Alcuni vecchi buoni del tesoro italiani. (Giuseppe Giglia/ANSA)

Chi sono “i mercati”

Evocati in continuazione in questi giorni, proviamo a dare qualche concretezza a questa entità generica: sono quelli che ci prestano i soldi

Alcuni vecchi buoni del tesoro italiani. (Giuseppe Giglia/ANSA)

Da quando il governo italiano ha annunciato che prevede con la prossima legge di bilancio di spendere molti più soldi di quelli che incassa, si è tornati a parlare con una certa insistenza dei cosiddetti “mercati”: perché quei soldi andranno presi in prestito – fare deficit, si dice in gergo – e il modo che gli stati usano per avere dei soldi in prestito è vendere titoli, promettendo agli acquirenti di rimborsarli con gli interessi dopo un certo tempo. La grandezza di quegli interessi è determinata da quanto sia facile trovare acquirenti per i titoli: per vendere un investimento percepito come rischioso bisognerà promettere interessi più alti, mentre titoli sicuri vengono venduti con interessi più bassi. Se gli interessi crescono molto – e sale quindi il cosiddetto spread – ottenere quei soldi in prestito diventa molto costoso: perché alla scadenza dei titoli bisognerà pagare interessi altissimi.

È normale che uno stato, per avere liquidità, venda titoli per finanziare la sua spesa: l’Italia non comincerà certo adesso. Ma i piani di spesa e di indebitamento del governo Conte sono molto superiori a quelli dei precedenti governi italiani, e sono stati giudicati come insostenibili dall’Ufficio Parlamentare di Bilancio e dalla Commissione Europea. In breve: si pensa che con i soldi che prenderà in prestito, il governo italiano non riuscirà a rendere più ricca l’economia del paese. Anche per questo da mesi gli interessi che l’Italia è costretta a offrire per vendere titoli sono cresciuti molto, e sia il presidente del Consiglio che il ministro dell’Economia hanno detto in questi giorni che lo spread oggi è alto a un livello che non è sostenibile a lungo. Altri politici, invece, se la sono presa con i “mercati”, accusati di voler sabotare il governo e di non avere a cuore gli interessi degli italiani.

Chi sono, quindi, questi “mercati”: come abbiamo visto, sono persone, enti e società che decidono liberamente di finanziare l’Italia prestando i loro soldi tramite l’acquisto di titoli di stato. Per sottrarsi al loro presunto giogo, quindi, teoricamente basterebbe smettere di chiedere soldi in prestito, o chiederne di meno invece che di più. Più nel dettaglio, i “mercati” sono banche, fondi comuni, fondi pensione, assicurazioni, fondi specializzati in obbligazioni; ma anche semplici cittadini che hanno acquistato dei titoli di stato, anche se questi soggetti sono meno degli altri: i privati cittadini possiedono circa il 6 per cento dei circa 2 mila miliardi di euro del debito pubblico italiano. Arriviamo quindi alla questione centrale, che è proprio il debito pubblico: l’Italia ha preso già tantissimi soldi in prestito, e paga già tantissimi soldi ogni anno in interessi, quindi la decisione del governo di indebitarsi ancora di più, e venir meno agli impegni sulla riduzione del debito, ha portato i “mercati” a chiedere un tasso di interesse più alto, in nome del rischio più alto che percepiscono (il rischio è principalmente quello che l’Italia non possa ripagare i suoi investitori).

Ci sono due fasi in cui questi investitori, i “mercati”, contribuiscono a determinare l’interesse pagato dallo Stato italiano. Il primo è nel corso delle aste del ministero dell’Economia, a cui partecipano un numero selezionato di operatori specializzati: questo è il cosiddetto mercato primario, in cui il governo vende i titoli di stato direttamente agli investitori. Le aste si verificano a scadenze prefissate, in genere una volta alla settimana (qui trovate il calendario delle emissioni per il 2018).

Il mercato secondario è quello dove gli investitori si scambiano tra di loro i titoli collocati dal governo. È qui che si formano i rendimenti e gli spread che vediamo cambiare tutti i giorni e che dipendono essenzialmente dal prezzo al quale i vari operatori di mercato vendono o acquistano i titoli di stato. Se molti vendono contemporaneamente, il prezzo dei titoli cala e il rendimento sale; se molti comprano, il prezzo aumenta e i rendimenti scendono. Quando lo Stato colloca i suoi titoli sul mercato primario deve tenere conto dei rendimenti che hanno nel mercato secondario, e in genere i valori del primo si avvicinano rapidamente a quelli del secondo.

Come abbiamo visto, a operare in questi mercati sono soprattutto istituzioni finanziarie. Quasi metà dell’intero debito pubblico è di proprietà di banche e assicurazioni, soprattutto italiane, come Unicredit, Intesa Sanpaolo e Assicurazioni Generali (ma quasi tutte le banche e le assicurazioni italiane hanno i portafogli pieni di titoli di stato). Un altro 30 per cento è detenuto da istituzioni finanziarie straniere (di cui solo il 5 per cento ha sede fuori dall’Europa, principalmente negli Stati Uniti e in Giappone). Il restante 16 per cento del debito pubblico è in mano alla Banca d’Italia ed è il risultato dei vari programmi di acquisti da parte della Banca Centrale Europea.

È un settore che ha quindi qualche centinaio di operatori principali, tra cui sono poche decine quelli che dettano agli altri linea. Per aver un’idea delle grandezze di cui stiamo parlando, l’Italia mette alla asta sul mercato primario tra i 20 e i 30 miliardi di euro di titoli di stato al mese, mentre nel corso del 2017 sul mercato secondario si scambiavano titoli di stato per un valore di circa 100 miliardi al mese e di circa 5 miliardi al giorno. Nel corso dell’estate questi valori si sono abbassati: a giugno si scambiavano giornalmente meno di 3 miliardi di euro di titoli di stato (di fronte a questi volumi gli acquisti della BCE sono relativamente ridotti: 3,5 miliardi di euro di titoli acquistati sul mercato secondario ogni mese).

Questo significa che anche se gran parte del debito italiano è detenuto da istituzioni italiane che non hanno nessuna intenzione di venderlo, bastano vendite relativamente esigue dagli operatori internazionali per determinare un’impennata dei rendimenti. «Ipotizziamo che io mi trovi ad operare in un contesto in cui il 90 per cento dei titoli di stato è chiuso in una cassaforte e non si può toccare», spiega Mario Seminerio, analista finanziario e autore del blog Phastidio: «Anche vendendo solo l’1 per cento dei titoli rimanenti se non ci sono compratori posso ugualmente distruggere i prezzi».

Questo è quello che è accaduto nel corso dell’estate quando lo spread ha subito un’impennata a causa delle massicce vendite operate dagli stranieri, vendite alle quali le banche italiane hanno potuto fare fronte solo parzialmente. A scatenare le vendite furono le trattative per formare un governo tra Lega e Movimento 5 Stelle, che avevano fatto intravedere il timore concreto che il governo puntasse all’uscita dall’euro, un evento che per gli investitori significherebbe la perdita completa o quasi dei loro prestiti all’Italia. Il timore di uno scenario del genere ha quindi spinto chi aveva comprato titoli di stato italiano a venderli, per evitare danni maggiori; è quello che sta accadendo di nuovo in questi giorni.