Gli europarlamentari non dovranno dar conto di come spendono i soldi della loro indennità

Lo ha stabilito una sentenza della Corte di Giustizia, citando ragioni di privacy ed efficienza

(FREDERICK FLORIN/AFP/Getty Images)

In una sentenza emessa ieri, la Corte di Giustizia europea ha deciso che gli europarlamentari non sono obbligati a rendere conto di come spendono i soldi dell’indennità forfettaria né i rimborsi delle spese di viaggio che percepiscono dal Parlamento Europeo. La richiesta era stata avanzata nel 2015 da un gruppo di giornalisti al Parlamento, che l’aveva rifiutata: gli stessi giornalisti si erano rivolti alla Corte di Giustizia, che però ha dato ragione al Parlamento. Nel comunicato stampa in cui sintetizza la sentenza, la Corte spiega che per soddisfare la richiesta dei giornalisti il Parlamento avrebbe dovuto «mettere a rischio la protezione della privacy» degli europarlamentari. Inoltre, la rimozione di ogni informazione sensibile da questi documenti avrebbe «comportato un carico amministrativo eccessivo» per i dipendenti del Parlamento.

Lo stipendio degli europarlamentari prevede una quota fissa di 8.484,05 euro lordi al mese, cioè 6.611,42 netti, oltre a un’indennità mensile per spese generali da 4.416 euro che serve a coprire i costi da sostenere nel proprio stato di elezione, come «le spese di gestione dell’ufficio, le spese di telefono e postali e i costi per l’acquisto, il funzionamento e la manutenzione di computer e di materiale telematico». Le spese di viaggio sostenute da ogni europarlamentare sono rimborsate separatamente, ed è a queste che si riferisce la sentenza quando spiega le difficoltà di renderle pubbliche. L’indennità invece non è legata ad alcuna spesa e ogni mese viene corrisposta per intero: il Parlamento non possiede nessun documento che certifichi come viene spesa, e grazie alla sentenza di ieri potrà continuare a non richiederli.

Secondo alcuni, questo sistema porta naturalmente a una serie di storture: “MEPs Project”la stessa associazione di giornalisti che aveva avanzato la richiesta alla Corte, nel 2017 aveva pubblicato un’inchiesta secondo cui almeno 42 europarlamentari usano l’indennità per pagare l’affitto di strutture usate dai loro partiti nazionali, oppure per coprire spese personali. In tutto, il Parlamento eroga per le indennità circa 40 milioni di euro all’anno.

I sostenitori di una maggiore trasparenza fanno notare che al momento gli europarlamentari non devono rendere conto al pubblico di nessuna spesa rilevante che sostengono. I parlamentari italiani, per fare un confronto, sono tenuti a rendicontare metà della loro diaria mensile, e che serve a pagare i collaboratori e le consulenze: parliamo di circa 1.800 euro. Anuška Delić, la fondatrice di “MEPs Project”, ha detto a Politico che «le spese pubbliche degli europarlamentari dovrebbero essere accessibili al pubblico, così come ogni altra spesa pubblica eccetto quella militare o delle agenzie di intelligence». La sentenza della Corte, continua Delić, «mostra che gli unici rappresentanti eletti dagli europei sono una classe separata che non risponde a nessuno, tantomeno al pubblico».

Non è la prima volta che il Parlamento rifiuta di concedere maggiore trasparenza sulle indennità. Due mesi fa, ad esempio, l’Ufficio di presidenza aveva bocciato una proposta – sostenuta anche dal presidente del Parlamento, Antonio Tajani – per introdurre una revisione periodica delle spese coperte con l’indennità, e la restituzione dei fondi non utilizzati.