodo di instabilità che è durato praticamente fino all’altroieri. A metà dell’Ottocento Giuseppe Garibaldi provò a sottrarre il Trentino agli Asburgo ma fu fermato dalla pace che concluse la Terza guerra d’indipendenza. Durante la Prima guerra mondiale sia i trentini sia gli altoatesini combatterono con l’esercito austriaco (tranne i trentini cosiddetti “irredentisti” come Cesare Battisti, che disertarono per combattere col Regno d’Italia). Alla fine della guerra, però, l’Austria sconfitta fu costretta a cedere sia il Trentino sia l’Alto Adige all’Italia. La monarchia sembrava intenzionata a lasciare ampia autonomia all’Alto Adige, ma il regime fascista avviò da subito una violenta italianizzazione del territorio, come racconta bene un documento storico della provincia di Bolzano:

Dopo il 28 ottobre 1922 [data della marcia su Roma] il nuovo regime si mise subito all’opera revocando qualsiasi disposizione speciale a favore delle minoranze linguistiche. […] Il 29 marzo 1923 fu introdotta la toponomastica italiana quale unica forma di denominazione dei luoghi e il 15 luglio il nazionalista roveretano Ettore Tolomei presentò nel teatro di Bolzano un programma di 23 punti, elaborato su incarico del nuovo regime, per l’italianizzazione dell’Alto Adige. Le misure proposte comprendevano tra l’altro l’uso esclusivo della lingua italiana nella vita pubblica (uffici, tribunale, insegne, toponimi, cognomi ecc.), la chiusura delle scuole tedesche, l’esproprio dei rifugi dell’Alpenverein, aiuti statali per gli italiani che si trasferivano in Alto Adige da altre regioni, la limitazione, e per un breve periodo la completa soppressione, della stampa in lingua tedesca.

Dopo l’alleanza con la Germania nazista, agli altoatesini furono proposte le cosiddette “opzioni”: restare in Italia con la prospettiva di rimanere una minoranza quasi senza diritti, oppure trasferirsi nel cosiddetto Reich tedesco. Decine di migliaia di altoatesini valutarono di andarsene, ma le “opzioni” finirono nel settembre del 1943 con l’armistizio e la nascita della Repubblica di Salò. Alla fine della Seconda guerra mondiale, l’Italia concordò con l’Austria che l’Alto Adige sarebbe rimasto italiano, ma che avrebbe goduto di grande autonomia. Alle prime elezioni provinciali del 1948, in Alto Adige – da allora corrispondente alla provincia di Bolzano – trionfò la Südtiroler Volkspartei, un partito nato da alcuni politici locali contrari alle “opzioni”. Ancora oggi è sistematicamente il partito più votato a ogni elezione nazionale o locale (in Trentino stravinse invece la Democrazia Cristiana, grazie alla storica influenza esercitata dalla Chiesa).

Nel secondo Dopoguerra le tensioni etniche furono costanti, con polemiche e azioni violente di piccoli gruppi indipendentisti altoatesini: il governo italiano prima rispose con la forza, poi nel 1972 propose un pacchetto di riforme che rafforzò l’autonomia delle province di Bolzano e di Trento, che diventarono due regioni distinte. Di fatto le strade dei due territori si separarono in quegli anni, nonostante i tentativi di alcuni attivisti per la pace e la convivenza (su tutti Alexander Langer).

Ancora oggi l’Alto Adige gode di vaste autonomie, cosa che spesso significa divisioni rigide. In occasione del censimento, infatti, ogni residente con più di 14 anni deve dichiarare a quale gruppo linguistico appartiene (italiano, tedesco o ladino) oppure
dichiarare di non appartenere a nessun gruppo ma aggregarsi comunque a uno di questi.

La conseguenza più visibile è quella del sistema scolastico, che prevede due modelli separati per chi vuole frequentare la scuola italiana o quella tedesca (con pesanti conseguenze sulla comprensione base di entrambe le lingue). Ma persino l’assunzione dei dipendenti pubblici è separata, e regolata da quote proporzionali distribuite su base etnica. Ogni annuncio di lavoro specifica anche a chi è rivolto: cioè se agli altoatesini di cultura tedesca, che oggi compongono il 69 per cento della popolazione locale, oppure italiana. Le province di Bolzano e Trento collaborano spesso, ma sono istituzioni nettamente diverse e indipendenti.

La separazione istituzionale certifica quella culturale. A Trento va fortissimo la pallavolo, a Bolzano l’hockey. In Trentino, come abbiamo visto, i discendenti della Democrazia Cristiana tendono a ottenere la maggioranza dei voti, mentre in Alto Adige la scena politica è monopolizzata dalla Südtiroler Volkspartei. Curiosamente, la sezione altoatesina del CAI – il club alpino italiano – è più legata a quella centrale rispetto a quella trentina, riunita nella SAT (un’associazione nata per conto suo e inglobata nel CAI solo successivamente).

Ma i trentini e gli altoatesini condividono anche molte più cose di quanto ammettano. L’ambiente montano è simile in tutto il territorio, fatta eccezione per un tratto di Dolomiti (che vanno dal Trentino-Alto Adige al Veneto al Friuli). La birra Forst, nata altoatesina, è molto apprezzata anche in Trentino; e la cucina dei due territori è molto più simile di quanto sostengano, con qualche particolarità locale: la carne salada è meglio mangiarla in Trentino, i canederli in Alto Adige. Sulla strada che va da Trento a Bolzano è pieno di vigneti e meleti, come se non ci fosse un confine.