Perché l’Unione Europea non affida ad altri la gestione dei migranti?

Da settimane si discute di esaminare le richieste di asilo nei paesi della sponda sud del Mediterraneo, ma ci sono molti dubbi

Migranti a bordo dell'Aquarius (LOUISA GOULIAMAKI/AFP/Getty Images)

Da qualche settimana in diversi organi dell’Unione Europea si sta discutendo di una proposta per la gestione dei flussi migratori provenienti dalle coste sud del Mar Mediterraneo, in particolare dalla Libia. La proposta – discussa prima al Consiglio europeo e poi in Commissione – riguarda la creazione dei cosiddetti “centri regionali di sbarco”, ovvero strutture fuori dall’Unione Europea dove i migranti soccorsi nel Mediterraneo possano chiedere asilo. In altre parole, è un’idea pensata per spostare un pezzo del problema della gestione dei migranti fuori dal territorio europeo: i migranti soccorsi nel Mediterraneo non verrebbero più portati al primo “porto sicuro” in Europa – un punto attorno al quale nelle ultime settimane sono nati litigi e tensioni, soprattutto tra Italia e Malta – ma in un centro apposito in Nord Africa.

In particolare la proposta prevede che i migranti soccorsi in acque territoriali di un paese non-UE e in acque internazionali vengano mandati in questi centri, dove il personale specializzato – forse membri di organizzazioni internazionali – analizzi le loro domande di protezione internazionale. I migranti le cui domande non dovessero essere accolte verrebbero rimandati nei loro paesi; quelli a cui invece venisse riconosciuto un qualche status di protezione internazionale sarebbero accolti in un paese dell’Unione Europea.

La proposta in discussione potrebbe, almeno in apparenza, risolvere molti dei problemi che stanno affrontando i paesi europei, in particolare quelli di primo ingresso, come l’Italia. Ma può funzionare davvero?

Nonostante l’idea dei “centri regionali di sbarco” sia stata promossa dal Consiglio europeo, l’organo che riunisce tutti i capi di stato e di governo dei paesi membri della UE, ci sono diversi dubbi che si possa concretizzare. Ci sono parecchie criticità che stanno rallentando lo studio del progetto e che stanno lasciando per ora campo aperto agli accordi ad hoc tra stati, che servono a risolvere le situazioni di stallo che si creano nel Mediterraneo con le navi con a bordo migranti che nessuno vuole (come nel recente caso della nave Aquarius, della ong SOS Méditerranée e gestita in collaborazione con Medici senza Frontiere). Politico ha messo insieme i cinque problemi principali che stanno rallentando la proposta dei “centri regionali di sbarco”, e che in passato hanno impedito l’approvazione di proposte simili.

Il primo problema riguarda i rischi che emergerebbero per i migranti soccorsi nel Mediterraneo e rimandati nel paese da cui erano scappati, ovvero nello stesso posto dove alcuni di loro subivano persecuzioni. Ad esempio, scrive Politico, una persona che scappa dall’Egitto potrebbe finire in un centro regionale di sbarco installato in Egitto: si delineerebbe così un caso di “respingimento”, cioè il ritorno di un migrante nel paese dove potrebbe essere perseguitato, pratica vietata dal diritto internazionale.

Il secondo problema riguarda la difficoltà di garantire che in questi centri regionali di sbarco vengano mantenuti gli standard umanitari richiesti dalla stessa UE. Non sembra un obiettivo facile. Un modello citato è quello dei centri per profughi nelle isole australiane di Nauru e Manus, la cui gestione però negli ultimi anni è stata criticata molto. Un discorso simile può essere fatto per il centro di Moria, sull’isola greca di Lesbo, all’interno del territorio della UE: anche qui sono stati registrati casi di abusi, tensioni con la popolazione che vive vicino al centro, sovraffollamento della struttura, senza contare che le autorità che gestiscono il centro non sono riuscite a garantire il mantenimento di condizioni sanitarie sufficienti. Quello che si chiedono in molti è: come può pensare l’UE di garantire al di fuori del proprio territorio gli standard umanitari che lei stessa richiede, quando non riesce a farlo in un centro di un paese membro?

Il terzo problema riguarda la sicurezza delle rotte. Molti migranti potrebbero cercare rotte alternative, più pericolose, per evitare di essere individuati durante la traversata e portati nei centri regionali di sbarco, con tutte le incertezze che uno scenario del genere comporterebbe. Il rischio è che aumentino ancora di più i morti in mare, come ha già cominciato a succedere dopo la chiusura dei porti italiani alle navi delle ong.

Il quarto problema è di ordine legale, diciamo così. Nella proposta della Commissione europea si specifica che le norme della UE in materia di asilo non si applicano ai centri regionali di sbarco fuori dall’UE, ma non si dice cosa prenderebbe il loro posto. Nessuno dei paesi considerati per ospitare questi centri, ha scritto Politico, ha un sistema di asilo che funzioni e che dia davvero garanzie ai richiedenti protezione internazionale. Come verrebbero protette queste persone? Né la Commissione né il Consiglio per ora hanno saputo dare una risposta.

Il quinto e ultimo problema riguarda il meccanismo che verrebbe messo in moto nel caso in cui la domanda di protezione internazionale venga accettata. Il maggior dubbio riguarda la volontà dei paesi europei di rispettare gli impegni presi, cioè di accogliere effettivamente la quota di migranti decisa con un ipotetico accordo iniziale. Non sarebbe la prima volta che meccanismi di redistribuzione non vengono rispettati: era già successo per esempio con il sistema delle quote stabilito con i migranti provenienti da alcuni paesi specifici, tra cui Siria e Iraq, che avrebbero dovuto essere trasferiti dai paesi di primo ingresso, come l’Italia, ad altri paesi europei. Quel sistema, per quanto accettato dai paesi membri, non ha funzionato e non sembrano esserci ragioni per pensare che oggi la volontà degli stati europei sia cambiata.

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