Michel Barnier punta alla Commissione Europea?

Il capo dei negoziatori europei per Brexit parla e si comporta come una specie di candidato presidente, anche se ufficialmente non lo è

(AP Photo/Virginia Mayo)

Da mesi negli ambienti della politica europea si vocifera che l’incarico di presidente della Commissione Europea possa andare a una persona diversa dai candidati ufficiali dei partiti che verosimilmente otterranno più voti alle elezioni europee di maggio, cioè Manfred Weber del PPE (di centrodestra) e Frans Timmermans dei socialisti. Si è parlato più volte di una figura di compromesso che dopo le elezioni potrebbe mettere d’accordo tutti i partiti istituzionali, soprattutto se i partiti populisti aumenteranno – come sembra – i loro seggi.

Sono circolati soprattutto due nomi. Il primo è quello della danese Margrethe Vestager, l’attuale commissaria europea alla concorrenza, che però proviene da un partito marginale e non sembra essere in sintonia col suo governo nazionale, il cui appoggio è fondamentale. Il secondo è quello di Michel Barnier, il capo dei negoziatori europei per Brexit. Nei mesi scorsi Barnier si è rifiutato di diventare il candidato del PPE, a cui formalmente appartiene, ma non ha mai smentito di essere interessato all’incarico di presidente della Commissione. Nelle ultime settimane, anche grazie alla conclusione del suo lavoro su Brexit, le sue uscite pubbliche sono sembrate più simili a quelle di un candidato informale che di un politico che si prepara a ritirarsi dalla vita pubblica.

Barnier è francese, ha 67 anni e alle spalle una lunga carriera politica. È stato deputato e senatore del Parlamento francese con i Repubblicani, e tre volte commissario europeo. Nel 2014 provò a diventare il candidato ufficiale del PPE alla presidenza della Commissione, ma gli venne preferito l’attuale presidente Jean-Claude Juncker. Si pensava che la sconfitta del 2014 potesse chiudere la sua carriera politica, ma nel 2016 Juncker lo nominò capo dei negoziatori europei per la trattativa su Brexit col Regno Unito, di fatto concedendogli una nuova piattaforma per ottenere consensi e visibilità.

Barnier l’ha sfruttata appieno. Qualche settimana fa Politico ha fatto notare che il suo lavoro «è stato apprezzato in tutta l’UE, e anche in maniera trasversale dal punto di vista politico, cosa che gli ha dato l’opportunità di approfondire la sua rete di contatti in tutto il Continente». Negli ultimi giorni, Barnier ha pubblicato un editoriale su Le Monde in cui individua quattro aree su cui l’UE dovrebbe concentrarsi nei prossimi anni – ecologia, immigrazione, economia e politica estera e di sicurezza – e pubblicato l’estratto di un discorso che aveva tenuto a novembre a Bruxelles durante un seminario politico. Due giorni fa, ha twittato: «Non è il momento di fare i disfattisti. Dobbiamo agire collettivamente in difesa dei nostri valori, e verso un’Unione più robusta e un’Unione più solida ed efficiente».

In effetti, sia l’articolo di Le Monde sia l’estratto del discorso sembrano la piattaforma politica di un candidato, per quanto grezza. La prima proposta di Barnier è quella della cosiddetta Green Europe: un gigantesco piano di investimenti per rendere più sostenibile l’economia dei singoli stati, con l’obiettivo di far diventare l’Europa «la leader mondiale nello sviluppo dell’economia circolare, e il primo continente pienamente “elettrico” entro il 2030, grazie al trasporto pulito e ai veicoli elettrici».

Barnier cita anche «un’economia che funzioni per tutti», facendo l’esempio negativo dell’elevata disoccupazione giovanile in Italia, e dell’urgenza di modernizzare le scuole: «possiamo iniziare mappando le competenze e i mestieri che serviranno nel 2030, e così anticipare i cambiamenti prima che succedano», scrive nell’estratto del discorso. Nel resto del discorso Barnier si occupa di immigrazione con toni piuttosto moderati – «la nostra reazione non può basarsi su paure e stereotipi, ma non dobbiamo ignorare le identità e i dibattiti nazionali» – e di sicurezza e cooperazione con le principali organizzazioni internazionali.

Sembra un programma fatto su misura per attirare i consensi degli altri due partiti europei che oltre al PPE fanno parte dell’ala “istituzionale”: il Partito Socialista Europeo, con cui il PPE forma una specie di maggioranza di coalizione al Parlamento Europeo, e l’ALDE, il principale raggruppamento delle forze liberali (senza dimenticare i Verdi). Alle forze più progressiste, inoltre, Barnier potrebbe indicare la composizione del suo team di negoziatori come esempio di una Commissione più eterogenea di quella attuale: come ha raccontato Le Parisien qualche mese fa, il team era formato in numero pari da uomini e donne provenienti da 19 paesi, e l’età media era di 37 anni.

Le possibilità di Barnier di diventare il prossimo presidente della Commissione dipenderanno soprattutto da due cose: il risultato del voto delle elezioni europee, e quindi i rapporti di forza che potrebbero instaurarsi fra i vari partiti, e l’abilità politica di Manfred Weber. Se il calo di consensi dei partiti istituzionali sarà contenuto, come sembrano indicare i primissimi sondaggi, Barnier potrebbe presentarsi come candidato di una coalizione potenzialmente molto larga, che possa comprendere PPE, socialisti, ALDE e forse anche i Verdi. Se invece il calo sarà molto consistente, la parte più conservatrice del PPE – che è stata anche quella che ha eletto Weber a candidato ufficiale – potrebbe spingere per un’alleanza con i nuovi raggruppamenti populisti, con cui Weber ha già fatto capire di essere disponibile a trattare.

Infine, esiste sempre la possibilità (per ora minuscola) che si riaprano le trattative su Brexit: in quel caso, a Barnier potrebbe essere chiesto di continuare a fare il capo dei negoziatori, con conseguenze sui suoi piani a lungo termine.