• Scienza
  • giovedì 20 dicembre 2018

I casi di poliomielite derivata dal vaccino

Sono estremamente rari, ma hanno iniziato a essere più frequenti di quelli dovuti al virus nella sua forma selvaggia: la soluzione sono comunque i vaccini

(Carsten Koall/Getty Images)

La massiccia campagna di vaccinazioni condotta negli ultimi 30 anni ha permesso di eliminare quasi completamente la poliomielite, una malattia che ha condizionato l’esistenza dell’umanità per millenni con grandi epidemie che interessavano soprattutto i bambini e portavano a forme permanenti di paralisi. I vaccini sono stati essenziali per raggiungere questo risultato, ma in alcuni paesi l’impossibilità di fornire una copertura adeguata della popolazione ha portato a rari casi di poliomielite conseguente proprio alla vaccinazione. È una condizione che si verifica in un numero molto basso di pazienti, come vedremo proprio a causa della mancanza di un numero sufficiente di vaccinati in alcune aree del mondo, ma se ne parla sempre più di frequente, anche sulla base degli ultimi dati diffusi dalle autorità sanitarie internazionali.

Nel 2017 i casi di poliomielite conseguente al vaccino hanno superato, per la prima volta, quelli dovuti alla versione selvaggia del virus. Il 2018 si sta concludendo con risultati simili: 98 casi accertati di polio da vaccino contro i 29 casi dovuti alla versione selvaggia del virus. Il dato non deve essere sottovalutato e dimostra come ci sia ancora da lavorare per eradicare la malattia, facendo i conti con le politiche sanitarie adottate finora.

Nei paesi più ricchi, il vaccino contro la poliomielite viene somministrato attraverso un’iniezione. Il preparato contiene al suo interno virus inattivati che causano la malattia e induce la creazione di anticorpi nel sangue: se si beve dell’acqua contaminata contenente il virus nella sua forma selvaggia, si è protetti dalla malattia perché il proprio sistema immunitario ha imparato a riconoscerlo e a contrastarlo prima che possa fare danni. Il virus rimane comunque vivo nell’intestino per qualche settimana, dove si moltiplica e viene espulso con le feci, rendendo possibile la contaminazione di altre persone non ancora vaccinate.

Le cose si complicano ulteriormente nel caso in cui sia utilizzata l’altra forma di vaccino, che contiene il virus vivo in forma attenuata e viene somministrato oralmente. Questo sistema è molto più economico del precedente, non richiede la presenza di personale medico per fare le iniezioni, e ha trovato quindi grande impiego nei paesi più poveri e in via di sviluppo. Chi riceve la dose, rilascia con le feci la versione attenuata del virus per qualche settimana, con la possibilità che questo entri in contatto con altre persone, per esempio attraverso dell’acqua contaminata dovuta a scarse condizioni igieniche.

In questo caso si avvia una sorta di circolo virtuoso: il virus è comunque innocuo e consentirà ad altre persone di immunizzarsi a loro volta. Questo processo ha avuto un ruolo importante nel ridurre i casi di poliomielite nei paesi più poveri negli ultimi decenni, ma ha comunque qualche effetto negativo. Più il virus attenuato rimane in circolazione, infatti, più aumenta il rischio che vada incontro a mutazioni fino ad assumere una forma simile a quella del virus selvaggio vero e proprio, che causa le gravi forme di paralisi.

Il poliovirus selvaggio di tipo 2, uno dei tre ceppi virali, è quello che segue più facilmente questo processo: si stima che causi il 90 per cento dei casi di paralisi da polio derivanti dalla mutazione di un virus attenuato impiegato nella forma orale del vaccino. Nel 2015 il tipo 2 è stato dichiarato ufficialmente eradicato, portando l’anno seguente alla scelta di rivedere la formulazione del vaccino tipicamente somministrato, lasciando i soli due ceppi ancora da eradicare. La sostituzione, coordinata dalle Nazioni Unite, ha interessato oltre 150 paesi ed è stata affiancata dall’adozione di un secondo vaccino da iniettare, studiato appositamente per fermare la circolazione delle mutazioni del vaccino attenuato.

Le iniezioni sono però più costose e richiedono la presenza di personale medico, condizione che ha portato a gravi lacune nelle coperture vaccinali nei paesi più a rischio come Repubblica Democratica del Congo, Niger, Somalia e Nigeria. In questi e altri paesi le mutazioni del tipo 2 sono continuate a circolare, portando a un aumento dei casi di poliomielite derivata dal vaccino orale. Le analisi svolte a campione in quei paesi africani hanno inoltre messo in evidenza la capacità del virus di diffondersi rapidamente, altro elemento che preoccupa le autorità sanitarie.

I nuovi casi di poliomielite riconducibili alle mutazioni del virus attenuato sono ancora piuttosto rari, ma non sono comunque una buona notizia per l’Africa. L’ultima persona paralizzata dal virus selvaggio della polio era stata segnalata in Nigeria nel 2016, quindi la malattia era stata probabilmente eradicata nel continente.

I vaccini sono stati essenziali per eliminare quasi completamente una delle malattie infantili più pericolose e invalidanti che ci siano come la poliomielite, salvando milioni di persone in tutto il mondo. La versione selvaggia del virus è stata quasi completamente sconfitta, salvo in Afghanistan e Pakistan dove continuano a esserci problemi dovuti alle carenze nei sistemi vaccinali. Eradicare una malattia su una scala così grande non è semplice e comporta qualche imprevisto, come dimostra la storia del vaccino orale, che richiederà l’impiego del vaccino da iniettare per ridurre la circolazione delle versioni mutate del virus. Come per il vaiolo, l’eliminazione della poliomielite rimane comunque uno dei più grandi risultati sanitari mai raggiunti nella storia dell’umanità, grazie ai vaccini.

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