Anche in Lussemburgo è giorno di elezioni

Dopo cinque anni in cui il Granducato è stato guidato da una strana coalizione, il partito di centrodestra di Jean-Claude Juncker potrebbe tornare al governo

Una donna guarda i manifesti elettorali alla vigilia del voto per le comunali in Lussemburgo. (JOHN THYS/AFP/Getty Images)

Domenica 14 ottobre in Lussemburgo si vota per eleggere i 60 membri del parlamento e indirettamente chi formerà il governo del paese. Il Lussemburgo è l’ultimo Granducato – cioè una monarchia in cui regna un granduca – esistente al mondo ed è una monarchia parlamentare in cui il potere esecutivo è in mano al governo e al granduca e quello legislativo al Parlamento. Sarà importante capire soprattutto se l’attuale governo di centrosinistra, nato un po’ a sorpresa nel 2013, sarà in grado di mantenere il potere in un momento storico un po’ sfavorevole.

In Lussemburgo la legge elettorale è alquanto strana: si vota in quattro circoscrizioni e gli elettori possono esprimere tanti voti quanti sono i deputati eleggibili nella propria circoscrizione (per cui se uno vota nella circoscrizione del Sud può esprimere fino a 23 preferenze, al Centro 21, a Nord 9, mentre a Est solo 7), ma non necessariamente devono votare per lo stesso partito. Possono distribuire i loro voti a singoli candidati anche di partiti diversi e questo fa sì che non ci sia un candidato principale di ogni partito per la carica di Primo Ministro: potenzialmente anche due politici della stessa lista sono avversari. Questa modalità di voto spiega perché molti partiti spesso candidano nelle loro liste personaggi famosi della tv, dello sport e della musica e perché i candidati distribuiscono personalmente i volantini per le strade e si presentano direttamente agli elettori.

In tutto i deputati che verrano eletti domenica sono 60: la dimensione ristretta del parlamento rispecchia quella del paese. Il Lussemburgo è il secondo paese più piccolo dell’Unione Europea – il primo è Malta – con una superficie di 2.586 chilometri quadrati (poco meno della Valle d’Aosta) e con poco più di mezzo milione di abitanti. Si trova al centro dell’Europa, chiuso tra Francia, Germania e Belgio e secondo il Fondo Monetario Internazionale è il terzo paese per PIL pro capite al mondo: è famoso soprattutto per le sue banche, specializzate nella gestione dei fondi di investimento, che incentivano l’arrivo di grandi capitali dall’estero. Ogni giorno circa 180 mila lavoratori arrivano dai paesi vicini e molti stranieri hanno deciso di trasferirsi stabilmente nel Granducato.

In generale in Lussemburgo esiste da tempo un problema di rappresentanza degli stranieri che vivono nel paese. Solo il 52 per cento della popolazione del Lussemburgo, infatti, ha la cittadinanza lussemburghese e quindi il diritto di voto – gli aventi diritto sono 256 mila su 550 mila abitanti –, ma quando nel 2015 si è cercato di allargare il suffragio anche agli stranieri residenti da almeno dieci anni nel paese il referendum voluto dalla coalizione di governo è fallito (il 78 per cento dei voti erano contro). Nel 2017 sono cambiate le leggi per ottenere la cittadinanza, ma chi fa domanda deve comunque dimostrare di aver vissuto nel paese per almeno cinque anni e di saper parlare tutte e tre le lingue ufficiali: il francese, il tedesco e il lussemburghese, una lingua germanica parlata da solo 390 mila persone in tutto il mondo.

L’attuale governo è guidato da Xavier Bettel, già sindaco della capitale Lussemburgo – nonché il più giovane primo ministro nella storia del paese, e il primo apertamente gay – ed è sostenuto da una coalizione nata dopo i risultati delle ultime elezioni nel 2013. È formata dal partito del primo ministro, il Partito democratico (DP), dal Partito socialista operaio lussemburghese (LSAP) e dai Verdi (déi Gréng). È stata soprannominata dai media la “coalizione Gambia” per i colori dei partiti che insieme formano la bandiera del paese africano (rosso, blu e verde).

Nel 2013 lo storico partito di centrodestra, il Partito popolare cristiano sociale (CSV), quello del presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker, si aggiudicò la maggioranza relativa con il 34 per cento ma non riuscì a formare un governo. Il CSV finì all’opposizione per la prima volta in quarant’anni, e alle elezioni di domenica rischia di ottenere un risultato simile: i sondaggi lo danno come primo partito, ma non ci sono garanzie che raggiunga i numeri per governare da solo. Una soluzione potrebbe essere quella di allearsi coi Verdi, ma Bettel quasi certamente tenterà di replicare l’alleanza con gli altri due partiti che sostengono il suo governo.

Dai sondaggi risulta che i temi più importanti in campagna elettorale siano stati gli alloggi, l’educazione e la mobilità: dal 2010 il prezzo delle case è raddoppiato e il traffico causato dai transfrontalieri tedeschi e francesi preoccupa molto chi deve spostarsi all’interno del paese per lavoro. Ma i programmi dei partiti si sono anche focalizzati sulla questione della lingua e identità lussemburghesi, che nel referendum del 2015 è stata centrale, e che secondo i sondaggi in vista delle elezioni di domenica interessa solo all’11 per cento della popolazione. Tradizionalmente è l’ADR, il Partito riformista di alternativa democratica, conservatore e nazionalista, a promuovere il lussemburghese (la lingua) per l’integrazione degli stranieri nel paese, ma tutti i principali partiti politici del Granducato hanno proposto misure per difendere la lingua nazionale e il DP, il partito dell’attuale Primo Ministro Bettel, ha fatto di “Zukunft op Lëtzebuergesch” – il futuro è in lussemburghese – il suo slogan.

I seggi chiudono alle 14 e i risultati delle elezioni verranno diffusi domenica pomeriggio, ma per la formazione del governo bisognerà aspettare di capire se uno dei partiti riuscirà a raggiungere la maggioranza assoluta in parlamento (31 seggi). Con un quarto dei voti ancora incerti, è possibile che per i prossimi cinque anni il Lussemburgo verrà guidato di nuovo da una coalizione: se a due o a tre partiti, si scoprirà nelle settimane successive alle elezioni.