Un soldato pakistano trasporta delle urne a Peshawar (AP Photo/Muhammad Sajjad)
  • Mondo
  • mercoledì 25 Luglio 2018

C’è un colpo di stato strisciante in Pakistan?

Oggi si vota per eleggere il nuovo Parlamento, ma più che di destra e sinistra si sta parlando di una presunta alleanza tra esercito ed estremisti

Un soldato pakistano trasporta delle urne a Peshawar (AP Photo/Muhammad Sajjad)

Oggi in Pakistan si vota per rinnovare il Parlamento ed eleggere un nuovo primo ministro, in quello che sarà il secondo trasferimento di potere da un governo civile all’altro in 70 anni di storia del paese. Le elezioni si tengono in un momento piuttosto complicato per il paese. Il vincitore delle ultime elezioni, Nawaz Sharif, sta scontando una condanna di 10 anni di carcere per corruzione; il suo partito, la Lega musulmana del Pakistan, sembra essere in grande difficoltà nei sondaggi. Negli ultimi mesi sono cresciute forze politiche controverse aiutate dal potentissimo esercito pakistano, che è sospettato di vicinanza con i terroristi e che negli ultimi decenni ha limitato – e a volte annullato – i poteri dei governi civili e la democrazia nel paese. Per questa ragione, l’ex senatore e oggi opinionista Afrasiab Khattak ha definito quello che sta succedendo in Pakistan un “soft creeping coup“, un “colpo di stato strisciante” contro il sistema democratico pakistano.

Capire le dinamiche della politica pakistana non è semplice, soprattutto per il ruolo molto oscuro dell’esercito e delle forze di sicurezza. Qualcosa comunque si può provare a mettere in fila, a partire dal numero dei partiti politici che parteciperanno alle elezioni, 122, e da quelli che hanno qualche possibilità di vincere o per lo meno di contare nei giochi politici post-elettorali, che sono tre.

Il primo è la Lega musulmana del Pakistan (PML-N), di orientamento conservatore ma considerato anche una minaccia dall’esercito.

Il leader non sarà l’ex primo ministro Nawaz Sharif, a cui è stato vietato candidarsi, ma il suo fratello minore Shehbaz Sharif, 66 anni ed ex capo del governo del Punjab, la regione pakistana più popolata e anche la più ambita a livello elettorale. La Lega musulmana del Pakistan vinse con ampio margine le ultime elezioni, nel 2013, ma gli scandali legati alla diffusione dei Panama Papers, che hanno coinvolto Sharif e alcuni suoi familiari, hanno indebolito il partito, già preso di mira dall’esercito: Sharif, infatti, aveva limitato l’influenza dei militari nella vita politica nazionale e aveva apertamente contestato il loro appoggio ai gruppi terroristici, provocando negli ultimi anni la dura reazione dei militari.

Shehbaz Sharif (AP Photo/Akira Suemori)

Il secondo partito, quello che finora sembra avere beneficiato di più dalla crisi di consensi della Lega musulmana del Pakistan, è il Movimento per la giustizia del Pakistan (PTI), fondato nel 1996 dall’ex campione di cricket Imran Khan.

Il PTI è un partito centrista e islamista, sistematico organizzatore di manifestazioni anti-governative e molto popolare tra i giovani, anche se il suo leader è considerato da altri settori della società pakistana come troppo poco realista, e troppo instabile e lunatico per guidare il paese. Khan si è spesso schierato dalla parte dei gruppi islamisti più radicali, e secondo alcuni analisti ha fatto una specie di accordo segreto con l’esercito per indebolire il suo principale rivale, cioè la Lega musulmana del Pakistan. Lui ha negato tutte le accuse.

Imran Khan (AP Photo/B.K. Bangash)

L’ultimo grande partito che si presenta alle elezioni di mercoledì è il Partito popolare pakistano (PPP), la principale forza laica di centrosinistra del paese.

Il PPP fu fondato nel 1967 da Zulfikar Ali Bhutto, ucciso per impiccagione nel 1979 dopo un colpo di stato dell’esercito che rovesciò il suo governo; poi fu guidato per qualche anno da Nusrat Bhutto, moglie di Zulfikar, che passò un periodo agli arresti domiciliari e in seguito andò in esilio a Londra; le succedette Benazir Bhutto, che fu prima ministra per due volte prima di essere uccisa nel dicembre 2007 in un attacco suicida. Ora il leader del partito è suo figlio, Bilawal Bhutto Zardari, 29 anni, anche se molti pensano che sia il padre, l’ex presidente Asif Ali Zardari, ad avere davvero il potere. Nessuno si aspetta una vittoria del PPP, che da diversi anni sta cercando di limitare un progressivo calo di consensi, ma ottenere un buon risultato potrebbe permettere a Bilawal Bhutto Zardari di giocare un ruolo importante nelle alleanze post-elettorali.

Bilawal Bhutto Zardari (AP Photo/Shakil Adil)

In attesa di vedere come andranno le elezioni, si possono già dire alcune cose importanti, che riguardano due forze che stanno acquisendo sempre più influenza a danno delle forze laiche e democratiche del paese: l’esercito e gli islamisti estremisti.

Per quanto riguarda l’esercito, diversi analisti ritengono che i militari stiano cercando di recuperare i poteri sottratti loro dal governo di Nawaz Sharif. Anzitutto avrebbero influenzato in maniera massiccia i tribunali, che negli ultimi mesi hanno escluso diversi candidati della Lega musulmana del Pakistan. Shaukat Aziz Siddiqui, giudice dell’Alta corte di Islamabad, ha detto per esempio che i servizi di intelligence pakistani (l’agenzia nota con la sigla ISI) avrebbero fatto pressioni su alcuni giudici per evitare che Nawaz Sharif venisse scarcerato prima delle elezioni. «Non ho paura [di parlare], anche se so che potrei essere assassinato», ha detto Siddiqui al quotidiano pakistano Dawn. Ai militari, inoltre, è stato affidato il compito di “amministrare” il processo di voto durante il giorno delle elezioni, un incarico che secondo alcuni potrebbe essere usato dall’esercito per minacciare, fare pressioni e manipolare l’esito delle elezioni.

C’è infine la questione degli estremisti islamisti, cioè di quelle fazioni politiche che vorrebbero fare del Pakistan uno stato islamico dove venga imposta un’interpretazione molto restrittiva della sharia, la legge islamica. Diversi candidati, come per esempio alcuni del partito Ahle Sunnat Wal Jamaal e di Tehreek-e-Labbaik, vengono persino considerati molto vicini ai talebani e al Qaida, e fanno parte delle liste di terroristi stilate dagli Stati Uniti e dall’ONU. Candidati della Lega musulmana del Pakistan e del Partito popolare hanno denunciato pressioni e violenze da parte di simpatizzanti di questi gruppi, e tre candidati provinciali sono stati uccisi in tre attentati suicidi diversi compiuti durante la campagna elettorale. Questa mattina c’è stata un’esplosione nella città di Quetta, sono state uccise almeno 18 persone.