Anche l’Ungheria è coinvolta nel sistema dei “visti d’oro”

Fino al 2017 ha concesso visti in cambio di investimenti a persone – provenienti soprattutto dalla Russia – che non li avrebbero ottenuti per le vie ordinarie

(ANDREJ ISAKOVIC/AFP/Getty Images)

Fino al 2017 anche l’Ungheria – che fa parte dell’Unione Europea dal 2004 – ha permesso a centinaia di migliaia di stranieri che hanno investito grandi quantità di denaro nel suo territorio di ottenere un visto per la permanenza di almeno cinque anni nel paese. La pratica dei cosiddetti “visti d’oro” o della concessione della cittadinanza, diffusa soprattutto in paesi come Malta, Lettonia e Cipro, è spesso usata per attirare capitali dall’estero, ma è un meccanismo molto criticato dall’Unione Europea perché comporta elevati rischi di riciclaggio di denaro.

Direkt36, una testata indipendente ungherese, e il quotidiano russo Novaya Gazeta seguono da tempo la vicenda dei “visti d’oro” in Ungheria, e hanno spiegato che dal 2013 al 2017 circa 20 mila persone grazie a questi visti hanno ottenuto la possibilità di  spostare capitali e circolare liberamente nei paesi dell’area Schengen in cambio dell’acquisto di titoli di stato per una cifra che andava dai 250 ai 300 mila euro. La maggior parte dei cittadini non europei che hanno beneficiato del programma proveniva dalla Cina, dalla Russia e dai paesi arabi. Alcune delle persone che hanno ottenuto un visto a queste condizioni erano soggette a sanzioni da parte dell’Unione Europea; alcuni sono sospettati di aver violato i diritti umani nei loro paesi, altri hanno legami con il terrorismo o con la criminalità organizzata. Direkt36 e Novaya Gazeta hanno anche scritto che molte di queste persone non sarebbero state in grado di ottenere un visto attraverso i canali ordinari e che, secondo le loro fonti, l’amministrazione ungherese avrebbe chiuso un occhio «su dettagli imbarazzanti» per concedere tali permessi o avrebbe comunque fatto delle deroghe a scapito della sicurezza nazionale.

Dell’elenco fa parte per esempio Dmitry Pavlov, ex capo della Izmajlovskaja, una delle più antiche organizzazioni criminali di Mosca, e che attualmente supporta i reduci dell’esercito e dei servizi segreti russi; c’è anche Alexei Jankevich, presidente di una delle più grandi aziende che producono petrolio in Russia. La lista comprende il vicepresidente di Rosatom, una società pubblica russa composta da centinaia di imprese che lavorano soprattutto nel campo del nucleare, e che ha chiesto il visto mentre era accusato di corruzione nel suo paese; ci sono i familiari di Sergei Naryshkin, direttore dei servizi segreti russi e uno dei più stretti collaboratori di Vladimir Putin. Dall’invasione della Crimea, quando era presidente della Duma, il parlamento russo, Naryshkin è stato punito con sanzioni che avrebbero dovuto impedirgli di ottenere un visto nella UE. Il visto è stato rilasciato anche a Atiya Khoury, un siriano vicino a Bashar al-Assad sottoposto a sanzioni da parte degli Stati Uniti.

In Ungheria il programma dei “visti d’oro” è stato sospeso nel 2017, dopo che la stampa locale aveva dimostrato come il sistema fosse costoso per i contribuenti e non portasse reali benefici al paese. All’inizio di settembre l’Unione Europea, all’interno di una più ampia campagna contro il riciclaggio di denaro, ha fatto sapere di voler mettere pressione sui paesi membri in cui il sistema dei “visti d’oro” è ancora attivo, affinché siano più restrittivi nel concedere la cittadinanza alle persone straniere che investono grandi quantità di denaro nel proprio territorio. Uno dei paesi più interessati dalle concessioni di cittadinanza nei paesi europei che lo permettono è la Russia.

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