Gli oceani si stanno scaldando più velocemente del previsto

Almeno del 40 per cento, secondo un nuovo studio che ha analizzato una grande quantità di dati: e potrebbe peggiorare

(David McNew/Getty Images)

Secondo un nuovo studio pubblicato sulla rivista scientifica Science, gli oceani si stanno scaldando molto più velocemente delle stime formulate in passato dal Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (IPCC) delle Nazioni Unite. La ricerca è una revisione dei rapporti sulle temperature oceaniche diffusi negli ultimi anni e ha concluso che l’IPCC è stato troppo cauto nelle proprie valutazioni, sia per quanto riguarda l’accumulo di calore sia l’aumento dei livelli dei mari.

Kevin Trenberth, ricercatore presso il Centro nazionale per gli studi atmosferici degli Stati Uniti e uno degli autori dello studio, ha spiegato che gli oceani si stanno scaldando a una velocità del 40-50 per cento superiore rispetto a quanto stimato nell’ultimo rapporto dell’IPCC. Per gli oceani il 2018 è stato l’anno più caldo mai registrato, superando i precedenti record del 2017 e del 2016.

Negli ultimi decenni gli oceani sono stati fondamentali nell’attenuare alcune conseguenze del riscaldamento globale. Hanno assorbito il 93 per cento del calore dovuto all’aumento dell’anidride carbonica, e di altri gas serra, nell’atmosfera. In loro assenza la temperatura media della superficie dei continenti sarebbe aumentata molto di più, con gravi conseguenze per centinaia di milioni di persone.

Il problema è che l’aumento di temperatura negli oceani comporta comunque gravi conseguenze. Interi ecosistemi marini stanno cambiando, a cominciare dalle barriere coralline in giro per il mondo: un quinto è morto negli ultimi tre anni, con stravolgimenti per migliaia di specie. La riduzione delle barriere coralline ha implicazioni anche per le popolazioni che vivono lungo le coste e che si trovano con interi tratti di mare meno pescosi. Le anomalie nelle temperature portano i pesci a spostarsi, cambiando le loro abitudini e rendendo più difficile la pesca.

Oceani più caldi implicano inoltre eventi atmosferici più intensi, con uragani e tempeste tropicali con una forza raramente registrata in passato. Negli ultimi anni le stagioni degli uragani sono state più disastrose negli Stati Uniti, così come quelle dei tifoni sul Pacifico. L’aumento della temperatura dei mari, spiegano i ricercatori, renderà sempre più frequenti questi eventi, con gravi conseguenze per le popolazioni che vivono lungo le coste.

Il nuovo studio è stato realizzato mettendo insieme quattro diversi set di dati, con serie storiche sull’andamento delle temperature negli oceani dai primi anni Novanta. I dati sono riferiti alla temperatura oceanica registrata fino a 2mila metri di profondità, grazie a sistemi di rilevazione diretta con particolari sonde lasciate in acqua. Analizzando i dati ed effettuando alcuni aggiustamenti, non eseguiti in passato, i ricercatori si sono accorti che le temperature oceaniche rilevate erano molto più in linea, di quanto si aspettassero, con quelle dei modelli matematici prodotti in passato.

I modelli di previsione sono essenziali non solo per dire che il clima sta cambiando, ma anche per capire quali altre modifiche potrà subire nel futuro prossimo e nel lungo periodo. Solitamente prospettano scenari pessimistici e per questo sono l’obiettivo preferito dei negazionisti del cambiamento climatico. Il nuovo studio dimostra che, per quanto riguarda il riscaldamento degli oceani, i modelli hanno funzionato e con maggiore accuratezza rispetto alle previsioni più globali sull’andamento del clima. Ai ricercatori non interessava mostrare l’affidabilità dei modelli, avendo lavorato su dati reali e rilevazioni, cosa che dovrebbe tenerli lontani dalle critiche su particolari conflitti d’interesse nel loro lavoro di ricerca.

L’ultimo rapporto completo dell’IPCC è del 2014 e questo spiega, almeno in parte, perché contenesse previsioni meno pessimistiche sull’andamento della temperatura media oceanica. I rapporti dell’IPCC sono realizzati basandosi su migliaia di ricerche scientifiche sul cambiamento climatico e sono molto tecnici: l’obiettivo è fornire ai governanti del mondo i dati, in modo che possano poi concordare le loro politiche per tenere sotto controllo il problema, o almeno provarci. È sulla base delle informazioni fornite dall’IPCC che fu stretto l’Accordo di Parigi, il più importante documento sul clima sottoscritto negli ultimi anni. I nuovi dati e le ricerche sul clima dicono però che gli accordi raggiunti a Parigi non saranno probabilmente sufficienti per migliorare le cose.

Nell’Accordo si parla di una consistente riduzione delle emissioni di anidride carbonica, ma appare improbabile che i limiti siano rispettati dai paesi coinvolti. Secondo i ricercatori almeno fino al 2040 in buona parte del mondo si continueranno a emettere grandi quantità di anidride carbonica, a causa di una certa inerzia dovuta a come sono strutturate ora le nostre società e i nostri sistemi produttivi. Il clima continuerà a cambiare per diverso tempo con conseguenze solo in parte prevedibili, come ha dimostrato il nuovo studio sugli oceani.