Da sinistra a destra: Lisa Kenna e Alex Wong, del dipartimento di Stato americano; Mike Pompeo, segretario di Stato americano; Sung Kim, ambasciatore statunitense nelle Filippine; Allison Hooker, direttrice per le politiche in Corea dell'amministrazione Trump. Pyongyang, 6 luglio 2018 (ANDREW HARNIK/AFP/Getty Images)
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  • domenica 3 febbraio 2019

Come si parlavano Stati Uniti e Corea del Nord quando non si parlavano

Per anni i due paesi hanno comunicato segretamente grazie alle rispettive intelligence: è una storia iniziata nel 2009

Da sinistra a destra: Lisa Kenna e Alex Wong, del dipartimento di Stato americano; Mike Pompeo, segretario di Stato americano; Sung Kim, ambasciatore statunitense nelle Filippine; Allison Hooker, direttrice per le politiche in Corea dell'amministrazione Trump. Pyongyang, 6 luglio 2018 (ANDREW HARNIK/AFP/Getty Images)

Quando lo scorso anno fu annunciato l’incontro tra il presidente statunitense Donald Trump e il dittatore nordcoreano Kim Jong-un – incontro che poi avvenne a giugno a Singapore – la stampa internazionale e gli esperti reagirono con grande sorpresa: era la prima volta che i leader in carica dei due paesi si incontravano, in assoluto. Nei mesi precedenti Trump e Kim si erano scambiati minacce e insulti, che avevano fatto temere l’inizio di una nuova guerra. In realtà, ha ricostruito con molti dettagli un articolo del Wall Street Journal, da diversi anni i due paesi mantenevano aperti alcuni canali di comunicazione, segreti e sottotraccia, per superare il fatto di non avere relazioni diplomatiche formali. È stato anche grazie a questi canali, gestiti per lo più dalle rispettive intelligence, che Corea del Nord e Stati Uniti sono stati in grado di accordarsi e organizzare l’incontro tra Kim e Trump.

I contatti tra le intelligence di paesi che non hanno relazioni diplomatiche formali non sono così rari. Nel caso di Stati Uniti e Corea del Nord iniziarono nel 2009, dopo che per molti anni le comunicazioni erano avvenute per lo più tramite la missione nordcoreana dell’ONU a New York. Alcuni funzionari statunitensi, però, consideravano quel canale inutile e poco efficace, perché i messaggi arrivavano al ministero degli Esteri nordcoreano, organo con influenza piuttosto limitata sulle decisioni del governo. Emerse quindi la necessità di cominciare a parlare ai ranghi più elevati del regime nordcoreano e l’unico modo era usare l’intelligence.

Nel 2009 il presidente statunitense Barack Obama incaricò Joseph DeTrani, soprannominato “Broadway Joe”, di avviare i primi contatti con l’intelligence nordcoreana. Il suo interlocutore fu fin da subito il generale Kim Yong Chol, ex capo dell’intelligence nordcoreana.

L’assistente del segretario di Stato americano James Kelly, a sinistra, insieme all’inviato speciale del governo per i cosiddetti “six-party talks” sul programma nucleare nordcoreano. Pechino, 26 giugno 2004 (AP Photo/Greg Baker)

DeTrani era l’uomo che si occupava di “gestire la missione” della Corea del Nord per conto del direttore dell’intelligence nazionale: coordinava gli sforzi delle diverse agenzie per riuscire a tirare fuori informazioni utili da uno dei regimi più chiusi al mondo.

Aveva già avuto estesi contatti con la Corea del Nord prima del 2009: era stato uno dei negoziatori dei cosiddetti “six party talks”, una serie di incontri tra sei paesi tenuti tra il 2003 e il 2007 legati al programma militare nucleare del regime nordcoreano, che però erano finiti piuttosto male. Dennis Blair, direttore dell’intelligence nazionale durante i primi 16 mesi dell’amministrazione Obama, ha detto al Wall Street Journal: «DeTrani pensava che valesse la pena parlare con la Corea del Nord, perché almeno ci tenevamo in contatto, non malinterpretavamo quello stava succedendo e ci garantivamo la possibilità di ottenere piccole aperture». Gli obiettivi di quei contatti, però, erano molto limitati, almeno inizialmente.

Obama incaricò DeTrani di iniziare le comunicazioni per liberare i due giornalisti statunitensi che erano stati arrestati a marzo del 2009 in Corea del Nord e che erano stati condannati a 12 anni di lavori forzati. Andò bene. Il 6 agosto l’ex presidente Bill Clinton arrivò a Pyongyang, incontrò il dittatore nordcoreano Kim Jong-il (padre di Kim Jong-un) e risalì sull’aereo insieme ai due giornalisti, che furono riportati negli Stati Uniti.

L’ex presidente statunitense Bill Clinton e il dittatore nordcoreano Kim Jong-il, Pyongyang, 4 agosto 2009 (AP Photo/Korean Central News Agency via Korea News Service)

Nell’aprile 2012 DeTrani andò a Pyongyang accompagnato dal numero due della CIA, Michael Morell, per permettergli di conoscere i suoi interlocutori nordcoreani e fare una specie di “passaggio di testimone”.

Era un momento complicato per le relazioni tra Stati Uniti e Corea del Nord, ha scritto il Wall Street Journal. A febbraio di quell’anno i due governi si erano accordati per la sospensione dei test missilistici a lungo raggio e dei test nucleari, e per la chiusura delle strutture nucleari a Yongbyon, tutto questo in cambio di aiuti alimentari. Il precedente dicembre, inoltre, era morto Kim Jong-il: al suo posto si era insediato il figlio, Kim Jong-un, che negli ultimi anni si è reso responsabile di un’accelerazione piuttosto netta dei test missilistici e nucleari. L’accordo praticamente non partì. La Corea del Nord lanciò un missile che avrebbe dovuto portare in orbita un satellite, nonostante le proteste degli americani: Morell ritornò a Pyongyang ad agosto per cercare di costringere il regime nordcoreano a fare una scelta – o con noi o contro di noi – ma non fu nemmeno ricevuto da Kim Jong-un.

Nel periodo finale dell’amministrazione Obama, sembra che il canale segreto di comunicazione con la Corea del Nord si fosse quasi chiuso del tutto.

I contatti tra le intelligence ripresero con intensità in uno dei momenti più critici dei rapporti bilaterali: quello dell’agosto 2017, con Trump che minacciava un oceano di «fuoco e fiamme» contro la Corea del Nord, con la ripresa delle esercitazioni militari congiunte tra soldati statunitensi e sudcoreani e con il lancio di un missile balistico nordcoreano verso il Giappone. In risposta a queste tensioni, la CIA mandò Andrew Kim, un suo agente esperto e capo del Korea Mission Center, a incontrare funzionari nordcoreani a Singapore. Nel frattempo cominciarono a muoversi anche i due governi su un piano pubblico e ufficiale. Nel settembre 2017 il ministro degli Esteri nordcoreano Ri Yong Ho invitò a Pyongyang Jeffrey Feltman, ex diplomatico statunitense che tra le altre cose era stato sottosegretario generale per gli affari politici all’ONU. Feltman arrivò in Corea del Nord nel dicembre 2017. Si incontrò con Ri e gli regalò una copia del libro “I Sonnambuli. Come l’Europa arrivò alla Grande Guerra” di Cristopher Clark.

Andrew Kim, capo del Korea Mission Center della CIA, all’aeroporto internazionale di Pyongyang il 6 luglio 2018 (ANDREW HARNIK/AFP/Getty Images)

Dall’inizio del 2018, dopo l’importante discorso di Capodanno di Kim Jong-un, le Olimpiadi invernali in Corea del Sud e la distensione dei rapporti tra Stati Uniti e Corea del Nord, divennero sempre più frequenti i contatti ad alto livello, quelli pubblici. Il canale delle intelligence fu comunque usato per organizzare lo storico incontro tra Kim e Trump e per testare le intenzioni dell’altra parte, e continua a essere aperto ancora oggi. Venerdì della scorsa settimana, per esempio il generale Kim – l’interlocutore nordcoreano di Joseph DeTrani nel 2009 – ha incontrato inaspettatamente il vicedirettore della CIA, Vaughn Bishop.

Sull’efficacia di mantenere rapporti informali e segreti con un paese come la Corea del Nord non c’è un’opinione condivisa.

Secondo alcuni, negli anni comunicazioni di questo tipo sono state molto utili agli Stati Uniti, perché hanno permesso loro di mantenere i contatti con i livelli più alti del regime nordcoreano, quelli per esempio da cui dipendono le forze armate. I canali segreti hanno inoltre permesso all’amministrazione di Barack Obama di spingere i suoi alleati internazionali a isolare il regime di Pyongyang per ottenere la denuclearizzazione della Corea del Nord, senza dovere fare i conti con il fatto di avere relazioni diplomatiche con i nordcoreani (la strategia di Obama, comunque, non ha funzionato).

Secondo altri, mantenere comunicazioni segrete ha avuto la conseguenza di ridurre il ruolo del dipartimento di Stato americano nell’elaborazione delle politiche verso la Corea del Nord, con alcune importanti conseguenze: meno trasparenza, più improvvisazione legata ai rapporti personali, meno solidità dell’azione diplomatica. Joel Wit, ex funzionario del dipartimento di Stato e ora al centro studi Stimson Center, ha detto: «Mantenere i canali di comunicazione aperti è sempre importante, ma anche i messaggeri e i messaggi sono importanti. I funzionari dell’intelligence non sono diplomatici addestrati, se non consegnano il messaggio corretto il tutto potrebbe ritorcervisi contro».

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