La presentazione di Jacquemus a Parigi, 20 gennaio (Pascal Le Segretain/Getty Images)
  • Moda
  • lunedì 21 gennaio 2019

Dior, Louis Vuitton, Celine e gli altri della moda a Parigi

Cosa ci insegna la più attesa settimana della moda maschile, tra sneaker, felpone e il ritorno dei pantaloni aderenti

La presentazione di Jacquemus a Parigi, 20 gennaio (Pascal Le Segretain/Getty Images)

Domenica si è conclusa la stagione della moda maschile, quando sono state presentate le collezioni per l’autunno-inverno 2019/2020 nelle quattro capitali della moda: New York, Londra, Milano e Parigi. Le prime due hanno perso progressivamente rilevanza, ridotte a qualche giornata e con sempre meno stilisti, lasciando alle restanti il compito di dire qualcosa sulla moda maschile d’oggi.

Milano – da ricordare per il consueto successo di Prada e per la prima collezione di Versace dopo la vendita alla statunitense Michael Kors – è stata accompagnata da un’edizione un po’ sottotono dell’importante fiera Pitti Uomo, a Firenze, e dalla sfilata di Moschino a Roma; Parigi – che si è tenuta dal 15 al 20 gennaio – è stata minacciata dalle proteste dei gilet gialli, che hanno causato lo spostamento preventivo per motivi di sicurezza delle sfilate di Dior, Loewe e Thom Browne. Le collezioni più attese erano comunque qui: il debutto di Kris Van Assche a Berluti dopo 11 anni a Dior; la prima collezione per l’autunno/inverno di Virgil Abloh da Louis Vuitton e quella di Kim Jones da Dior; e la prima sfilata maschile di Hedi Slimane da Celine, dopo quella femminile presentata a settembre.

La moda maschile è stata considerata a lungo meno centrale di quella femminile, ma negli ultimi anni le cose stanno cambiando. Gli uomini sono sempre più interessati a spendere nell’abbigliamento di lusso e dal 2016 le vendite nella moda maschile stanno crescendo più che in quella femminile: stando alle proiezioni di Euromonitor, nel 2021 cresceranno dell’1,9 per cento contro l’1,4 per cento di quelle femminili. Per questo la moda uomo è sempre più interessante e molte delle cose nuove che succedono nel mondo della moda passano da qui.

La principale è l’indiscussa affermazione dello streetwear – lo stile della strada reso popolare dai rapper – sancita dal successo di marchi che la incarnano come Balenciaga, dalle sneaker consuetamente accoppiate ai completi, e dall’arrivo dello stilista Virgil Abloh alla direzione creativa del prestigioso marchio francese Louis Vuitton. Abloh, che da figlio di immigrati ghanesi negli Stati Uniti è diventato amico di celebrità come Kanye West, non è stato scelto per l’abilità sartoriale ma per la capacità di dare una nuova identità a Louis Vuitton costruendola attorno all’epica della vita di strada. La sfilata era un omaggio a Michael Jackson, la cui storia allude a quella di Abloh, ed era ambientata in una strada ricostruita di New York, tra musica dal vivo, spazzatura e foglie gialle che i modelli scansavano camminando.

La sfilata di Louis Vuitton a Parigi, 17 gennaio
(Pascal Le Segretain/Getty Images)

Da Dior, Kim Jones ha fatto sfilare i modelli su una passerella semovente, simile a un nastro trasportatore: «l’idea era che fossero simili a statue», ha spiegato a Vogue. C’è chi ci ha visto un’allusione alla catena di montaggio e alla disumanizzazione del mondo moderno, chi ha pensato a uomini ridotti a manichini e a oggetti da usare, mentre a Guy Trebay del New York Times hanno ricordato una famosa scena del film distopico Soylent Green (2022: i sopravvissuti).

Sempre Trebay ha scritto che «è difficile immaginare una stagione più esangue di questa, o una generalmente meno cinica», citando tra le poche eccezioni la collezione di Thom Browne, azienda acquistata l’anno scorso per l’85 per cento dall’italiana Ermenegildo Zegna. «È uno stilista la cui vita erotica interiore si è fermata attorno alla pubertà» ha scritto. «C’è sempre qualcosa di personale e feticista, qualcosa di intimo e lievemente inquietante nel modo in cui Browne si avvicina al corpo umano».

A un primo gruppo di completi interamente bianchi è seguita una collezione fatta di abiti decostruiti e ricomposti, con gonne lunghe e fascianti, corpetti e giacche strette in vita. La collezione di Browne – «con un’eccentrica enfasi sulla soppressione erotica» – richiama un’altra novità ormai consolidata della moda: il “gender fluid”, cioè la ricerca di abiti adatti sia a uomini che a donne anche perché, conclude Trebay, «il genere non riguarda quel che c’è tra le gambe, ma quel che c’è dentro la testa».

La stagione sarà ricordata anche per il “perverse posh” (la snobberia perversa) della collezione di Clare Waight Keller per Givenchy (cioè la stilista dell’abito da sposa di Meghan Markle); per la «ricerca di bellezza nell’oscurità» di Rei Kawakubo da Comme des Garçons; per l’evoluzione di Vetements; per il debutto, eccentrico ed esotico, di Jonathan Anderson da Loewe; per la risposta vibrante alla moda sterile e prevedibile di Rick Owens; per l’elegante e languida decadenza di Pierpaolo Piccioli da Valentino e il mondo fantastico, casual, street e pop di Jun Takahashi per Undercover (Takahashi ha anche collaborato ai disegni e alle stampe della collezione di Piccioli). E infine per la prima e attesa collezione maschile del francese Hedi Slimane da Celine.

La sfilata di Undercover a Parigi, 16 gennaio
(© FashionPPS via ZUMA Wire/ANSA)

Slimane, che ha 50 anni, è stato per anni un punto di riferimento della moda maschile, da quando nel 1997 divenne direttore creativo di Yves Saint Laurent che ricostruì a partire dal nome, semplificato in Saint Laurent, e dove inventò e rese celebri i completi skinny, attillati, completamente neri, indossati da modelli giovanissimi ed emaciati. Nel 2001 passò a Dior Homme, dove ripropose con successo lo stesso stile: per poterli indossare Karl Lagerfeld, uno degli stilisti più importanti di sempre, direttore creativo di Chanel, perse quasi 40 chili.

La nuova collezione, a quasi 20 anni di distanza, non è molto diversa da queste: è ispirata ai Mod britannici, a David Bowie, alla New York degli anni Settanta e Ottanta, e ripropone pantaloni aderenti tagliati a metà polpaccio, giacche lucide, doppiopetto, camicie bianche con cravatte sottili e qualche linea un po’ più morbida soprattutto nei cappotti.

La sfilata di Valentino a Parigi, 16 gennaio
(AP Photo/Thibault Camus)

Slimane non ha cercato di inventare qualcosa di diverso dalla sua estetica per adattarlo alla storia del marchio, così come aveva già fatto per la criticatissima collezione femminile: per le modelle adolescenti, emaciate, seminude era stato accusato di propagandare un’idea maschilista e trumpiana della donna, opposta a quella femminista di Pheobe Philo, la stilista di cui aveva preso il posto. Stavolta c’è stata meno indignazione: secondo alcuni perché la moda uomo fa parlare meno di quella femminile, secondo altri perché Celine non ha una tradizione di moda maschile con cui confrontarsi, e la principale stroncatura poteva essere l’assenza di innovazione. Per Business of Fashion è una scelta che ha addirittura fatto il giro: quello stile, grazie anche alla raffinata e ormai rara cura sartoriale, è di nuovo desiderabile.

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