Il Parlamento Europeo ha bocciato la direttiva sul copyright

Le nuove regole su come useremo Internet in futuro saranno riviste a settembre in aula, dove potranno essere modificati gli articoli più controversi

(FREDERICK FLORIN/AFP/Getty Images)

Giovedì il Parlamento Europeo in seduta plenaria a Strasburgo (Francia) ha respinto la nuova direttiva sul copyright, la serie di regole per aggiornare le leggi sulla tutela del diritto d’autore in Europa al centro di un dibattito molto acceso negli ultimi mesi e che ha coinvolto esperti di diritto, attivisti, le principali piattaforme online, i più grandi gruppi editoriali e dell’intrattenimento. Votando contro, i parlamentari europei hanno deciso in sostanza di riaprire la discussione e di occuparsi in aula del provvedimento. La decisione rimanda l’avvio dei negoziati fra Parlamento, Commissione e Consiglio europeo. Il voto era atteso con grande interesse perché determina il futuro di una direttiva molto importante, con conseguenze per tutti gli utenti di Internet in Europa e non solo.

Tutti i partiti si sono divisi nella votazione, con marcate divergenze tra i membri dell’Alleanza Progressista dei Socialisti e dei Democratici e del Partito Popolare Europeo, tra i promotori delle modifiche.

Come hanno votato gli europarlamentari italiani
Movimento 5 stelle: 11 contro.
Partito Democratico: 8 contro, 15 a favore, 1 astenuto.
Articolo 1: 2 contro.
Possibile: 1 contro.
Indipendente/verdi: 3 contro.
Sinistra Italiana: 1 contro.
Lega: 4 contro.
Forza Italia: 6 a favore.
SVP: 1 contro.
AP: 1 a favore.
Conservatori e riformisti: 1 a favore.
19 assenti

La nuova direttiva sul copyright ha l’obiettivo di aggiornare le regole sul diritto d’autore nell’Unione Europea, ferme al 2001 quando Internet era una cosa piuttosto diversa rispetto a oggi. L’iniziativa ha il pregio di volere armonizzare le leggi nei singoli stati sul copyright, fornendo basi comuni più chiare sulle quali ogni stato può poi elaborare i proprio regolamenti. Il problema è che diversi articoli della direttiva sono scritti in modo vago, cosa che potrebbe lasciare spazi a interpretazioni più o meno creative da parte degli stati membri, rendendo più difficile il processo di armonizzazione. In queste settimane, favorevoli e contrari si sono scontrati soprattutto su due articoli, l’11 e il 13, che per alcuni potrebbero avere conseguenze pericolose per la libera circolazione delle informazioni online, mentre per altri sarebbero la giusta soluzione per tutelare i produttori di contenuti come editori e case discografiche.

Cosa dice l’articolo 11
Uno degli obiettivi della nuova direttiva sul copyright è provare a bilanciare meglio il rapporto tra le piattaforme online – come Google, Facebook e Microsoft – e gli editori, i cui contenuti sono sfruttati dalle prime all’interno dei loro servizi. Il tema è controverso e annoso: da una parte ci sono gli editori che accusano social network e motori di ricerca di usare i loro contenuti (per esempio con le anteprime degli articoli) senza fornire in cambio nessuna forma di compensazione economica; dall’altra ci sono le piattaforme che dicono di fare già gli interessi degli editori, visto che il loro traffico arriva in buona parte dalle anteprime pubblicate sui social network, oppure inserite nelle pagine dei risultati dei motori di ricerca. È difficile stabilire chi abbia torto o ragione (un editore può sempre decidere di farsi escludere dai risultati di Google, per esempio, se non vuole siano sfruttati i suoi contenuti), ma la direttiva sul copyright tende a essere a favore degli editori.

L’articolo 11 dice che ogni stato membro deve assicurarsi che gli editori dei siti di notizie ricevano una “consona ed equa remunerazione” per l’uso dei loro materiali da parte dei “fornitori di servizi nella società dell’informazione”, cioè da parte delle piattaforme. Il testo è stato cambiato e integrato a fine giugno per chiarire che riguarda in particolar modo le piattaforme e che sono esclusi gli utilizzi privati dei link e il loro uso non commerciale, come avviene nel caso di Wikipedia e degli altri progetti “wiki” di conoscenza condivisa. I chiarimenti sono serviti per evitare che si mantenessero formulazioni troppo vaghe nell’articolo 11, che avrebbero potuto portare a interpretazioni creative da parte dei singoli stati membri, con rischi per la libera circolazione delle informazioni online.

Chi è a favore 👍
Le proposte contenute nell’articolo 11 sono naturalmente ben viste dalla maggior parte dei gruppi editoriali, che devono fare i conti con la crisi del loro settore e le difficoltà a portare avanti progetti redditizi di informazione online. Le cospicue quantità di denaro che le piattaforme potrebbero ricevere ogni anno consentirebbero di compensare le perdite, rendendo più sostenibili i loro modelli di business. In passato molto editori avevano contestato a Google l’uso dei loro contenuti senza adeguate compensazioni: la società statunitense non ha mai ceduto sul tema delle anteprime, in compenso ha avviato numerosi progetti per sostenere economicamente l’innovazione nel settore, finanziando iniziative per il passaggio al digitale dei gruppi editoriali. In Spagna una soluzione simile all’articolo 11 era stata sperimentata qualche anno fa, ma senza portare a particolari benefici e con rischi per la pluralità dell’informazione.

Le modifiche all’articolo 11 hanno anche portato a chiarire che i link inseriti negli articoli e nei testi sono esclusi dal sistema delle compensazioni, e che la direttiva non avrà effetti retroattivi. I promotori della legge, a cominciare da Axel Voss (CDU / Partito Popolare Europeo), negano che introduca una “link tax”, come è stata definita dai contrari, e sostengono che aiuterebbe gli editori tutelando al tempo stesso i cittadini e il loro diritto a essere informati.

Chi è contrario 👎
In un’alleanza piuttosto insolita, contro l’articolo 11 ci sono sia le grandi piattaforme come Google e Facebook sia le organizzazioni per la tutela della libertà su Internet, a partire dall’Electronic Frontier Foundation, di solito molto critiche nei confronti delle grandi aziende online. Google e gli altri non vogliono essere costretti a pagare per le anteprime, anche perché essendone i principali utilizzatori dovrebbero sborsare molto denaro e creare pericolosi precedenti per il resto del mondo. I critici non coinvolti direttamente dal punto di vista economico sostengono inoltre che il meccanismo previsto dall’articolo 11 potrebbe essere dannoso per le società più piccole come quelle degli aggregatori, che mettono insieme anteprime e contenuti per offrire una selezione di articoli ai loro utenti.

Essendo molto ricca e potente, Google non avrebbe problemi a pagare per le anteprime, le aziende più piccole e le startup potrebbero invece fare fatica. Ci potrebbe quindi essere il rischio di favorire una posizione già di sostanziale monopolio, come quella di Google nei motori di ricerca e di Facebook nei social network, a scapito delle altre aziende più piccole.

Chi ha ragione 🤔
Se da un lato è vero che Google e Facebook sono i due principali punti di accesso ai siti d’informazione, dall’altro è altrettanto vero che in questi anni le piattaforme hanno ampiamente sfruttato la grande quantità di articoli e contenuti offerti dai giornali per i loro servizi online, sui quali guadagnano grandi cifre grazie alla pubblicità. In molti casi agli utenti bastano le anteprime degli articoli viste nel Newsfeed su Facebook o nella sezione Notizie di Google, e non si avventurano nemmeno sulle pagine cui linkano riferimento per approfondire e leggere l’articolo integralmente. Molto traffico rimane quindi sulle piattaforme, cosa che incentiva chi vuole farsi pubblicità a mettere gli annunci direttamente su Facebook e Google, dove la resa è maggiore rispetto a quella dei siti dei giornali. Il sistema delle compensazioni caldeggiato da molti editori sembra però una scorciatoia che non affronta i problemi strutturali e i temi di sostenibilità di un settore in difficoltà, e che per ora ha faticato a rinnovare i suoi modelli di business.

Cosa dice l’articolo 13
L’altro articolo molto discusso della direttiva europea sul copyright è il 13, ed è quello su cui ci sono le maggiori preoccupazioni per la libera circolazione dei contenuti. Prevede che le piattaforme online esercitino una sorta di controllo su ciò che viene caricato dai loro utenti, in modo da escludere la pubblicazione di contenuti protetti dal copyright e sui quali non si detengono diritti. Il sistema dovrebbe più o meno funzionare come “Content ID”, la tecnologia utilizzata da YouTube proprio per evitare che siano caricati video che violano il copyright. In questo modo il caricamento potrebbe essere bloccato ancora prima delle diffusione di un video, un file musicale o altri contenuti, evitando la violazione del diritto d’autore.

Chi è favorevole 👍
Buona parte delle più grandi etichette musicali e delle case di produzione cinematografica sono a favore dell’articolo 13, che secondo loro potrebbe consentire di ridurre la diffusione della pirateria che danneggia i loro affari. I proprietari dei copyright, negli anni, le hanno provate tutte per farsi riconoscere i diritti, avviando cause legali e con atteggiamenti spesso minacciosi nei confronti delle piattaforme che favoriscono la diffusione di musica e video senza averne i permessi.

Enzo Mazza, amministratore delegato della Federazione dell’industria musicale italiana (FIMI), ha scritto un lungo articolo nel quale spiega dal suo punto di vista la nuova direttiva. Mazza e gli altri sostenitori dicono che l’obiettivo è semplicemente avere licenze più adeguate da applicare alle piattaforme sulle quali gli utenti pubblicano contenuti, ignorando o trascurando il fatto che questi sono protetti da copyright. Ricordano inoltre che l’articolo è stato chiarito e corretto sui punti riguardanti i controlli preventivi, proprio per evitare che ci siano forme di censura o scorrette interpretazioni che potrebbero limitare le libertà di espressione degli utenti.

La direttiva sul copyright, ed in particolare la questione del “Value Gap” (art.13 ) riguarda la correzione di une vero e proprio baco legislativo utilizzato da un determinato modello di business dei servizi online che rifiutano di ottenere una licenza equa per contenuti creativi (musica, software, foto, film, giochi, libri, e-book, TV ecc. .). La questione risale all’epoca dell’introduzione della direttiva sul commercio elettronico che stabilì l’assenza di responsabilità per gli intermediari neutrali e passivi (ovvero le telco dell’epoca) rispetto ai contenuti scambiati dagli utenti. Purtroppo in questa piega normativa hanno prosperato anche piattaforme UUC (user upload content) quali YouTube, che tutto sono tranne che neutrali e passivi come chiunque è in grado di verificare. Il Value Gap continua a generare danni immediati ed uno squilibrio di mercato ampio e strutturale (YouTube paga 20 volte meno di Spotify per utente all’anno, aggravato dal fatto che YouTube ha 2 miliardi di utenti, mentre Spotify ha 70 milioni di abbonati paganti). Si tratta oggi della questione numero uno per le industrie culturali e creative in Europa.

Chi è contrario 👎
Nonostante le rassicurazioni dei promotori e dei sostenitori della direttiva, continuano a esserci dubbi sull’utilità dell’articolo 13 e sugli effetti che potrebbe avere all’atto pratico. Circa 70 esperti di Internet, compresi Vint Cerf e Tim Berners-Lee (i “padri” della rete), hanno scritto una lettera aperta al presidente del Parlamento Europeo, Antonio Tajani, sostenendo che la direttiva potrebbe causare “danni consistenti” a Internet: “L’articolo 13 è un passo avanti senza precedenti nella trasformazione di Internet da un sistema aperto, per condividere e fare innovazione, a uno strumento per la sorveglianza e il controllo dei suoi utenti”.

Altre critiche sono arrivate dal Max Planck Institute, in Germania, secondo i cui esperti l’articolo 13 potrebbe minacciare le libertà di espressione e d’informazione contenute nella Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo. Una petizione su Change.org ha superato in poco tempo le 850mila firme per chiedere al Parlamento Europeo di ridiscutere almeno gli articoli più contestati.

L’iniziativa #SaveYourInternet ha messo insieme un sito dove ha raccolto tutte le critiche e le obiezioni all’articolo 13. Tra le altre cose, segnala i rischi che un sistema di controllo potrebbe comportare per i singoli utenti. Contenuti come una parodia o un meme, basati su prodotti protetti da copyright, potrebbero diventare illegali e potrebbe essere impedito il loro caricamento online e la condivisione sulle varie piattaforme.

Chi ha ragione 🤔
Soprattutto nei settori della musica e dei video, la violazione del copyright continua a essere un problema consistente ed economicamente rilevante, attenuato solo in parte negli ultimi anni dalla progressiva diffusione dei servizi in streaming che permettono di ottenere musica, film e serie tv a prezzi ragionevoli disincentivando il ricorso alla pirateria. Difficilmente le piattaforme per l’upload dei contenuti potranno realizzare sistemi raffinati come Content ID di YouTube, costato decine di milioni di dollari e 11 anni di lavoro per essere perfezionato. La strada della limitazione già durante il caricamento sembra essere quindi complicata da perseguire, se non impossibile per le aziende più piccole e con meno risorse; va inoltre chiarito il meccanismo delle licenze che dovrebbero pagare le piattaforme ai proprietari del copyright.

Le preoccupazioni espresse in questi mesi sono state definite eccessivamente allarmistiche dai sostenitori della direttiva, ma erano condizionate da formulazioni poco chiare della stessa normativa. Nelle ultime settimane ci sono stati diversi interventi per chiarire meglio dettagli e per fornire rassicurazioni, soprattutto sul piano della tutela dei singoli utenti e delle loro attività online.

Cosa succede adesso
Il processo di approvazione della nuova direttiva sul copyright è ancora lungo. Dopo il voto contrario di oggi da parte del Parlamento Europeo, si allontana la fase del cosiddetto “trilogo” che coinvolge la Commissione Europea, il Consiglio Europeo e lo stesso Parlamento. Dai loro negoziati si sarebbe dovuti arrivare a un’adozione formale nella primavera del 2019, con un’implementazione da parte degli stati membri entro la primavera del 2021. Il processo potrebbe essere rallentato dalla decisione di oggi e dalle elezioni europee in programma proprio per la primavera del 2019.

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