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  • giovedì 29 novembre 2018

Non ci sono progressi sul caso Regeni

L'ennesimo incontro tra i procuratori italiani e quelli egiziani non ha portato a niente («una presa in giro») e l'indagine va verso l'archiviazione, secondo i giornali

Una marcia in ricordo di Giulio Regeni a Roma. (ANSA/RICCARDO ANTIMIANI)

Secondo i giornali italiani, la procura di Roma ha deciso di indagare cinque funzionari dell’intelligence egiziana per l’omicidio di Giulio Regeni, il ricercatore italiano 28enne ucciso in circostanze mai chiarite – e col presunto coinvolgimento del regime – al Cairo nel gennaio del 2016. La decisione dei procuratori Sergio Colaiocco e Giuseppe Pignatone è stata unilaterale, cioè presa senza il coinvolgimento delle autorità egiziane. Questo perché ieri si è tenuto il quinto incontro tra i procuratori italiani e quelli egiziani che stanno indagando sul caso Regeni, che per l’ennesima volta non ha portato a nessun risultato.

Il giudizio negativo sull’incontro – che era stato rimandato per mesi – è riportato dai giornali, che hanno ottenuto informazioni direttamente dalla procura di Roma. In particolare Repubblica, il quotidiano che ha seguito di più l’intera vicenda, descrive l’atteggiamento dei procuratori egiziani come «una presa in giro», spiegando che la loro collaborazione è stata insufficiente perché l’indagine facesse progressi. Ma allo stesso tempo, riporta Repubblica, la procura di Roma è scettica sulle prospettive dell’inchiesta: ha specificato che la collaborazione proseguirà nei prossimi mesi, ma secondo il quotidiano c’è un problema di competenze che impedisce ai procuratori italiani di indagare sui depistaggi.

Tra i cinque funzionari che dovrebbero essere indagati, infatti, ci sono alcuni di quelli sospettati di aver depistato le indagini e contaminato le prove sulla scomparsa di Regeni, che si ritiene sia opera di agenti dell’intelligence che lo sequestrarono, torturarono e uccisero credendolo una spia, per via delle sue ricerche sui sindacati indipendenti dei venditori ambulanti del Cairo, che stava svolgendo per la sua tesi di dottorato.

Fu la stessa procura di Roma ad accusare le autorità egiziane di depistaggio, denunciando le false ricostruzioni fornite sull’omicidio e gli ostacoli posti alle indagini dei procuratori italiani. Tutte le principali scoperte sull’omicidio di Regeni sono state fatte dal Servizio centrale operativo della polizia italiana. Durante l’incontro di ieri i procuratori egiziani hanno condiviso l’esito degli approfondimenti sulle registrazioni delle telecamere di sicurezza della metropolitana del Cairo, che potrebbero contenere informazioni fondamentali per le indagini visto che nel momento della scomparsa Regeni stava andando alla stazione di el Behoos per prendere la metro. Ma la maggior parte delle registrazioni – il 95 per cento, secondo Ansa – è stata sovrascritta, e non fu consultata a dovere a suo tempo dalle autorità egiziane. Secondo Repubblica, il documento che avrebbe dovuto chiarire cosa è ancora presente nelle registrazioni, e cosa è stato possibile recuperare, «non contiene nessun dettaglio decisivo».

Uno degli indagati, secondo Repubblica, è il colonnello Osan Helmy, l’uomo che ingaggiò il leader sindacale Mohammed Abdallah, che registrò Regeni e lo denunciò come spia all’intelligence. Helmy disse alle autorità italiane di non aver mai saputo niente di Regeni prima del suo omicidio, mentendo: secondo i procuratori di Roma, l’intelligence egiziana indagava su Regeni da diversi mesi. Un’altra delle persone indagate, scrive Repubblica, è Sharif Magdi Ibrqaim, ufficiale che gestiva i rapporti con Abdallah, oltre a un altro ufficiale che organizzò le operazioni di pedinamento di Regeni. Lo scorso dicembre la procura di Roma aveva chiesto di interrogare queste cinque persone, elencando 30 domande a cui avrebbe voluto risposta: se ne occuparono gli investigatori egiziani, fornendo un documento fatto di risposte vaghe e inconcludenti.

Come ha spiegato il giornalista Carlo Bonini, il fatto che ci siano cinque indagati è un passaggio formale richiesto dal nostro ordinamento penale, ma non segna un passo in avanti per l’indagine, che senza svolte va verso l’archiviazione. Anzi dimostra più che altro il contrario, secondo Bonini, che ritiene che il momento in cui l’Italia si è messa in una posizione subordinata nelle indagini sia quando, nell’agosto del 2017, il governo Gentiloni fece tornare l’ambasciatore italiano al Cairo. Le necessità di mantenere buone relazioni diplomatiche con l’Egitto, dovute al ruolo strategico del paese per quanto riguarda la Libia, il controllo del flussi migratori e la lotta al terrorismo, hanno dato un grande vantaggio al presidente Abdel Fattah al Sisi, che negli ultimi mesi ha incontrato i vice presidenti del Consiglio Matteo Salvini e Luigi Di Maio, e il presidente della Camera Roberto Fico. Tutti, dopo l’incontro, hanno garantito imminenti progressi nelle indagini, che però non si sono mai verificati.

In tutto questo Amal Fathy, attivista egiziana e moglie del consulente legale egiziano della famiglia Regeni Mohammed Lofty, è detenuta in carcere da settembre, per aver condiviso su internet un video in cui, tra le altre cose, accusava il governo di non difendere le donne che subiscono molestie sessuali. In molti credono che la sua detenzione sia legata alla collaborazione del marito alle indagini sull’omicidio di Regeni.

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