I centri per l’impiego sono un disastro

Sono fondamentali in vista del "reddito di cittadinanza" ma soltanto il 3 per cento di chi li usa trova lavoro, alcuni restano in attesa per dieci anni: e l'Italia ci investe pochissimo

(ANSA/FRANCO SILVI)

Secondo quello che dicono da anni i dirigenti del Movimento 5 Stelle, uno dei pilastri del futuro “reddito di cittadinanza” saranno i centri per l’impiego, gli uffici delle province che hanno lo scopo di aiutare le persone che cercano lavoro. Per ricevere il sussidio, infatti, sarà necessario – tra le altre cose – iscriversi a uno di questi centri. Chi riceverà il sussidio dovrà poi accettare una delle prime tre offerte di lavoro che riceverà attraverso il centro per l’impiego, a patto che provengano da un luogo relativamente vicino alla propria residenza (l’esatta distanza a cui sarà possibile rifiutarle non è ancora stata decisa).

Nelle intenzioni degli autori della norma, questo sistema dovrebbe incentivare la ricerca di lavoro e spingere migliaia di giovani scoraggiati a cercare attivamente una nuova occupazione. In questo modo il sussidio avrebbe la doppia funzione di sostegno economico e di ponte verso il lavoro, un sistema sperimentato con successo in alcuni altri paesi europei (ma dove non viene chiamato “reddito di cittadinanza”, perché quella in realtà è un’altra cosa). Il problema è che la catena di trasmissione di questo meccanismo, i centri per l’impiego, in Italia sono pochi, sottofinanziati e inefficienti. Meno del 3 per cento delle persone che si rivolgono ai centri riesce a trovare un lavoro, mentre in alcuni casi ci sono voluti più di dieci anni per ricevere la prima offerta di lavoro.

Per questa ragione il capo del Movimento 5 Stelle, Luigi Di Maio, in passato aveva annunciato che il reddito di cittadinanza sarebbe stato introdotto soltanto dopo una complessiva riforma dei centri per l’impiego. La proposta però è stata presto abbandonata, per fare prima, e i dirigenti del Movimento 5 Stelle hanno deciso di procedere di pari passo con l’introduzione del “reddito di cittadinanza” e con la riforma dei centri per l’impiego.

Il governo ha promesso di investire un miliardo di euro per migliorare il sistema. Come sarà speso questo denaro – se in nuove assunzioni, nuove sedi, nuovi sistemi informatici – non è ancora stato deciso, e non è chiaro nemmeno se si tratti di una cifra una tantum oppure di un aumento di spesa permanente. Sarebbe un investimento importante e necessario, visto che oggi il governo spende ogni anno appena 600 milioni di euro per finanziare i centri, ma rischia comunque di non essere abbastanza.

In Italia ci sono in tutto 552 centri per l’impiego, con poco meno di ottomila dipendenti che, nel 2016, hanno dovuto gestire 2,8 milioni di persone in cerca di lavoro. Sono numeri lontanissimi da quelli che si trovano nel resto d’Europa. Il paragone internazionale più completo si ritrova in uno studio dell’ISFOL, un ente di ricerca del ministero del Lavoro, pubblicata nel 2014 su dati del 2011 (in buona parte ancora validi), mentre un’altra ricerca più recente è stata realizzata da ISTAT.

Il confronto più impressionante è quello che riguarda il numero dei dipendenti dei centri per l’impiego. Di fronte agli 8 mila impiegati in Italia, la Francia ne ha 49 mila (saliti di recente a 54 mila), il Regno Unito 67 mila, la Germania 110 mila. La Svezia, che ha meno di un sesto degli abitanti dell’Italia, ha 11 mila dipendenti che lavorano nei centri per l’impiego.

Queste cifre si riflettono anche nella spesa complessiva per questi centri, sui quali esistono dati Eurostat aggiornati al 2015. In Italia la spesa è pari appena allo 0,04 del PIL (circa 600 milioni di euro), mentre in Germania è dieci volte tanto, lo 0,36 per cento, pari a 11 miliardi di euro. La Francia invece, di miliardi ne spende quasi cinque e mezzo, cioè lo 0,25 per cento del PIL. Sempre Eurostat rileva che per ogni disoccupato la Germania spende 3.700 euro, la Francia 1.300 e l’Italia appena 100.

L’investimento da un miliardo di euro promesso dal governo, quindi, è necessario ma probabilmente insufficiente a portare i centri per l’impiego a un livello di efficienza anche solo lontanamente paragonabile a quello del resto d’Europa, e non è detto che non sia una cifra una tantum. Il sistema italiano avrebbe probabilmente bisogno di una strategia di sviluppo che preveda la spesa di svariati miliardi di euro, come ha detto Luigi Olivieri, dirigente della provincia di Verona: «Un piano di investimento di questa natura non può essere attuato in breve tempo, ma deve essere pluriennale, con una crescita graduale dei servizi e dei livelli delle prestazioni previste, in parallelo agli investimenti».

È da tempo che si parla riforma dei centri per l’impiego. L’ultima volta era stato nel 2015, quando uno dei decreti applicativi del Jobs Act aveva indicato la necessità di dar loro un ruolo attivo di gestione e controllo delle politiche per il lavoro. Nelle intenzioni del governo Renzi i centri per l’impiego avrebbero dovuto verificare che i beneficiari dei vari ammortizzatori sociali seguissero un Piano di Servizio Personalizzato per la ricerca attiva di un lavoro. Da allora però non sono state stanziate risorse aggiuntive né è stato assunto nuovo personale. Il piano, quindi, è rimasto in buona parte inattuato.

Non è chiaro se il governo abbia allo studio un piano come quello previsto dal Jobs Act o un altro intervento significativo. Nel caso, ancora nulla è stato fatto trapelare alla stampa. Se il cosiddetto “reddito di cittadinanza” entrerà in vigore alla prossima primavera, quindi, lo farà in uno scenario in cui i centri per l’impiego non sono assolutamente preparati a gestire le migliaia di nuove iscrizioni che con ogni probabilità riceveranno. Il sussidio quindi resterà un sussidio, utile per alleviare la situazione economica di chi si trova in difficoltà, ma che per il momento non li aiuterà a trovare un lavoro.

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