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  • venerdì 30 novembre 2018

L’anno in cui il “Times” non uscì

Il 30 novembre 1978 una contesa sindacale fece interrompere la pubblicazione dello storico giornale inglese per 50 settimane

Sciopero dei poligrafici del "Times", il 25 gennaio del 1979 (Keystone/Getty Images)

A partire dal 30 novembre del 1978, per quasi un anno il Times, uno dei più antichi e conosciuti quotidiani britannici, e la sua versione domenicale, il Sunday Times, non vennero pubblicati. A causare l’interruzione della pubblicazione per un così lungo periodo fu una contesa tra l’editore di allora, il canadese Kenneth Thomson, e i sindacati che rappresentavano i poligrafici del giornale, cioè le persone che fanno parte della redazione ma con mansioni non giornalistiche.

Thomson aveva rilevato il Times due anni prima, dopo la morte di suo padre Roy che l’aveva acquistato nel 1960. Il suo arrivo alla guida del giornale coincise con un momento di grande cambiamento per tutta la stampa mondiale: fino a quel momento i giornali erano stati stampati attraverso la linotype – il macchinario con cui si componevano le linee di piombo che poi “timbravano” i giornali – ma negli anni Settanta, con l’arrivo dei computer e della composizione a freddo (o fotocomposizione), questo procedimento iniziò a diventare obsoleto.

Passare dalla composizione a caldo della linotype a quella a freddo, però, era un processo molto complicato, soprattutto a causa del potere contrattuale acquisito nel corso degli anni dai poligrafici, che all’epoca potevano guadagnare quanto se non più di un giornalista, e che avevano alle spalle sindacati molto influenti. Quando Thomson nel 1978 decise di sostituire le vecchie linotype della stamperia di Gray’s Inn Road, a Londra, con nuovi macchinari elettronici, iniziarono le dispute con i sindacati.

Thomson non riusciva a capire l’ostilità dei grafici del Times, visto che in molti giornali canadesi e statunitensi l’elettronica aveva sostituito la linotype già dall’inizio del decennio, e di fronte a queste resistenze decise di chiudere temporaneamente il giornale, continuando però a pagare regolarmente tutti i dipendenti. Alla fine le cose, però, non andarono come Thomson sperava, e i sindacati continuarono a opporsi alla composizione elettronica. Il Times tornò nelle edicole britanniche il 13 novembre del 1978, 50 settimane dopo l’ultima volta, una pausa che si stima sia costata alla proprietà circa 46 milioni di sterline.

Frustrato dall’insuccesso delle trattative con i sindacati, Thomson si arrese e tornò a pubblicare il Times utilizzando ancora la vecchia e obsoleta linotype, e dopo pochi anni, nel 1981, decise di vendere il giornale all’imprenditore australiano Rupert Murdoch. Quello che non riuscì a fare Thomson interrompendo le pubblicazioni per un anno, lo fece Murdoch non appena presa la proprietà del giornale. Tra il 1981 e il 1982 trovò un accordo con i sindacati per sostituire le linotype con macchinari elettronici. L’accordo consentì inoltre di tagliare la metà dei posti di lavoro dei poligrafici e in cambio questi continuarono ad avere il controllo di cosa veniva stampato.

In sostanza, nonostante con le nuove tecnologie i giornalisti avrebbero potuto tranquillamente mandare direttamente in stampa i loro articoli, i poligrafici ottennero di potere ricevere i testi prima della stampa e di poterli digitare loro una seconda volta. Questo accordo durò poco e nel 1986 Murdoch rivoluzionò il giornale, spostando la sede del Times da Fleet Street, dove si trovavano le redazioni di tutti i più importanti giornali inglesia Wapping, in periferia. Dotò la nuova sede di macchinari all’avanguardia che non avrebbero più avuto bisogno degli oltre 6mila poligrafici, e offrì a questi tra le 2mila e le 30mila sterline come liquidazione. I sindacati non accettarono e per più di un anno continuarono a organizzare scioperi e picchetti per protestare, ma la strategia di Murdoch si rivelò vincente e già dal 1988 anche tutti gli altri giornali lasciarono Fleet Street, per seguire il modello di Wapping.