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  • giovedì 29 novembre 2018

Il grande inizio di Luka Dončić in NBA

Un diciannovenne sloveno che aveva fatto sfracelli nel basket in Europa sta facendo sfracelli anche nel suo primo anno in America, convincendo anche i più scettici

Luka Doncic con i Dallas Mavericks (AP Photo/Brandon Wade)

Quando lo scorso 21 giugno si tenne a Brooklyn, New York, il draft NBA, cioè l’evento nel quale le squadre della lega nordamericana di basket scelgono i nuovi giocatori provenienti dal college o dai campionati europei, tutti gli appassionati di basket in Europa erano concentrati su Luka Dončić, diciannovenne sloveno che per anni aveva incantato i suoi tifosi giocando per il Real Madrid. Dončić aveva alle spalle due stagioni straordinare, che avevano spinto diversi osservatori a considerarlo come il miglior giovane del basket europeo del Ventunesimo secolo: aveva vinto l’Europeo con la nazionale slovena, giocando una partita notevole dietro l’altra, e aveva vinto l’Eurolega (la Champions League del basket) con il Real Madrid, ottenendo tra l’altro i premi di miglior giocatore del torneo e miglior giocatore delle finali, un traguardo mai raggiunto prima da un pari età.

A 19 anni, Dončić era già considerato una superstar in Europa, anche perché di giocatori come lui, con il suo talento e la sua intelligenza, non se ne vedevano da tempo.

Al draft di giugno, però, Dončić non fu scelto per primo, e nemmeno per secondo: i Phoenix Suns e i Sacramento Kings, le prime due squadre a scegliere, gli preferirono giocatori provenienti dai college statunitensi, Deandre Ayton e Marvin Bagley III. Dončić fu scelto dagli Atlanta Hawks, che però organizzarono uno scambio con i Dallas Mavericks per avere Trae Young (quinta scelta), altro interessante giocatore del college. Nonostante il suo enorme talento, Dončić non aveva convinto del tutto gli osservatori americani, che nei mesi precedenti avevano sostenuto mancasse di atletismo e rapidità: molti erano infatti convinti che non avrebbe retto alla fisicità del campionato NBA, molto superiore rispetto a quella necessaria per giocare in Europa.

Le cose sono però andate diversamente, almeno finora.

Dončić ha giocato 19 partite con i Dallas Mavericks: al suo primo anno – quello dei rookie, che è solitamente un anno “di assestamento” – è già diventato il giocatore più importante dell’attacco della sua squadra e ha fatto vedere cose da lasciare a bocca aperta telecronisti e appassionati. Nella partita giocata nella notte tra mercoledì e giovedì da Dallas contro gli Houston Rockets, Dončić ha segnato un canestro da tre punti in faccia a James Harden, miglior giocatore della scorsa stagione NBA; ha schiacciato senza alcun timore dopo avere superato il suo difensore, in mezzo a due avversari che tentavano di fermarlo; e ha segnato un canestro da lontanissimo all’ultimo secondo della fine del primo tempo di gioco.

Pochi giorni prima Dončić era finito un’altra volta tra gli highlights dell’NBA con una gran giocata contro Kyrie Irving, playmaker dei Boston Celtics e uno dei giocatori più forti dell’intero campionato. Dončić aveva risolto un’azione che sembrava poter finire solo male per Dallas: allo scadere dei 24 secondi – cioè il tempo concesso alle squadre per l’azione d’attacco – aveva fatto saltare a vuoto Irving con una finta di tiro, prima di rimettersi a posto coi piedi e segnare un canestro molto difficile a più di un metro dietro la linea dei tre punti.

Le statistiche fatte registrare finora da Dončić – per l’appunto: 19enne al primo anno di NBA – sono impressionanti: 19,1 punti di media a partita con percentuali realizzative notevoli (45% da due punti e 40% da tre), 6,5 rimbalzi e 4,2 assist. Ma non sono solo le percentuali a impressionare: Dončić è diventato il giocatore a cui dare la palla nei secondi finali delle azioni, quando il tempo sta per scadere, una responsabilità che solitamente è affidata alle star o ai più esperti delle squadre; è quello che crea il gioco per i suoi compagni, mostrando ogni partita di più di avere grande istinto e intelligenza, doti usate per mascherare qualche limite atletico. È soprattutto grazie a lui che Dallas, una squadra senza troppe ambizioni, ha un rapporto positivo tra vittorie e sconfitte (10 partite vinte, 9 perse) ed è in zona playoff nella agguerrita Western Conference, il girone delle squadre dell’ovest, che include squadre sulla carta molto più attrezzate.

Le giocate di Dončić in NBA stanno probabilmente stupendo più il pubblico americano che quello europeo, che negli ultimi anni si era abituato a vedere lui e i suoi enormi progressi.

Alcune delle azioni più belle di Luka Dončić in NBA tra cui un assist notevole al minuto 2.23

Prima dell’inizio della stagione regolare, molti osservatori statunitensi erano diffidenti e scettici nei confronti di Dončić, una cosa che era già successa in passato con altri giocatori europei.

In NBA gli europei vengono spesso considerati “troppo morbidi” per reggere i ritmi del basket americano, e per molti tifosi nei draft dovrebbero essere privilegiati i giovani che provengono dai college americani, visti come scommesse più sicure rispetto ai giocatori europei. Questa diffidenza è stata in parte alimentata da alcuni precedenti: nel 2006, per esempio, l’italiano Andrea Bargnani fu la prima scelta assoluta del draft, ma la sua carriera non soddisfò le enormi aspettative che si erano create su di lui. Nel 2011 arrivò in NBA lo spagnolo Ricky Rubio, considerato un talento incredibile che stava facendo grandissime cose in Europa: anche Rubio, nonostante si sia poi confermato un ottimo giocatore, non è riuscito a imporsi come grande stella del campionato. L’ultimo caso è quello di Milos Teodosic, playmaker serbo che ha dominato per anni in Europa e che due anni fa ha provato ad andare in NBA ai Los Angeles Clippers: la sua esperienza finora è andata maluccio e Teodosic ha detto di voler tornare a giocare gli ultimi anni della sua carriera in Europa.

Nella storia recente della NBA, comunque, ci sono anche molti casi di giocatori non americani che si sono imposti a livelli altissimi: tra gli altri, il tedesco Dirk Nowitzki, l’argentino Manu Ginobili, lo spagnolo Pau Gasol e il greco Giannis Antetokounmpo, considerato un probabile MVP (miglior giocatore della NBA) dei prossimi anni.

Nonostante abbia ancora molte cose da migliorare, per esempio il controllo di palla, Dončić sembra avere tutte le capacità per far parte di questo secondo gruppo, come si stanno accorgendo anche diversi osservatori e cronisti sportivi americani: il sito The Ringer, per esempio, ha pubblicato “un’ode a Luka Dončić”, riscrivendo le parole della canzone Hallelujah di Leonard Cohen. Nella versione rivisitata, intitolata Halleluka, i giornalisti di The Ringer si sono divertiti a criticare le scelte delle squadre NBA che hanno preferito altri giocatori a Dončić, dicendo per esempio: «Forse [Dončić] avreste dovuto sceglierlo, anche se non è nero e muscoloso».

Oltre a essere diventato il giocatore più importante della sua squadra dopo solo 19 partite, Dončić è considerato il principale candidato a diventare rookie dell’anno, cioè il miglior giocatore al suo primo anno in NBA. Le sue prestazioni sembrano migliorare di partita in partita e diversi allenatori e campioni, tra cui Mike D’Antoni (allenatore di Houston) e Kevin Durant (giocatore dei Golden State Warriors), hanno parlato molto bene di lui dopo averci giocato contro. L’impressione di molti è che Dončić sia un giocatore speciale, con un’intelligenza fuori dalla norma per la sua età, che potrebbe diventare uno dei più forti della prossima generazione di campioni dell’NBA.

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