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  • domenica 23 dicembre 2018

Il giorno in cui Trump imparò a twittare

Fino a pochi anni fa Trump non aveva mai scritto un tweet da solo: il suo ex social media manager ha raccontato di quel giorno che pensò "Oh no"

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump è conosciuto da anni per il suo uso intenso, influente e spontaneo di Twitter: scrive gran parte dei suoi tweet da sé e dice tutto quello che gli passa per la mente, che sia fare importanti annunci politici, commentare un programma televisivo o le ultime notizie sull’inchiesta del procuratore speciale Robert Mueller sulle interferenze della Russia nelle elezioni del 2016. Eppure fino al 2011 il suo uso di Twitter, e di tutti i social network in generale, era quasi inesistente.

A raccontare come Trump sia arrivato a questo cambiamento è stato Justin McConney, che ha lavorato dal 2011 al 2017 come responsabile dei social network della Trump Organization, che in un’intervista a Politico ha parlato per la prima volta di come l’attuale presidente degli Stati Uniti imparò ad usare Twitter. Glielo insegnò lui, in pratica.

McConney, che oggi ha 32 anni, ha raccontato di aver iniziato a lavorare come social media manager di Trump nel gennaio 2011. Aveva un diploma in una scuola di cinema e suo padre lavorava nella Trump Organization, così un giorno dei funzionari della società gli chiesero di realizzare un video da mostrare durante un meeting dei responsabili dei campi da golf di Trump. Il video, tutto incentrato sulla figura di Trump più che sulle proprietà della società, non era esattamente quello che gli era stato richiesto, ma Trump lo vide e gli piacque molto e chiamò McConney nel suo ufficio di New York. I due discussero un po’ di televisione finché McConney non cambiò il discorso parlando delle potenzialità dei social network nella comunicazione moderna. Trump sembrò interessato e disse: «Ne ho sentito parlare. Non sono quelle cose che usa Obama?».

All’epoca Trump aveva già un account su Twitter, ma non lo usava personalmente. Era stato creato nel 2009 per promuovere il libro “Think like a champion” (in italiano “I campioni non si arrendono mai”) ed era stato sempre gestito dal suo staff in modo piuttosto formale. McConney suggerì a Trump di creare un canale YouTube, che all’epoca non aveva ancora, e di cambiare completamente il suo approccio a Twitter, invitandolo ad essere aggressivo e spontaneo così come lo era nei suoi interventi in TV e in radio.

All’inizio Trump si mostrò titubante, ma cambiò idea quando iniziò a capire che la sua presenza sui social network poteva avere anche effetti sulla sua presenza sui media tradizionali. Secondo McConney la cosa che scatenò tutto avvenne nel 2011, quando Trump venne ripreso in un ristorante mentre mangiava una pizza con forchetta e coltello, insieme all’ex governatrice dell’Alaska Sarah Palin. McConney convinse Trump a spiegare in un video perché mangiasse la pizza in quel modo e così fece. Nel video diceva di non amare la crosta della pizza e che con forchetta e coltello poteva scegliere di mangiare solo “la parte di sopra”. Il video venne ripreso da diversi siti e giornali e fece capire a Trump quanta potenza potesse avere la viralità di un contenuto su Internet.

Da allora Trump iniziò ad usare Twitter con sempre maggiore intensità ma sempre senza scrivere lui direttamente i tweet. Chiamava McConney ogni mattina per discutere delle sue idee, ma non usava personalmente Twitter. Si faceva stampare la lista di tutte le mentions (le volte in cui veniva citato da altri utenti) ricevute dal suo account durante il giorno e annotava a mano le risposte che voleva dare ad ognuna. Era abbastanza antiquato anche per quanto riguarda le foto: prima che una sua foto fosse pubblicata su Twitter voleva vederla stampata, e solo allora dava o no la sua approvazione. A volte poi chiamava McConney nel cuore della notte perché gli era venuto in mente qualcosa da scrivere, o perché aveva visto qualcuno criticarlo in TV e voleva rispondergli subito. Il bisogno di scrivere più tweet possibili divenne così impellente per Trump che dovette assumere una seconda persona da affiancare a McConney, che lo sostituisse nei suoi giorni liberi.

Un giorno, nel novembre 2012, mentre erano su un aereo diretto a Miami, Trump chiese a McConney se preferiva i telefoni iPhone o Android e lui rispose che preferiva i primi. Trump rispose: «Ma gli schermi sono molto più grandi sugli Android». Da quel giorno niente fu più lo stesso. Trump cominciò a usare personalmente Twitter dal suo smartphone e il primo tweet scritto interamente da lui fu pubblicato il 5 febbraio del 2013. Era un semplice ringraziamento nei confronti dell’attrice Sherri Shepherd per i complimenti che gli aveva fatto in televisione. Non fu un tweet con contenuti particolarmente significativi, ma per McConney quella data è indimenticabile. «Il momento in cui ho capito che Trump poteva twittare da solo è paragonabile al momento in cui in Jurassic Park il dott. Grant capisce che i velociraptor possono aprire le porte», ha detto McConney a Politico. «La prima cosa che ho pensato è stata “Oh no”».

Con l’impegno in politica Trump cominciò ad usare sempre di più Twitter in autonomia, e a chiedere sempre meno aiuti e consigli a McConney; con l’inizio della campagna elettorale per le elezioni del 2016 il ruolo di quest’ultimo divenne sempre più marginale. L’allora capo del comitato elettorale di Trump, Corey Lewandowski, gli preferì Dan Scavino, che oggi è l’uomo che gestisce la comunicazione di Trump sui social network. McConney alla fine del 2017 lasciò definitivamente il suo incarico. Oggi lavora come consulente freelance, ma continua a interessarsi di come il suo ex datore di lavoro usa i social network.

Secondo McConney, da quando è diventato presidente Trump ha perso molta della sua efficacia comunicativa di qualche anno prima. I contenuti che pubblica sui suoi canali social sono sempre più monotoni, e spesso si limitano a foto di folle, foto in aereo e urla contro le “fake news”. Secondo McConney la cosa che dovrebbe fare per migliorare il suo uso di Twitter sarebbe soprattutto una: «tornare ad avere più autoironia».

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