Si sta discutendo molto del nuovo romanzo di Scurati

Parla di Mussolini e del Fascismo, ma Ernesto Galli della Loggia ci ha trovato diversi errori storici: oggi Scurati ha risposto alle critiche

La descrizione di "M. Il figlio del secolo" di Antonio Scurati sul retro del romanzo

Da qualche giorno, lo scrittore Antonio Scurati e lo storico ed editorialista del Corriere della Sera Ernesto Galli della Loggia stanno discutendo (litigando, si potrebbe dire per semplificare) dell’ultimo romanzo di Scurati M. Il figlio del secolo. Leggendolo con attenzione, Galli della Loggia aveva infatti trovato numerosi errori storici e ne aveva parlato in un articolo del 13 ottobre; articolo a cui oggi ha risposto Scurati, a cui a sua volta ha risposto ancora Galli della Loggia. M è un libro di cui si sta parlando molto, sia perché ha ricevuto ottime recensioni, sia perché è in alto nella classifica dei libri più venduti da settimane. Abbiamo riassunto le ragioni di Galli della Loggia, le risposte di Scurati e la controreplica che hanno ricevuto per chi si fosse perso le puntate precedenti.

Pubblicato da Bompiani a settembre, M racconta la storia di Benito Mussolini e del fascismo. Già dalla quarta di copertina è presentato come un romanzo «in cui d’inventato non c’è nulla» e anche per via di questa dichiarazione di metodo, ribadita dallo stesso Scurati nelle interviste che gli sono state fatte, Galli della Loggia lo ha criticato in modo molto duro per gli errori che ha trovato. La sua recensione inizia così:

Voglio sperare che ancora oggi se a un esame di licenza liceale uno studente attribuisse a Carducci l’espressione «la grande proletaria» (invece che a Giovanni Pascoli, che la coniò per l’Italia che si accingeva a occupare la Libia), e definisse Benedetto Croce un «professore» (lui che per tutta la vita gratificò di tutto il disprezzo immaginabile l’Università e i suoi professori, che fu l’antiaccademismo vivente), voglio sperare, dicevo, che lo sciagurato correrebbe seri rischi di essere bocciato.

Galli della Loggia elencava poi alcuni altri errori. In una frase del romanzo ad esempio si dice che Antonio Salandra, il presidente del Consiglio che decise l’ingresso dell’Italia nella Prima guerra mondiale, aveva «sulla coscienza sei milioni di morti»: sembra frutto di una confusione di qualche tipo, visto che durante la Prima guerra mondiale morirono poco più di un milione di italiani, contando anche quelli dovuti all’epidemia di febbre spagnola. Per Galli della Loggia questo e altri errori sono dovuti alla «devastante mancanza di editing nella maggior parte dell’editoria italiana», esempio del «modo raffazzonato con cui da noi si è ormai soliti fare troppe cose». Nel suo articolo l’editorialista se la prende poi anche con i recensori di M, che non hanno notato gli errori, e con lo stesso Scurati.

Nella sua risposta di oggi lo scrittore ha ammesso subito di aver fatto alcuni errori:

Ci sono, nel mio libro, questi errori e probabilmente anche altri, nonostante Bompiani abbia sottoposto il testo a doppia revisione da parte di un letterato e di uno storico specialista del periodo. Sono sfuggiti. Non dovrebbe accadere ma l’imperfezione è inevitabile, soprattutto in un libro di 850 pagine che abbraccia un’intera epoca. Io ho studiato per anni per fornire al romanzo una solida base documentale e mi sono impegnato con i lettori a non inserire nessun personaggio, accadimento o discorso liberamente inventati secondo un criterio rigoroso. Confermo di essermi attenuto con il massimo scrupolo a questo criterio, nei limiti delle mie possibilità. Non ho mai sostenuto di essere infallibile.

Su altre cose, però, Scurati si è difeso: ad esempio sulla scelta di chiamare «professore» Benedetto Croce:

Non è un errore l’aver qualificato Benedetto Croce come «professore». So benissimo che disprezzò per tutta la vita l’Accademia. Gli errori sono la banalità della condizione umana, testimoniano soltanto la nostra fallibilità. Qui, invece, la questione mi pare si faccia più interessante. Qui c’è un equivoco che getta luce sulla differenza tra lo sguardo dello storico e quello del romanziere. Non sono io, autore del romanzo, a qualificare Croce come «professore», ma è Mussolini, suo protagonista. È il disprezzo dei fascisti, dal cui punto di vista il romanzo è prevalentemente narrato, a bollare il grande filosofo con quell’epiteto che loro ritenevano spregiativo.

In risposta a Galli della Loggia, Scurati ha sottolineato che «M, per quanto fondato su una vasta base documentale, è un romanzo, non un saggio storico» e in quanto tale ha l’obiettivo di «integrare, di completare, magari, il lavoro analitico della ricerca storica con la forza sintetica della narrazione».

Proprio su questo punto però Galli della Loggia ha controreplicato a Scurati in un altro articolo, in cui ha ripetuto di ritenere che il modo in cui Scurati ha usato l’appellativo di «professore» per Croce sia scorretto:

Mi rendo ben conto, ripeto, che storia e letteratura sono due ambiti diversi, con esigenze e prospettive di un ordine altrettanto diverso: la seconda, la letteratura, potendo contare fra molte altre cose sulla grande risorsa rappresentata dalla «forza sintetica della narrazione». (…)

Ma può tutto questo autorizzare il romanziere a contraffare, fino a caricaturizzarli, i tratti di importanti protagonisti storici realmente esistiti, senza peraltro che il lettore abbia modo di capire che quanto sta leggendo è qualcosa che poco o nulla ha a che fare con la realtà? Perché questo è il punto! Capisco ad esempio, anche se ne ignoro i motivi, che Benedetto Croce (sempre lui!) stia particolarmente sulle scatole a Scurati. Ma dipingerlo come «saccente», come uno che posava a «uomo di mondo che ne ha viste di ogni colore» o come un «maestro di cinismo eterno», mi pare un tradimento odioso della verità che neppure a un romanziere dovrebbe essere permesso.

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