(LUCY NICHOLSON/AFP/Getty Images)

Paramount vuole tornare quella di un tempo

Una delle più grandi case cinematografiche di Hollywood viene da un lungo periodo di crisi, errori e irrilevanza, ma ora qualcosa sta cambiando

(LUCY NICHOLSON/AFP/Getty Images)

Quando nel 1993 Sumner Redstone decise di acquistare la Paramount, pensava di aver fatto l’affare della vita. Dopo aver lottato per mesi con Barry Diller, che della Paramount era stato amministratore delegato tra gli anni Settanta e Ottanta, riuscì ad aggiudicarsi la casa di produzione cinematografica per circa 10 miliardi di dollari. Redstone possedeva già Viacom, una grande azienda che all’epoca comprendeva network televisivi come MTV e VH1, ma il suo più grande desiderio era entrare nel mondo del cinema, e per farlo decise di comprare quella che all’epoca era una delle più grandi case cinematografiche di Hollywood. Quando completò l’acquisizione, racconta il New York Times, andò dalla moglie, Phyllis, e le disse: «Non dire più che non ti regalo niente per il tuo compleanno».

La Paramount prima di Redstone

La Paramount venne fondata nel 1912 con il nome di Famous Players Film Company da un immigrato ungherese, Adolph Zukor, che due anni più tardi la unì alla Feature Play Company di Jesse L. Lasky, facendola diventare la Famous Players-Lasky Corporation. Nel 1916 i due decisero di acquistare una società di distribuzione creata da William Wadsworth Hodkinson, con cui avevano già un accordo di esclusiva. La società si chiamava Paramount e aveva come logo una montagna, disegnata dallo stesso Hodkinson. La nuova società nata dalla fusione si chiamò Paramount Pictures, e negli anni a seguire divenne un colosso del cinema statunitense. Mantenne il logo della montagna, ma Zukor vi aggiunse 24 stelle (diventate poi 22) a rappresentare gli attori che all’epoca la società aveva sotto contratto.

Nella sua lunga storia la Paramount ha prodotto alcuni dei più famosi film di Hollywood, nonché il primo film in assoluto a vincere un premio Oscar come miglior film, Ali (Wings in originale). Tra gli anni Quaranta e Cinquanta realizzò film di grande successo come Giorni perduti, Vacanze romane, Viale del tramonto, SabrinaI dieci comandamenti, La donna che visse due volte, ma all’inizio del decennio successivo iniziarono a farsi sentire i primi segnali di crisi e la società venne venduta alla Gulf + Western di Charles Bluhdorn. Bluhdorn capì che era necessario svecchiare l’azienda e proporre film diversi da quelli prodotti fino ad allora, andando incontro ai gusti di un pubblico più giovane.

Per farlo affidò la produzione a un allora pressoché sconosciuto produttore di nome Robert Evans, un ex attore che si era fatto notare per aver acquisito i diritti del romanzo The Detective, poi diventato un film di successo con Frank Sinatra. Evans si dimostrò un visionario, e sotto la sua guida la Paramount realizzò film considerati unanimemente capolavori come Il Padrino, Rosemary’s baby, ChinatownIl Grande Gatsby, tra gli altri. Fu lui a ordinare a Francis Ford Coppola di aggiungere quasi un’ora al Padrino dopo che il regista aveva operato vari tagli che avevano trasformato il film, secondo Evans, in «un lungo e brutto trailer per un film davvero buono».

Dopo Redstone

Nel 1974 Evans lasciò la Paramount e negli anni successivi, con l’arrivo di Diller, l’azienda cambiò nuovamente il suo approccio al cinema, puntando non più su grandi storie, come con Evans, ma su film più commerciali che potessero dare un ritorno economico immediato. Sono nati così Grease, La febbre del sabato sera, L’aereo più pazzo del mondo, Flashdance e I predatore dell’arca perduta. Diller lasciò il suo ruolo di CEO nel 1984 e, quando si ripresentò nel 1993 per comprare la società, lo fece per cercare di rivoluzionare il mercato cinematografico. La sua idea era portare Hollywood in una nuova era, quella di Internet.

Redstone però non era della stessa idea: non capiva l’interesse di Diller per Internet e quando durante le contrattazioni quest’ultimo si presentava con un laptop, lui e i suoi avvocati lo prendevano in giro. Alla fine Redstone ebbe la meglio, e un anno più tardi decise di potenziare il suo impero cinematografico comprando anche la più grande catena di videonoleggio al mondo, Blockbuster. In un’epoca in cui i film si vedevano al cinema o si noleggiavano, Redstone pensava di aver fatto il colpo del secolo. La storia ha dimostrato che si sbagliava, al contrario di Diller che aveva previsto quello che vent’anni dopo sarebbe diventata Netflix.

Gli anni di cattiva gestione seguiti all’acquisizione da parte di Redstone e Viacom hanno portato la Paramount dall’essere una delle prime case di produzione di Hollywood ad avere un ruolo ormai marginale nel mercato cinematografico, scivolando sempre più in basso nei box office. Quando il New York Times ha cercato di contattare Diller per avere un parere sul declino della Paramount, la sua prima reazione è stata chiedere perché qualcuno volesse mai scriverne un articolo: «Perché la Paramount? È irrilevante».

Per alcuni anni, con Redstone, la Paramount riuscì a reggere il peso del suo passato producendo film come Titanic, Forrest Gump, Braveheart: tutti film che incassarono moltissimo, facendo credere che la società potesse ancora competere ai livelli più alti. Ma all’inizio degli anni Duemila iniziarono i problemi. Nel 2005 Viacom decise di dividersi in due società, una chiamata ancora Viacom, che avrebbe continuato a controllare la Paramount, e una chiamata CBS Corporation, in cui sarebbe confluita la Paramount Television Group, il settore della Paramount che in precedenza realizzava show televisivi. Così facendo si pensò di ottimizzare i costi, concentrando gli sforzi produttivi della Paramount solo sul cinema. Negli anni seguenti, però, il mercato delle serie televisive si fece sempre più grande e la Paramount si trovò tagliata fuori.

In quegli anni il CEO della Paramount era Brad Grey mentre il CEO di Viacom era Philippe Dauman, e proprio sotto la loro gestione la casa cinematografica visse i momenti peggiori della sua storia. Nel 2006 Viacom provò anche a rafforzare la Paramount acquisendo la DreamWorks SKG, la casa di produzione di Steven Spielberg, Jeffrey Katzenberg e David Geffen (da quest’accordo fu esclusa la DreamWorks Animation, che rimase una società indipendente). Ma presto iniziarono i conflitti tra la dirigenza di Viacom e quella della DreamWorks, e Dauman arrivò a definire Spielberg del tutto inutile per i guadagni della società. Finì che nel 2008 DreamWorks venne venduta al gruppo indiano Reliance.

Un altro esempio della cattiva gestione della compagnia si ebbe nel 2010, quando la Paramount vendette i diritti per la distribuzione dei film della Marvel alla Disney, che negli anni successivi ne fece uno dei suoi prodotti di punta e più redditizi. «Ti viene una sensazione di dolore alla pancia quando vedi l’azienda mangiarsi da sola», ha detto Jonathan Dolgen, che della Paramount fu il CEO negli anni Novanta, parlando della gestione di Grey.

La rinascita della “Montagna”

Brad Grey ha lasciato il suo ruolo nel febbraio del 2017 e tre mesi dopo è morto di cancro. Quasi nessuno sapeva della sua malattia, anche se non si faceva vedere da tempo e tra i dipendenti della società girava voce che il suo autista parcheggiasse ogni giorno la sua auto nei pressi dell’ufficio per far credere che lui fosse lì, da qualche parte. Al suo posto è arrivato Jim Gianopulos, che nei prossimi anni avrà il difficile compito di riportare la Paramount ai vecchi fasti. Per prima cosa Gianopulos ha deciso di ricominciare a realizzare produzioni televisive: sono nate così Jack Ryan, Maniac, 13 The Alienist, e si prevede che entro la fine di quest’anno ci saranno altre venti serie in produzione. La divisione televisiva, che è stata fondata nel 2013, nel 2018 ha fatturato 400 milioni di dollari, e le aspettative per il 2019 sono che questa cifra venga raddoppiata.

Per quanto riguarda le produzioni cinematografiche il rilancio partirà da Wyck Godfrey, uno dei più famosi produttori di Hollywood, a cui è stata affidata la presidenza della società. «Dobbiamo fare più film e dobbiamo fare film che resistano al tempo. Non abbiamo scelta, non c’è altra strada», ha detto Godfrey. Alcuni film di successo sono stati già realizzati, come Mission: Impossible — Fallout A quiet place, e in futuro dovrebbero arrivare un sequel di Top Gun, alcuni film tratti dalle saghe di Terminator e Star Trek, e un adattamento live-action del cartone Dora, l’esploratrice. Sono inoltre già stati prodotti, e in attesa di uscire al cinema, un musical sulla vita di Elton John, Rocketman, e Gemini Man, in cui Will Smith interpreta un assassino in pensione che si trova a combattere contro un clone di se stesso, un film su cui Gianopulos punta molto.

A conferma della voglia della Paramount di rinnovarsi, a novembre ha siglato un accordo con Netflix per la realizzazione di alcuni film originali da distribuire in esclusiva sul servizio di streaming. Tutto questo è stato possibile soprattutto grazie al nuovo corso della Viacom deciso da Robert M. Bakish, che nel 2016 aveva preso il posto di Dauman nella società. Al contrario dei suoi predecessori Bakish ha fatto capire fin da subito di voler investire molto nella Paramount per farla tornare ai livelli di un tempo: «È chiaro che in passato ha avuto dei grossi problemi. Ma è pur sempre la Paramount. È la Montagna».