Si può fermare la TAV?

In teoria sì, volendolo: ma è sempre una questione di costi, opportunità e benefici

(ANSA/ ALESSANDRO DI MARCO)

«Noi non siamo contro l’Alta Velocità, non siamo contro le grandi opere se portano lavoro, siamo invece contro se queste servono solo a spendere soldi», ha detto oggi il ministro dello Sviluppo economico e capo del Movimento 5 Stelle Luigi Di Maio, ospite di un evento organizzato dalle Ferrovie dello Stato. Di Maio si riferiva alla TAV, il discusso progetto di una nuova linea ferroviaria tra Torino e Lione a cui il Movimento 5 Stelle si oppone da anni.

La TAV è tornata di attualità proprio in questi giorni, dopo che il Movimento ha dovuto rinunciare a un’altra sua storica battaglia, quella contro il gasdotto TAP in Puglia. Proprio Di Maio è stato costretto ad ammettere che bloccare il gasdotto comporterebbe un costo potenziale che può arrivare fino a 20 miliardi, proveniente soprattutto dalle azioni legali dei privati che avevano ricevuto il permesso di realizzare l’opera e farebbero ricorso contro la decisione del governo (niente che non fosse già ampiamente noto in campagna elettorale, comunque, quando il M5S prometteva che avrebbe bloccato l’opera).

In risposta a questa sconfitta politica, il Movimento 5 Stelle ha irrigidito la sua posizione contro la TAV e lunedì sera il Consiglio comunale di Torino – dove il M5S ha la maggioranza – ha votato un ordine del giorno che chiede di sospendere i lavori di costruzione in attesa di una nuova analisi sui costi e i benefici dell’opera. Sospendere i lavori è una scelta che non piace alle associazioni degli imprenditori, in particolare quelle piemontesi che oggi hanno protestato a Torino, e nemmeno alla Lega, alleata del M5S, tra i cui esponenti ci sono per questo diversi malumori. In molti quindi iniziano a chiedere se il Movimento 5 Stelle, dopo essere stato costretto a tornare sui suoi passi sul gasdotto in Puglia – così come già in passato sull’ILVA – non rinuncerà anche alla sua storica battaglia contro la TAV.

Si può bloccare la TAV?
La differenza principale tra TAV e TAP è che il gasdotto pugliese è un’opera costruita da privati e autorizzata dal governo. Bloccarla a metà della costruzione avrebbe quindi comportato cause e ricorsi che, secondo una stima del sottosegretario Andrea Cioffi, sarebbero potuti costare allo stato fino a 20 miliardi di euro: più del reddito di cittadinanza e della riforma delle pensioni, ha ricordato oggi Di Maio.

La TAV è invece un’opera pubblica, costruita dallo stato italiano insieme alla Francia e con la collaborazione dell’Unione Europea. Nonostante gli impegni internazionali tra i due paesi, l’accordo diplomatico esclude esplicitamente l’esistenza di penali. Inoltre, visto che si tratta di un’opera pubblica, non c’è il rischio che società private coinvolte facciano cause o ricorsi per i mancati guadagni (gli unici che possono farlo sono coloro che hanno già vinto gli appalti per la costruzione dell’opera, su cui torneremo tra poco). La TAV quindi si può bloccare, così come il TAP: il punto è che farlo avrà inevitabilmente delle conseguenze, così come ne avrebbe avuto bloccare il TAP.

Di cosa stiamo parlando?
Bloccare l’opera comporterà dei costi, anche se nessuno sa con esattezza quanti. Con ogni probabilità bisognerà rimborsare a Francia e Unione Europea parte o tutti i fondi già investiti, e bisognerà pagare ciò che spetta loro alle società che hanno vinto gli appalti per i primi lavori. Secondo Paolo Foietta, presidente dell’Osservatorio TAV, un organo che fornisce consulenza sull’opera, la somma di queste cifre si aggira tra i 2 e i 4 miliardi di euro (in tempi diversi aveva fornito stime diverse), a fronte dei poco meno di 3 miliardi che costerebbe concludere l’opera.

A questo punto è importante chiarire di quale opera stiamo realmente parlando, perché con l’espressione TAV non ci si riferisce più ormai all’intero progetto di linea ferroviaria tra Torino e Lione, ma soltanto alle opere che saranno realizzate nel corso della cosiddetta “fase uno” (qui trovate un lungo e dettagliato speciale sulla TAV realizzato da AGI e Pagella Politica). È il tratto di ferrovia quasi completamente sotterraneo che attraversa la frontiera tra Italia e Francia (e per questo spesso è chiamato “tratto transfrontaliero”), dove dovrebbe essere costruito il famoso “tunnel di base” lungo quasi 60 chilometri che dalla Francia arriverà in Val di Susa, il luogo dove si sono concentrate le proteste degli ultimi anni.

Il tratto transfrontaliero è particolarmente costoso e complesso, ma è soltanto una parte dell’opera complessiva, che quando entrerà in funzione nel 2030 comprenderà l’intera linea ferroviaria tra Torino e Lione. Secondo le stime, l’opera nel suo complesso dovrebbe costare circa 25 miliardi di euro (chi la contesta però dice che i costi potrebbero salire fino a 40 miliardi), mentre il solo tratto transfrontaliero (la “fase uno” di cui si discute in questi giorni) costerà secondo il governo italiano poco più di 9 miliardi di euro. Di questi, i miliardi di euro a carico dell’Italia saranno 5,5. Il costo netto per le casse statali però sarà inferiore, poiché circa il 40 per cento dell’opera verrà finanziato dall’Unione Europea.

Quanto costa bloccare la TAV?
Alla fine, sottratti i contributi dell’Europa, la cifra che il governo italiano dovrà spendere per completare il “tunnel di base” e le altre opere previste dalla “fase uno” dovrebbe ammontare a circa 3,3 miliardi di euro. I lavori però dureranno ancora più di un decennio quindi, fanno notare i critici, è possibile che questo costo possa lievitare. Al momento il governo ha già stanziato 2,6 miliardi di euro, mentre altri 300 milioni saranno investiti dall’Europa. Tolto quanto è già stato speso, il DEF dello scorso aprile indica come “fabbisogno residuo” per quest’opera (cioè quanto ancora si deve spendere) circa 2,4 miliardi: questa insomma è la cifra minima che si risparmierebbe fermando immediatamente l’opera.

Ai risparmi, però, andrebbero sottratti i costi che bisognerebbe affrontare: ed è molto difficile avere cifre esatte sul loro ammontare. Il direttore dell’Osservatorio Foietta, uno dei più strenui difensori della TAV, ha parlato spesso di un costo totale di 2 miliardi di euro, mentre oggi ha detto a Repubblica che i miliardi da spendere potrebbero arrivare a 4. Tra le principali voci di spesa per bloccare l’opera  ci sono i rimborsi a Francia e Unione Europea per i soldi spesi nei lavori preliminari (circa il 13 per cento degli scavi, più numerose opere secondarie della “fase uno”, sono già stati realizzati). In tutto per il tratto transfrontaliero sono già stati spesi 1,4 miliardi di euro, di cui il 75 per cento da Francia e Unione Europea. A questa cifra, secondo Foietta, bisognerebbe aggiungere gli 800 milioni di euro che l’Unione Europea ha stanziato come finanziamento dei lavori futuri.

Inoltre ci sono i costi da rimborsare a quelle imprese che hanno ottenuto gli appalti. Su questa cifra ci sono le maggiori incertezze, poiché non è chiaro al momento quanti di questi appalti siano già stati assegnati – almeno il 21 per cento del totale – e questi contratti andranno onorati anche se il governo dovesse decidere di bloccare l’opera. In teoria un miliardo di euro di appalti avrebbero dovuti essere assegnati entro la fine del 2018 e un totale di 5,5 miliardi entro il 2019, ma dall’insediamento del governo lo scorso giugno l’assegnazione è stata bloccata.

Infine, andrebbe considerato il cosiddetto costo-opportunità: quanto costerebbe all’Italia e alla sua economia rinunciare a far parte di un massiccio progetto di trasporti che – secondo l’Unione Europea e i vari governi italiani e non che lo hanno promosso nel corso del tempo – faciliterebbe gli scambi commerciali tra i paesi coinvolti e ridurrebbe il trasporto delle merci su gomma. Ma è difficile fare delle stime precise sul loro ammontare, su cui ci sono opinioni molto discordanti.

In conclusione, bloccare l’opera dovrebbe permettere di risparmiare tra i 2,5 e i 3 miliardi di euro, a fronte di costi che si potrebbero aggirare almeno intorno ai 2-4 miliardi. Bloccare la TAV quindi appare possibile e almeno teoricamente più economico rispetto a quanto sarebbe costato fermare il gasdotto TAP. Le considerazioni politiche, le pressioni delle associazioni di imprenditori e degli alleati della Lega, sono invece un altro discorso.

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