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  • sabato 1 dicembre 2018

Wilder contro Fury, stanotte

È l'incontro dei pesi massimi più atteso dell'anno, per popolarità, presenza mediatica e storie dei due pugili (più che per le loro qualità tecniche)

di Antonio Russo
(Victor Decolongon/Getty Images)

Il pugile statunitense Deontay Wilder combatterà contro l’ex campione britannico Tyson Fury per difendere il titolo WBC (World Boxing Council) dei pesi massimi allo Staples Center di Los Angeles nella notte tra sabato 1 e domenica 2 dicembre. Wilder ha 33 anni ed è un pugile imbattuto noto per la sua forza fisica e il suo stile aggressivo e brutale, oltre che per una certa incontinenza verbale. Fury ha 30 anni ed è il pugile britannico principalmente noto per aver battuto tre anni fa l’ucraino Wladimir Klitschko, ex campione WBA, WBO e IBF, prima di lasciare i titoli vacanti per affrontare alcuni suoi problemi legati a dipendenze e disturbi depressivi. Si parla di questo incontro tra Wilder e Fury da circa un anno, e cioè da quando Fury ha riottenuto la licenza e ha annunciato il suo ritorno.

La storia delle organizzazioni mondiali di pugilato professionistico è lunga e controversa ma, in estrema sintesi, serve sapere che le più importanti sono appunto WBA, WBC, WBO e IBF. Attualmente il campione dei pesi massimi che detiene più cinture è l’inglese Anthony Joshua, largamente considerato il più forte e completo pugile in attività. Quello tra Deontay Wilder, detentore del titolo WBC, e Tyson Fury è un match rilevante anche in quest’ottica: il vincitore sarà considerato il più probabile sfidante di Joshua nel 2019, in un eventuale incontro per la riunificazione dei principali titoli dei pesi massimi.

In Italia l’incontro sarà trasmesso in diretta e in esclusiva sulla piattaforma di streaming DAZN. Per gli spettatori italiani l’orario approssimativo dell’incontro dovrebbe essere tra le 5 e le 6 del mattino di domenica 2 dicembre, ma conviene arrivare prima (dipende in parte anche dalla durata dei match minori in programma prima di Wilder-Fury).

Le origini di “The Bronze Bomber”

Deontay Wilder, originario di Tuscaloosa, in Alabama, è l’attuale campione dei pesi massimi WBC. Le sue numerose vittorie per knock-out negli ultimi tempi hanno rafforzato molto la sua reputazione, specialmente negli Stati Uniti. In Europa e in Italia alcuni invece lo ricordano ancora come il pugile ventiduenne battuto nettamente da Clemente Russo in semifinale alle Olimpiadi del 2008 a Pechino. Fu uno dei suoi ultimi incontri prima dell’esordio tra i professionisti, e proprio in seguito alla vittoria di quella medaglia di bronzo cominciò a circolare il suo soprannome, “The Bronze Bomber” (anche un omaggio alla leggenda del pugilato Joe Louis, soprannominato “The Brown Bomber”). Da lì in poi Wilder non ha mai perso: 40 vittorie, di cui 39 per KO.

A differenza di molti suoi colleghi Wilder non è di quelli che hanno cominciato con la boxe da ragazzini. Ai tempi del college ambiva a una carriera nel basket o nel football ma i suoi brutti voti e soprattutto la nascita della sua prima figlia, affetta da spina bifida, lo portarono a considerare – appena ventenne – alternative meno incerte e più remunerative. La sua carriera da professionista è iniziata relativamente tardi, a ventitré anni, dopo tre anni tra i dilettanti. “È arrivata Naieya ed è stata una benedizione, perché probabilmente oggi non sarei un pugile se non fosse stato per lei”, ha raccontato una volta Wilder parlando di sua figlia e di quella gravidanza non programmata e non facile. Lui e la sua fidanzata dell’epoca avevano scelto di portarla a termine nonostante una diagnosi prenatale di spina bifida.

“Il campo da basket è giù in strada”, disse Jay Deas, oggi allenatore di Wilder, quando lo vide entrare in palestra per la prima volta, a Tuscaloosa. Racconta però di essere rimasto da subito impressionato dalla determinazione e dall’impegno di quel ragazzo di due metri, esile ma straordinariamente ostinato. In cerca di guadagni più stabili e di una carriera sportiva dopo aver abbandonato il college, Wilder si era avvicinato alla boxe sperando prima di tutto di rimediarci i soldi necessari per sostenere le spese degli interventi chirurgici e delle cure di Naieya. Proprio quegli interventi le hanno permesso, col tempo, di imparare a camminare anche senza stampelle e ridurre le conseguenze cliniche della spina bifida.

“Credevo che nel giro della boxe ogni pugile facesse un sacco di soldi, non sapevo che c’erano vari livelli e tutto un percorso per arrivare fino a quel punto”, raccontò poi Wilder, che nei primi anni da dilettante aveva lavorato anche come cameriere e autista di camion.

Come Wilder è diventato Wilder

Fin dai suoi primi incontri da professionista Deontay Wilder ha cominciato a farsi conoscere tra gli addetti negli Stati Uniti per la sua altezza e i suoi rapidi knock-out. Molti concordano tuttavia nel ritenere la sua carriera – come del resto quella di Tyson Fury – largamente favorita da particolari circostanze storiche. Wilder ha più o meno facilmente ottenuto una lunga serie di successi in una fase in cui la categoria dei massimi (heavyweight) in tutte le principali organizzazioni è rimasta sostanzialmente priva di pugili di altissimo livello.

La sua occasione-della-vita si è presentata quattro anni fa, all’inizio del 2015. Circa un anno prima il campione ucraino Vitali Klitschko – fratello maggiore di Wladimir, a lungo campione dei massimi WBA, IBF, WBO e IBO – si era ritirato dopo anni di sostanziale dominio lasciando vacante il titolo WBC. Quella cintura se l’erano poi contesa due pugili mediocri, Bermane Stiverne e Chris Arreola, e Stiverne ne era uscito vincitore. A gennaio del 2015 Wilder batté Stiverne diventando campione dei massimi WBC nell’unico dei suoi quaranta incontri da professionista che non si sia concluso con un knock-out (ha vinto ai punti in dodici round, con verdetto unanime).

Wilder ha un fisico longilineo e atletico, e un’altezza notevole (2,01 metri), ma è un pugile con una tecnica limitata e una scarsa attitudine a muoversi sul ring. È molto tenace e aggressivo, ed è capace di sferrare colpi molto potenti – il destro diretto, soprattutto – con grande rapidità nei momenti decisivi dei match. Li ha praticamente vinti tutti così: avventandosi (anche in modo poco ortodosso, diciamo) sull’avversario stordito da un colpo precedente. Negli ultimi quattro anni, dopo l’incontro per il titolo contro Stiverne, Wilder ha difeso il titolo sette volte, ogni volta contro pugili ampiamente sfavoriti. Ha vinto sempre dominando, eccetto che a marzo scorso, quando ha faticato più del solito contro il cubano Luis Ortiz, battuto per KO tecnico al decimo round.

Per manifesta superiorità di un pugile sull’altro o, in molti casi, per palesi limiti tecnici degli avversari, nessuno degli incontri finora disputati da Wilder è stato propriamente memorabile. Sotto questo aspetto Tyson Fury è un pugile dal profilo completamente diverso. Al netto delle perplessità sulle sue capacità di recupero in tempi brevissimi dopo un lungo periodo di inattività, sarà il pugile più forte e furbo che Wilder abbia mai incontrato per esperienza e per qualità generale.

Tyson Fury prima di Klitschko

Tyson Fury è diventato un pugile famoso a 26 anni, alla fine di novembre del 2015. È stata quella la sua occasione-della-vita, e per valore dell’avversario e obiettiva difficoltà dell’impresa fece enormemente più scalpore di qualsiasi vittoria mai ottenuta da Deontay Wilder. Il 28 novembre, a Düsseldorf, vinse ai punti in dodici riprese contro l’ucraino Wladimir Klitschko, che all’epoca deteneva da oltre un decennio tutti i titoli più importanti fuorché quello della WBC, a lungo appannaggio del fratello Vitali. Fu una gran storia, un clamoroso upset, nel gergo sportivo americano: un pugile britannico semisconosciuto riuscì a battere con verdetto unanime il più forte peso massimo in circolazione da anni. La principale differenza tra Fury e Wilder, a conti fatti, sta tutta qui: Tyson Fury una volta ha battuto il pugile più dominante e vincente degli ultimi anni, Deontay Wilder no.

Quella possibilità Fury se l’era guadagnata scalando posizioni nei ranking mondiali in circa sei anni di vittorie contro pugili non così scarsi, alcuni dei quali anzi teoricamente più forti e attrezzati di lui. Dopo poco più di due anni nel professionismo aveva battuto ai punti Dereck Chisora, fino ad allora imbattuto pugile britannico ampiamente favorito. Sfruttando il livello non altissimo dei pesi massimi in circolazione, le sue caratteristiche fisiche e il suo stile – non proprio spettacolare ma comunque eterogeneo e disciplinato – è riuscito a vincere ogni incontro da professionista (27 su 27) traendo il miglior risultato possibile in ogni circostanza. Ed è così che ha battuto anche Klitschko: con la tattica, le finte, i movimenti sul tronco, girandogli intorno, “legando” e impedendogli di fare l’incontro che avrebbe voluto fare. Klitschko non sapeva cosa inventarsi.

“Tyson è stato il più veloce e il migliore, stasera, io ero abbastanza sicuro nei primi sei round ma mi ha sorpreso quanto sia stato veloce anche nel resto dell’incontro”, disse Klitschko alla fine del match.

Fury è nato trent’anni fa a Wythenshawe, una città a sud di Manchester, e discende da una famiglia di nomadi irlandesi delle cui origini va molto fiero (sui social si fa chiamare The Gypsy King, “il re degli zingari”). Con il pugilato ci è cresciuto, come peraltro dimostra il suo nome, scelto dai suoi genitori in omaggio a Mike Tyson, ai tempi il pugile più forte al mondo. Suo padre, John Fury, è stato un pugile professionista e prima ancora un professionista di un tipo di pugilato a mani nude – il “bare-knuckle”, nato in Inghilterra – da cui la boxe deriva e a cui Tyson Fury in parte si ispira. È sposato da nove anni, ha quattro figli ed è molto cattolico.

Fury è un tipo particolare: uno che può presentarsi in conferenza stampa travestito da Batman, per capirci. È estremamente loquace, esuberante ed eccentrico, ha una forte personalità e una smisurata autostima, forse l’unica cosa che ha in comune con Wilder, oltre all’altezza. La popolarità non lo ha cambiato moltissimo, da questo punto di vista, e la sua totale mancanza di prudenza nelle dichiarazioni pubbliche in passato gli ha creato più volte problemi (si è fatto molto notare, per esempio, per alcune sue frasi omofobe e altre opinioni sprezzanti).

Fury dopo Klitschko: depressione, droga e obesità

Da contratto Fury era obbligato a concedere la rivincita a Klitschko in caso di vittoria. Il secondo incontro avrebbe dovuto svolgersi nel luglio 2016 in Inghilterra, a Manchester, ma fu rinviato due volte per una serie di problemi di Fury. Si era peraltro già tenuta una conferenza stampa di presentazione, in cui Fury – in evidente sovrappeso – si era rivolto a Klitschko levandosi la maglietta e dicendo: “guarda che grassone che sono, e vergognati, amico”.

Dopo una distorsione a una caviglia, inizialmente indicata come causa del primo rinvio, due diverse positività di Fury in controlli antidoping – prima al nandrolone e poi alla cocaina – portarono il suo staff a dichiararlo impreparato all’incontro per problemi di salute mentale. Non se ne fece più niente. A ottobre 2016, anticipando una squalifica da molti ritenuta inevitabile, Fury lasciò i titoli di sua iniziativa e annunciò un periodo di interruzione dell’attività agonistica. In un comunicato, qualche settimana prima che la British Boxing Board of Control gli ritirasse anche la licenza, scrisse:

“Ho vinto i titoli sul ring e credo che dovrebbero essere persi sul ring, ma in questo momento non posso difenderli e ho ufficialmente preso la difficile decisione di lasciarli vacanti, augurando il meglio ai prossimi contendenti mentre mi accingo ad affrontare un’altra grande sfida della mia vita che, come contro Klitschko, so che vincerò”.

Tyson Fury parla del 2016 come uno dei suoi periodi più difficili, quello in cui ha capito, rinunciando allo sport, di avere di fatto “rinunciato a vivere”. In una lunga intervista recente con il commentatore sportivo e podcaster Joe Rogan ha raccontato di aver cominciato a bere ogni giorno e ad assumere cocaina per la prima volta in vita sua dopo l’incontro con Klitschko. Ha detto di essere arrivato al punto di pensare al suicidio. “Non stavo a posto con la testa, non volevo più vivere e basta, e anche se avevo tutto quello che un uomo può desiderare di avere non me ne fregava niente, e finché ero sbronzo o drogato almeno non ci pensavo”, ha raccontato.

Poi qualcosa è cambiato, ha spiegato Fury, ed è partito tutto da lui perché familiari e amici ormai ci avevano rinunciato.

“Ero a una festa di Halloween, l’anno scorso. Pesavo 180 chili e avevo un costume da scheletro. Mi sono guardato intorno, ho visto che erano tutti più giovani di me, e io avevo ventinove anni. ‘È questo che voglio dalla vita?’, mi sono chiesto. ‘Ma io non sono questo’, mi sono risposto. Sono andato via presto dalla festa, e una volta tornato a casa ho messo via quello stupido costume da scheletro, senza svegliare mia moglie, sono rimasto al buio e mi sono messo in ginocchio a pregare dio di aiutarmi. Non lo avevo mai fatto prima. Ho pregato per tutta la vita, ma non gli avevo mai chiesto di aiutarmi. Intanto sentivo tutto il petto bagnato dalle lacrime. Dopo dieci minuti mi sono alzato e, per la prima volta da anni, mi era chiaro che sarei tornato. Ho svegliato Paris e le ho detto ‘Paris, lunedì mattina comincia la mia missione, io sarò di nuovo campione del mondo’. ‘Sì, sì… certo, Tyson, certo…’, ha risposto lei, pensando che fossi ubriaco come al solito.

A dicembre 2017, al termine di due anni di squalifica e di una lunga e controversa causa con la UKad, l’organizzazione nazionale antidoping nel Regno Unito, Fury ha riottenuto la sua licenza da pugile. In un anno ha perso circa 70 chili. Ad agosto scorso è tornato a combattere in un incontro ufficiale battendo ai punti un pugile di medio livello. Il 27 settembre è stato dato l’annuncio del suo incontro di stanotte con Wilder.

“Picchiatore” contro “out-boxer”

Diversi osservatori ed esperti di pugilato tendono a definire il match tra Wilder e Fury come uno scontro tra un “picchiatore” e un “out-boxer”, sebbene entrambi siano pugili alquanto atipici e i loro stili poco ortodossi non ricadano in tipologie convenzionali. Wilder è un “picchiatore” anomalo: pur avendo il fisico di un pugile “stilista” tende a rimanere piantato al centro del ring e punta sull’allungo e sulla rapidità di esecuzione. Ha molta potenza e due buoni colpi (gancio sinistro e destro diretto, spesso in combinazione) ma una tecnica ridotta e a tratti inconsistente, una carenza che tende a mostrare soprattutto al momento di chiudere gli incontri.

In difesa basa tutto sulla sua altezza e poco o niente sul movimento: mantenendo un’ampia distanza tra le gambe, usa il piede più distante dall’avversario come perno per allontanarsi all’indietro e schivare i colpi. Generalmente funziona ma Tyson Fury, seppur di poco, ha un maggiore allungo ed è più alto (2,05 metri contro 2,01) e potrebbe richiedere un piano difensivo alternativo.

Fury – che negli incontri “normali” è quasi sempre il meno elegante e il meno ortodosso – è un pugile molto più riconoscibile, e anzi potrebbe sembrare persino scolastico rispetto a Wilder. Tendenzialmente è un “out-boxer”, un pugile che boxa tenendo distante l’avversario grazie a un buon lavoro con il jab. Si muove parecchio sul ring, per essere un peso massimo della sua altezza, ed è per questo motivo che una buona resistenza fisica è una condizione fondamentale per la sua boxe. Ha un allungo notevole, quasi sempre maggiore di quello del suo avversario, e una discreta tecnica di base: ha “tutti i colpi del repertorio”, dice lui, e nessuno in particolare. Il suo punto di forza sono i movimenti con il tronco e le finte, ed è bravissimo nel clinch (a “legare”) e a venire fuori dai corpo a corpo senza rimetterci. Più che battere i suoi avversari li ha quasi tutti sfiniti e innervositi, in incontri interminabili e, secondo molti, noiosissimi.

“Non puoi metterti a incassare colpi da giganti dei pesi massimi, perché presto o tardi finisci al tappeto”, ha spiegato parlando del suo stile in una recente intervista. “È più come una partita a scacchi, e chi boxa in questo modo ha generalmente una carriera molto più lunga rispetto a chi ha uno stile più aggressivo”, secondo Fury.

Di lui circola da anni, impietosamente, una specie di meme tratto da uno dei suoi primi incontri da professionista, nel 2009, in cui per errore si colpì da sé con un uppercut. “Non stavo prendendo abbastanza pugni”, ci ha poi scherzato sopra (come con tutto) anni dopo.

Il pronostico

Sia per i dubbi relativi alle condizioni di Fury dopo tre anni di assenza sia per le comprovate doti atletiche del campione in carica, Deontay Wilder parte favorito. Lo è anche secondo i bookmaker, che lo danno vincente a una quota intorno a 1.60 (la quota di Fury è intorno a 2.30). Ma dare un pronostico non è facile perché in questo caso, come sottolinea lo stesso allenatore di Wilder, “l’out-boxer è uno che sa picchiare e il picchiatore è uno che sa boxare”.

L’esperienza, l’intelligenza tattica e la forza mentale giocano a favore di Tyson Fury, e per questo motivo diversi analisti credono possibile un ribaltamento del pronostico. La chiave dell’incontro, secondo molti, starà nella capacità di Fury di resistere agli attacchi nei momenti di difficoltà (cioè quando Wilder si avventa sugli avversari e mena colpi senza fermarsi un attimo). Fury avrà chance di vincere se riuscirà a neutralizzare e innervosire Wilder come ha fatto con tutti i suoi precedenti avversari, e se riuscirà a portare l’incontro oltre la sesta, settima ripresa e a mostrare di avere ancora fiato nella seconda parte del match.

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