(Lintao Zhang/Getty Images)
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  • martedì 4 settembre 2018

I nuovi enormi investimenti della Cina in Africa

Il presidente Xi Jinping ha annunciato ieri altri 60 miliardi di dollari di prestiti e fondi speciali per sviluppare la cosiddetta "Nuova via della Seta"

di Paolo Bosso
(Lintao Zhang/Getty Images)

La Cina spenderà, tra prestiti, linee di credito, fondi speciali, sgravi fiscali e progetti infrastrutturali, altri 60 miliardi di dollari per l’Africa. L’annuncio è arrivato lunedì dal presidente della Repubblica Popolare, Xi Jinping, nella Grande Sala del Popolo di Pechino, di fronte a 50 capi di stato dei paesi africani, nel corso del terzo Forum on China-Africa Cooperation. Dei 60 miliardi promessi da Xi, 20 miliardi sono in linee di credito, 15 in aiuti e prestiti a interessi zero, 10 in fondi per lo sviluppo, 10 per project financing e 5 per facilitare le importazioni in Africa.

La Cina replica così, con una identica cifra, aiuti già stanziati tre anni fa, quando ancora si parlava poco della Belt and Road Initiative – o la Nuova via della Seta o One Belt One Road (OBOR) -, il piano di ammodernamento transcontinentale, paragonabile per fini politici a un ‘piano Marshall’ del XXI secolo, col quale la Cina sta consolidando la sua egemonia mondiale (il primo annuncio di Xi è stato nel 2013 alla Nazarbayev University di Astana, in Kazakistan). Solo nel 2017, ha calcolato l’economista Jeremy Stevens della Standard Bank Group di Pechino, i contratti cinesi in Africa sono valsi 76,5 miliardi di dollari. Un flusso di denaro imparagonabile a quello messo in campo da istituti di credito interni come l’African Development Bank, la Banca Europea per gli Investimenti o da istituzione come la Commissione europea.

L’estensione complessiva di OBOR non è quantificabile: è una cintura di trasporti e servizi, terrestri e marittimi, costellati da una miriade di progetti infrastrutturali e sociali che passano per Pakistan, Kazakistan, India e Russia per approdare in Europa. La caratteristica del fronte africano dell’OBOR, come ha spiegato recentemente la professoressa Deborah Brautigam della Johns Hopkins University, esperta di Cina, è un sistema complesso e stratificato di accordi, memorandum e negoziazioni tra Cina e Africa: crediti e garanzie di esportazione, co-venture e anticipi su progetti, cartolarizzazioni. Tutto accorpato in un «prestito politico», come lo definisce Brautigam, con un’attenzione particolare per quelli che riguardano la domanda interna cinese.

Una pioggia (controllata) di miliardi per l’Africa, da vent’anni
Stiamo parlando di nuove linee ferroviarie, dell’ammodernamento di porti come Gibuti, Tripoli (che sta affrontando giorni di tensione), Port Said (Egitto), Lagos (Nigeria). In sostanza, dello sviluppo logistico di un paese ancora tutto da ammodernare (e controllare). Soldi che non interesseranno tutti gli Stati africani allo stesso modo. Il Ghana ha annunciato una prima tranche di 2 miliardi di dollari su un totale di 19. Negli ultimi vent’anni lo Zimbawe ha ricevuto 33 miliardi, l’ultima tranche nel dicembre 2015 pari a 6 miliardi. Meglio è andato il Ghana che, nello stesso periodo, di finanziamenti cinesi ne ha ottenuti 60 miliardi. Sempre negli ultimi due decenni, l’Angola ha riscattato dalla Cina 45 miliardi (22 miliardi in prestiti relativi alle attività petrolifere) su 60 complessivi. Sonangol, società di stato petrolifera, è quasi del tutto controllata dalla China’s Development Bank.

Una pioggia di debiti
Prestiti facilitati, linee di credito a tasso zero. La Cina guarda a un controllo profondo dei paesi che aiuta, non si tratta semplicemente di rendita. «Questo debito acquisito dalla Cina genera enormi affari per le aziende cinesi, in particolare le imprese di costruzione che hanno trasformato l’intera Africa in un cantiere per rotaie, strade, dighe, stadi, edifici commerciali e così via», ha recentemente detto alla BBC un docente della Makerere University Business School di Kampala, in Uganda.

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