Cosa succederà con la riforma europea del copyright?

Che vince comunque Google, perdono i piccoli siti di informazione, e i grossi giornali restano nei soliti guai

di Innocenzo Genna

Si avvicina (è il 12 settembre) il voto al Parlamento Europeo sulla riforma europea del copyright e in particolare su una norma, l’articolo 11, che potrebbe sensibilmente incidere sull’accessibilità e la condivisione degli articoli giornalistici su Internet.

La norma proposta prevede che i servizi Internet (piattaforme online, siti web, social, forum, ma anche messaggistica, chat) debbano pagare un compenso agli editori per l’utilizzo dei loro articoli, per esempio quando un articolo viene pubblicato (anche parzialmente: il cosiddetto snippet) su un sito web o una bacheca social. L’esempio classico è quello degli articoli pubblicati dagli aggregatori di notizie (come Google News), ma la regola potrebbe avere effetti più ampi, arrivando ad applicarsi anche alla semplice condivisione di notizie tra utenti, alla messaggistica, persino a un semplice post su siti aziendali o associativi. Tutte queste attività di pubblicazione o condivisione potrebbero dare origine all’obbligo di un pagamento di una somma all’editore da cui proviene l’articolo, benché le tariffe, le caratteristiche minime di uno snippet per la tassabilità, e le modalità di raccolta della tassa, non siano per niente chiari. La norma è stata fin da subito battezzata “linktax” per il fatto che originariamente avrebbe potuto portare alla tassazione anche di semplici link, eventualità che però i successivi emendamenti hanno cercato di limitare.

Il contesto economico che ha originato questa proposta di riforma del copyright è stato ampiamente dibattuto. Il settore editoriale, da sempre basato sul cartaceo, ha subito una profonda crisi dovuta al diffondersi delle tecnologie digitali, che hanno fatto calare moltissimo le vendite dei giornali tradizionali ed i proventi della pubblicità. Con l’avvento del digitale sono ora gli stessi editori a mettere online le notizie per la libera lettura, confidando sulla visione da parte degli utenti e la vendita di pubblicità online. Ma poi gli articoli circolano liberamente in Rete e possono essere letti e condivisi anche attraverso siti web diversi da quelli dell’editore. Il principale accusato è Google, accusato di arricchirsi tramite il servizio Google News, che organizza un palinsesto di notizie elencandole con titolo, un breve estratto (lo snippet) e il link che rimanda all’articolo originale. Se il lettore clicca e accede alla pagina dell’editore, quest’ultimo ne riceve un beneficio, derivante dal fatto che il traffico degli utenti Internet fa aumentare il suo ricavo pubblicitario reale e potenziale. Ma se il lettore resta sulla pagina di Google News l’editore non ne trae alcun vantaggio, mentre Google trattiene i dati di navigazione dell’utente che vanno ad arricchire il suo business globale di big data. Per quanto il meccanismo e le problematiche sopra descritte valgano per qualsiasi aggregatore di notizie o sito web che pubblichi una notizia altrui, l’attenzione degli editori si è sempre concentrata su Google News, essendo questo il più grande aggregatore di notizie sul mercato e comunque quello con la casa madre più ricca.

Gli editori hanno preferito non dare grande rilievo al fatto che Google News, o comunque qualsiasi meccanismo di aggregazione e condivisione di notizie online, possa portare ai giornali del traffico Internet e quindi dei benefici economici. Hanno sempre invece sostenuto che qualsiasi utilizzo non autorizzato delle loro notizie online, anche un semplice estratto, costituisca una violazione del copyright se non addirittura un “furto” del loro lavoro. Da qui la richiesta di un indennizzo e il successo nell’aver convinto la Commissione europea a proporre l’art. 11 ed il diritto alla compensazione.

Il nesso tra la crisi dell’editoria tradizionale ed il business degli aggregatori di notizie è tuttavia meno univoco di quello che sembri. Prova ne è che quando il diritto alla compensazione è stato anticipato a livello nazionale (per ora in Spagna) Google ha scelto di chiudere Google News, provocando ire e preoccupazioni degli editori che hanno così subito una flessione del traffico Internet degli utenti. Questo vuol dire che il modello della news aggregation, e in generale la condivisione dei contenuti in Internet, porta dei benefici agli editori più che una spoliazione. Vero è che il digitale ha completamente rivoluzionato il modo di diffondere le notizie e il valore che gli utenti riconoscono ai servizi di informazione. È pertanto necessaria un’analisi più approfondita per comprendere le vere ragioni della crisi della stampa tradizionale a seguito dell’impatto del digitale, e per studiare le soluzioni più appropriate.

Ciò nonostante, la stampa tradizionale più titolata e molte firme di giornalisti continuano a difendere questa riforma del copyright, benché emergano anche prese di distanza significative all’interno del settore. Vale perciò la pena di capire quale potrebbe essere il potenziale impatto della riforma se approvata.

Con l’entrata in vigore della “linktax”, Google verosimilmente chiuderà il servizio Google News in Europa. Lo ha già fatto in Spagna e Germania, dove la riforma era stata anticipata da misure nazionali, creando, come già detto, grossi problemi agli editori di tali paesi. Per Google questo non comporta sensibili controindicazioni economiche, perché Google News è un servizio secondario nell’ambito del suo modello di business. Google, semmai, non vuole creare un precedente secondo cui gli operatori Internet debbano sovvenzionare un’industria tradizionale e farsi carico della sua crisi. Consapevole della propria forza economica e di mercato, Google sa che se chiudesse Google News gli editori preferirebbero cercare un accordo che di fatto annullerebbe qualsiasi compenso riconosciuto con la riforma del copyright. Si è persino suggerito che gli editori avrebbero potuto usare la linktax come un grimaldello per costringere Google a condividere i dati sulla navigazione degli utenti, ma è ampiamente improbabile che ciò avvenga per le ragioni anzidette (piuttosto, verrà chiuso Google News).

Con Google News non esigibile, la riforma europea del copyright perde però le sue principali fondamenta economiche. Infatti, gli altri aggregatori di notizie esistenti in Europa sono modesti, con quote di mercato e rendite irrilevanti, e non potranno mai offrire agli editori le risorse che invece si aspettano da Google. E, d’altra parte, tali piccoli aggregatori sono piuttosto destinati a scomparire proprio a causa della linktax.

Né sarà possibile rivolgersi a Facebook (l’obiettivo secondario della riforma), perché il modo con cui le notizie sono offerte sulla piattaforma social è diverso dalla news aggregation: in Facebook sono gli stessi editori a pubblicare le notizie nelle proprie pagine, anche attraverso accordi commerciali con la stessa Facebook. Vi sono poi gli utenti che condividono articoli tramite un mero link che però, in quanto strumento di accesso e non di riproduzione degli articoli “linkati”, è in principio fuori dal campo d’applicazione della riforma. Vi potrebbero essere dubbi interpretativi sulle “anteprime”, cioè sulle modalità con cui Facebook fa apparire gli articoli linkati, vale a dire con titolo, fotografia ed un estratto del contenuto. Trattasi di una semplice visualizzazione del link condiviso dall’utente, o di autonoma pubblicazione da parte di Facebook, analoga agli snippet? Il tema interessa anche Messenger e WhatsApp, che utilizzano la stessa modalità di anteprima.

In definitiva, la riforma crea una serie di orpelli (fissazione tariffe, modelli e procedure di riscossione della linktax, incertezze giuridiche circa i requisiti minimi di tassabilità di snippet ed anteprime), ma il risultato economico sarà verosimilmente irrilevante. La sua attivazione comporterà costi e tempi burocratici e nel frattempo la crisi degli editori non si risolverà, quanto meno non grazie agli sperati introiti della linktax.

Paradossalmente, questa riforma si presenta nel momento in cui il settore editoriale online sta virando piuttosto verso i sistemi a pagamento e gli abbonamenti, un modello del tutto diverso da quello di cui vuole approfittare la riforma, che è invece il modello free basato sul traffico Internet e la remunerazione tramite la pubblicità online e i grandi numeri di traffico gratuito.

La riforma europea del copyright porterà con sé una serie di danni collaterali non indifferenti: il venir meno del modello del news aggregator danneggerà gli utenti, che avranno meno opzioni per informarsi, ma danneggerà soprattutto i piccoli giornali online e testate locali indipendenti, che si basano sul modello free e sulla pubblicità online, e pertanto dipendono maggiormente, rispetto ai grandi giornali, dagli aggregatori di notizie. Non è casuale che un grande sostenitore di questa riforma – insieme a molti grandi gruppi editoriali – sia l’editore tedesco Springer, che copre tutta la Germania con varie testate e non può vedere di buon occhio il sorgere di piccoli concorrenti online.

Google, il principale bersaglio della riforma, esce rafforzato da questo nuovo scenario: anche senza Google News resta il perno delle ricerche di notizie in Internet attraverso il motore generalista Google Search, e vede invece assottigliarsi la già sparuta concorrenza. In questo modo può incrementare la propria posizione dominante in Europa. Ed è un altro paradosso di questa riforma.

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