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  • mercoledì 5 dicembre 2018

Perché si parla di Settimino Mineo

È stato arrestato ieri, insieme ad altre decine di persone, ed è accusato di essere il nuovo capo dei capi di "Cosa nostra", scelto dopo la morte di Totò Riina

L'arresto di Settimino Mineo, considerato l'erede di Totò Riina, Palermo, 4 dicembre 2018 (ANSA / IGOR PETYX)

Martedì 4 dicembre la Direzione distrettuale antimafia di Palermo ha ordinato l’arresto  di 46 persone dopo un’indagine sulla presunta ricostituzione della cosiddetta “Cupola”, la riunione dei principali esponenti mafiosi di “Cosa nostra”. Le accuse contro le persone fermate sono varie: associazione mafiosa, estorsione aggravata, intestazione fittizia di beni, porto abusivo di armi, danneggiamento a mezzo incendio, concorso esterno in associazione mafiosa. Tra gli arrestati c’è anche Settimino Mineo, capo del mandamento di Pagliarelli e considerato il nuovo capo di “Cosa nostra” dopo la morte di Totò Riina. L’indagine ha mostrato come i diversi clan mafiosi avessero deciso di riorganizzarsi e di tornare alla struttura originaria: la “Cupola” di “Cosa nostra” era infatti tornata a riunirsi, il 29 maggio scorso, e non accadeva dal 1993.

Settimino Mineo ha 80 anni, ufficialmente fa il gioielliere e fu arrestato per la prima volta nel 1984, quando venne condannato a 7 anni durante il maxiprocesso di Giovanni Falcone (la condanna era stata poi ridotta in appello a 5 anni e 4 mesi). In quel caso, ad accusarlo di legami con la famiglia mafiosa Pagliarelli furono i pentiti Leonardo Vitale, Tommaso Buscetta e Salvatore Contorno. Negli anni Ottanta la famiglia di Mineo era già stata coinvolta in una serie di omicidi: nel novembre 1981, venne ucciso uno dei suoi fratelli, l’anno dopo un altro ancora e lui stesso rischiò di essere ucciso, riuscendo però a salvarsi. Dieci anni dopo, il pentito Gaspare Mutolo disse che quei due omicidi avevano a che fare con una faida all’interno della famiglia. Nel 2006, Mineo venne arrestato nuovamente nell’ambito di una grande operazione contro la famiglia Pagliarelli e fu condannato a una pena di 11 anni.

Sui principali giornali di oggi, Mineo viene descritto come un uomo molto “devoto” a “Cosa nostra”, che in carcere non ebbe mai un cedimento. Repubblica scrive che tornato in libertà dopo l’ultimo arresto si ritrovò «in una situazione di fibrillazione tra le famiglie di Palermo, alle prese con gli arresti dei nuovi capi e le scarcerazioni di vecchi mafiosi desiderosi di rimettersi in azione». Mineo avrebbe assunto «il ruolo di gran mediatore, di garante per tutte le famiglie». Non aveva un cellulare, evitava di spostarsi in macchina ed era il più anziano tra i capi dei vari mandamenti, come vengono chiamate le zone di influenza di ogni famiglia mafiosa.

Ieri, oltre a Mineo sono stati arrestati anche altri tre componenti della cosiddetta “Cupola”, i rappresentanti del mandamento di Porta Nuova, Gregorio Di Giovanni; di quello di Misilmeri-Belmonte, Filippo Salvatore Bisconti; e di quello di Villabate, Francesco Colletti. A dare una svolta alle indagini è stata l’intercettazione di una telefonata tra Colletti e il suo autista. Riportando una stralcio dell’intercettazione, diversi giornali hanno scritto che Colletti ha raccontato della riunione della commissione provinciale di “Cosa Nostra” a cui aveva partecipato alcune ore prima, il 29 maggio: «Si è fatta comunque una bella cosa, per me è una bella cosa questa… molto seria… molto… con bella gente… bella. Grande. Gente di paese… gente vecchi… gente di ovunque». Colletti aveva anche dato una serie di dettagli sui partecipanti, che avrebbero portato all’individuazione del ruolo assunto da Mineo.

Mineo sarebbe dunque stato nominato al vertice di “Cosa nostra” al posto di Totò Riina (morto nel novembre del 2017) proprio durante quell’incontro. Non si sa dove si sia svolto, ma i capi di almeno quattro famiglie erano presenti: erano cioè tornati a riunirsi ricostituendo la cosiddetta commissione provinciale, l’organismo di rappresentanza dei vari mandamenti che non era più stato convocato dal giorno dell’arresto di Riina, nel gennaio del 1993. «Che fosse una riunione di commissione lo si ricava dal fatto che importanti soggetti di “Cosa nostra”, benché presenti, non avevano avuto diritto a partecipare alla riunione. Quindi c’erano dei soggetti che seppure capi famiglia, erano rimasti fuori, perché potevano partecipare solo i capi mandamento. Quindi un ritorno alle regole, al rispetto del territorio, ai principi su cui si deve basare la comunicazione tra i mandamenti», ha spiegato durante una conferenza stampa Francesco Lo Voi, procuratore di Palermo.

Totò Riina aveva modificato le regole dell’organizzazione, accentrando potere e decisioni e spostando il centro di influenza da Palermo e Corleone. Morto Riina, “Cosa nostra” avrebbe deciso di tornare alle origini per governare in modo più collegiale. Durante la conferenza stampa che si è svolta dopo gli arresti, il procuratore nazionale Antimafia, Federico Cafiero De Raho ha confermato che «per anni la commissione di “Cosa nostra” è stata sbilanciata sulla figura di Riina. Col suo arresto tutto si è fermato, la commissione non ha funzionato più. Dopo la morte del padrino corleonese i capi hanno sentito l’esigenza di muoversi e ridisciplinare l’organizzazione. La designazione di Mineo al vertice significa che la commissione è tornata a spostarsi a Palermo, dopo decenni di strapotere corleonese e che Palermo è tornata centrale».

Subito dopo la designazione, Mineo avrebbe ribadito le regole di “Cosa nostra”, prima fra tutte, come si è saputo dall’intercettazione di Colletti, quella che «nessuno è autorizzato a poter parlare dentro la casa degli altri… siccome c’è un referente». I rapporti fra i clan li potevano insomma tenere, come un tempo, solo i capi. In un’altra intercettazione Colletti fa anche riferimento a un decalogo scritto delle nuove-vecchie leggi interne a “Cosa nostra”, di cui per ora non si sa molto altro.

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