Sul nuovo libro di Antonio Scurati, sul fascismo

La nostra comprensione della storia del fascismo si è assottigliata notevolmente. È una mia opinione. Parlo dello stato in cui oggi, nel 2018, mi sembra versare la memoria storica di quel periodo. Ammesso e non concesso che del fascismo abbiamo mai avuto comprensione e conoscenza dettagliate. In fondo la nostra conoscenza e comprensione di chi fu Benito Mussolini e di che cosa fu il ventennio si riduce, oggi, a una serie limitata di rappresentazioni mentali. Intendo qui il grado di comprensione della storia del fascismo proprio della pubblica opinione italiana, nella sua generalità. E a questa generalità, che mi abbraccia, io stesso appartengo pienamente.
Questa comprensione o incomprensione o assenza di comprensione e conoscenza della storia del fascismo, propria del mio tempo, si è modellata, io credo, intorno ai modi e alle stereotipie con cui di fascismo si è discusso negli ultimi venti anni. Dove? Nei talk show e poi sulle bacheche dei social network. Direi a partire dalla svolta di Fiuggi del 1995 fino ad arrivare alle conversazioni su Facebook e Twitter. Ciò che restava della memoria del fascismo si è cristallizzato intorno a un pugno di nozioni e rappresentazioni.

Vengo al dunque. Da qualche giorno ho terminato di leggere le oltre ottocento pagine di M – Il figlio del secolo, romanzo di Antonio Scurati, che a detta dell’autore si basa interamente su fatti e documenti. Contemporaneamente il Corriere della Sera pubblicava una stroncatura firmata da Ernesto Galli Della Loggia. Galli Della Loggia, infatti, ha riscontrato nel testo una serie notevole d’inesattezze e strafalcioni. Per esempio l’espressione «la grande proletaria» è attribuita da Scurati a Giosuè Carducci, anziché a Giovanni Pascoli. E così via. Che effetto mi ha fatto? Da lettore, sono rimasto doppiamente male. Perché all’improvviso scoprivo errori macroscopici in un libro che, tuttavia, mi aveva mano a mano conquistato, sconvolto, che avevo appena terminato di leggere, avidamente, e grazie al quale avevo incorporato nuova conoscenza di fatti storici e psicologie. E perché la critica di Galli Della Loggia mi sembrava corretta e coerente nelle conclusioni (Galli Della Loggia se la prende con la «decadenza» dell’industria e del mestiere editoriale, che in effetti c’è, è in corso, con le dovute eccezioni), ma al tempo stesso ingiusta, troppo severa. Per lo meno ai miei occhi di lettore. L’articolo sembrava avere la pretesa, con la propria accusa, di seppellire e svergognare un libro che, tuttavia, nel numero sterminato di battute che lo compone, resta di grande valore e importanza.

Ci sono molti meriti che vanno attribuiti a Scurati. Intanto essersi fatto carico di un’operazione necessaria e improba, quindi aver ricostruito, contro l’amnesia, l’erosione e contro il tempo presente, una cronaca quasi giorno per giorno – con l’ambizione dichiarata di aderire il più possibile ai fatti – della progressione spaventosa che dalla fine della prima guerra mondiale porta al primo governo Mussolini e all’omicidio di Giacomo Matteotti.

In questi anni di cosiddetto analfabetismo di ritorno e spappolamento cognitivo, cosa è diventato Benito Mussolini agli occhi della pubblica opinione? Che cosa accade dentro i nostri nervi quando ascoltiamo la sua voce o lo vediamo muoversi a scatti in un filmato? Proviamo ancora un misto di paura e ripugnanza, senz’altro, conseguenza di un antico vaccino antifascista, ma l’effetto sta svanendo. All’icona torva di Mussolini, inoltre, qualcuno da molti anni contrappone, in modo più o meno pelosamente democratico o apologetico, il profilo dello statista da riscoprire, purtroppo messo in ombra da un episodio sciagurato, le leggi razziali, che si collocano al termine di una lunga parabola, anch’essa da riscoprire. È un paralogismo che è penetrato molto a fondo in larghi settori di opinione pubblica. Ed è perfino banale ripeterlo. Tuttavia, al contrario, da conoscere e riscoprire c’è soprattutto, di nuovo, il male e la vergogna del fascismo, rivelati, fin dalle origini, nella sua storia. E l’occasione di questa riscoperta la offre, per chi ha ancora voglia di letteratura, proprio il libro di cui sto parlando.

Seleziono un solo episodio, una sola vicenda fra le centinaia ricostruite: il duello a colpi di spada tra Mussolini e il socialista Francesco Ciccotti Scozzese. I due si conoscono da tanto tempo, sono stati perfino amici. Ciccotti Scozzese fu predecessore di Mussolini alla direzione dell’Avanti! Ora è il 1921 e Mussolini si trova in un momento di difficoltà. Sente l’urgenza e l’utilità di trasformare il movimento fascista in un partito. Gli squadristi, però, gli rimproverano di essere diventato un politicante e di avere dimenticato lo spirito originario del fascismo. Il che, come spesso accade in questi casi, non è una semplice accusa politica: tra le righe, vale come un insulto alla virilità e all’integrità ideologica dell’imputato. Siamo davvero nel cuore più odioso della società patriarcale. In quelle stesse settimane Ciccotti Scozzese tuona dalle colonne del suo giornale, Il Paese, contro le squadracce fasciste, descritte come un’associazione a delinquere. Mussolini replica definendo il suo ex compare «l’essere più spregevole tra quanti inquinano la vita pubblica italiana». Quindi decide di sfidare a duello il vecchio amico! L’appuntamento è a Livorno. Mussolini si precipita in automobile. Il governo Bonomi allerta le questure con lo scopo d’impedire l’incontro. Per questa ragione Ciccotti Scozzese è piantonato al Palace Hotel. Inoltre Ciccotti Scozzese è cardiopatico. Ma Mussolini, che pare assetato di sangue, ed è certamente consapevole della posta politica e mediatica in gioco, non molla e di fatto riesce a far prelevare Ciccotti Scozzese, che viene così condotto all’interno di uno scantinato, dove i due finalmente si affrontano. Mussolini ha la meglio. «Ciccotti comincia ad ansimare. Il suo cuore non pulsa abbastanza sangue e, se ci riesce, lo fa solo a costo di pressioni ventricolari abnormi». Lo sconfitto, grazie all’intervento dei medici, viene allettato in un locale della villa in cui si è celebrato il duello. Ma Mussolini non è soddisfatto «e pretende di vendicare sul cadavere di un cardiopatico milioni di bocche che, da anni, percuotendosi il petto, gli urlano “traditore”». Ecco chi è Mussolini: un uomo eccitato dalla violenza, che non ha pietà di un cardiopatico, neppure di un vecchio amico cardiopatico, insomma un vendicativo cui non manca l’intelligenza di un computer per calcolare ogni mossa sulla scacchiera della politica contingente, pronto a speculare sulla prima buona occasione per trarne un vantaggio e riscattare pubblicamente la propria integrità di fascista. Serve altro per provare disgusto? Non avevo mai osservato Mussolini così da vicino e non avevo mai provato una repulsione tanto assoluta. Di conseguenza, un grazie a Scurati per il suo lavoro.

Solo pochi giorni fa Matteo Salvini, consapevole della graduale perdita di effetto dell’antico vaccino antifascista, descriveva a favore di fotocamera, dialogando con la fotocamera, il panorama della città di Roma: «Questa splendida città… là, l’Altare della Patria… Posso farlo vedere senza essere accusato di nostalgie mussoliniane? Poi c’è l’Eur, là in fondo. Non lontano da Roma c’è anche Latina. Ci sono le bonifiche di terre che una volta erano paludi e adesso sono città». Tra il serio e il faceto, col tono quasi stupefatto della riscoperta e dell’epifania, il ministro confessava la propria ammirazione per il fascismo. Serve altro per provare disgusto?

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